KAREN BLIXEN.

Racconti d'inverno.


Titolo originale: WINTER'S TALES. 1942.
Traduzione di Adriana Motti.
1980 Adelphi Edizioni, Milano.
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Versione elettronica realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
        Fondazione Ezio Galiano onlus
          http:\\www.galiano.it
    ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Karen Blixen fin di scrivere questi
Racconti d'inverno nel 1942, quando
due suoi libri - Sette storie gotiche
e La mia Africa - erano gi stati
accolti trionfalmente nel mondo. La
Danimarca era allora sotto
l'occupazione tedesca, cos la Blixen
dovette portare il manoscritto
all'ambasciata inglese a Stoccolma,
perch lo spedissero negli Stati
Uniti. Come garante, diede il nome di
Churchill. Seppe del loro grande
successo solo verso la fine della
guerra, quando cominci a ricevere
molte lettere di soldati americani,
che avevano letto il libro
nell'edizione per l'esercito. Da allora,
sempre pi numerosi sono i lettori
che hanno visto reincarnarsi in lei
quel piccolo personaggio profondo
e pericoloso, ben solido, vigile e
spietato che  il novelliere di tutti i
tempi.
Al pari di un suo personaggio, la
Blixen narrava le sue storie, anche
le pi strane, come se le avesse viste
accadere coi suoi occhi, e non 
affatto escluso che cos fosse. E
guardava alla sua opera, da
tessitrice inarrestabile, come a una
sterminata sequenza di racconti
intrecciati. Cos questi Racconti
d'inverno campeggiano in una nebbia
sognante, in orizzonti lontani, fra
boschi, ghiacci e acque. Su questi
sfondi, vibranti di malinconia, s
distaccano le variegate figure
chiamate volta a volta a giocare quel
Gioco degli Opposti che  la perenne
ossessione della Blixen. I destini dei
suoi personaggi si rovesciano
continuamente come guanti, ma non
potremo mai dire quale ne  il
rovescio e quale il diritto. Desiderio e
realt, schiavo e padrone, uomo e
donna, scrittore e lettore, fedelt e
tradimento, onore e vergogna si
alternano e mutano senza tregua di
abito, come le due deliziose sorelle
che, in uno di questi racconti, si
presentano, a turno, l'una come lo
chaperon dell'altra in sontuosi
alberghi delle localit termali.
Cos, ogni racconto segna una
memorabile tappa di quel Gioco, che
rimane ogni volta sospeso. E cos
non potrebbe non essere, perch in
tutte le sue metamorfosi esso
rimanda ad un'opposizione
irrisolvibile. Infatti, come dice l'ultimo
e il pi misterioso personaggio di
questo libro, la Vita e la Morte sono
due scrigni serrati, ognuno dei quali
contiene la chiave dell'altro.
...
L'autrice.
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Karen Blixen (1885-1962) scrisse la
maggior parte della sua opera in
inglese (traducendola essa stessa in
un secondo momento in danese).
Oltre La mia Africa, che  diventato
subito un classico libro di memorie,
diario del suo lungo soggiorno in
Kenya, e una raccolta di saggi, ha
pubblicato sempre libri di racconti.
Fu proposta pi volte per il Premio
Nobel. Quando Hemingway lo ebbe,
dichiar che avrebbero dovuto darlo
alla Blixen invece che a lui.
...
.
...
Una scrittrice raffinatissima,
un mondo popolato di boschi
e di ghiacci, di venti e d'acque,
dove uomini e cose
sembrano uscire dai magici
labirinti della fantasia
e perdersi in orizzonti
di vibrante malinconia.
...
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IL GIOVANOTTO COL GAROFANO.
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Una settantina d'anni or sono, ad Antwerp, nei
pressi del porto, c'era un alberghetto che si chiamava
Hotel Regina. Era un posto pulito e decoroso dove
soggiornavano con le loro mogli i capitani di lungo
corso.
Una sera di marzo giunse a quell'albergo un giovanotto
in preda alla pi cupa tristezza. Mentre si
allontanava dal porto, dove era sbarcato da una nave
proveniente dall'Inghilterra, si sentiva la creatura pi
sola del mondo. E non c'era nessuno a cui potesse
confidare la propria infelicit, perch agli occhi del
mondo egli doveva sembrare un giovane invulnerabile
e fortunato, che chiunque avrebbe potuto invidiare.
Quel giovane era uno scrittore. Il suo primo libro
aveva avuto un grande successo: al pubblico era piaciuto
moltissimo, i critici lo avevano lodato senza riserve;
e lui, che era stato povero tutta la vita, ne aveva
ricavato del denaro. Il libro, frutto della sua esperienza,
parlava del crudele destino dei bambini poveri,
e lo aveva reso noto nell'ambiente dei riformatori
sociali. Quelle persone cos nobili e colte lo avevano
accettato tra loro con entusiasmo. Si era persino
sposato nella loro cerchia, prendendo in moglie la
figlia di un famoso scienziato, una bella ragazza che lo
idolatrava.
Adesso era in procinto di recarsi con la moglie in
Italia, per finirvi il suo prossimo libro: in quel momento
ne aveva in valigia il manoscritto. La moglie
lo aveva preceduto di qualche giorno perch, durante
il tragitto, desiderava fermarsi a Bruxelles per rivedere
la sua vecchia scuola. Avere per la mente
qualcosa di diverso da te mi far bene aveva detto
sorridendo. Ora lo stava aspettando all'Hotel Regina,
e non avrebbe voluto avere per la mente che lui.
Tutto questo sembrava molto piacevole. Ma la
realt non era affatto cos. Era ben difficile che qualcosa
fosse come sembrava, pens lui, ma nel suo caso
era addirittura il contrario. Il mondo gli era crollato
addosso; non c'era dunque da stupirsi che ci stesse
male, male da morirne. Era stato preso in trappola,
e se n'era accorto troppo tardi.
Perch sentiva in cuor suo che non avrebbe mai pi
scritto un grande libro. Non aveva pi niente da dire,
ed il manoscritto nella valigia era solo un mucchio di
fogli che col suo peso gli faceva dolere il braccio. Gli
torn alla mente una frase della Bibbia, perch da
ragazzo aveva frequentato la scuola domenicale, e si
disse: Non servo pi a nient'altro che ad essere gettato
via perch gli uomini mi calpestino.
Come avrebbe potuto guardare in faccia quelli che
lo amavano e che avevano fiducia in lui: il suo pubblico,
i suoi amici, sua moglie? Non aveva mai messo
in dubbio che tutti costoro dovessero amarlo pi di se
stessi, e avere a cuore il suo bene prima che il proprio:
per via del suo genio, e perch era un grandissimo
artista. Ma ora, che il suo genio si era inaridito, il futuro
non gli riserbava che due strade: essere disprezzato
e abbandonato da tutti, o essere ancora amato,
forse, ma solo da chi non dava nessuna importanza
al suo valore di artista. E bench egli non fosse certo
uomo da eludere i pensieri sgradevoli, da quest'ultima
alternativa si ritraeva con una specie di horror vacui;
gli pareva che, da sola, riducesse il mondo a un guscio
vuoto, a una caricatura: un vero manicomio. Avrebbe
potuto sopportare qualunque cosa, ma non questo.
Il pensiero di essere celebre accresceva e intensificava
la sua disperazione. Se in passato gli era accaduto di
essere infelice e di accarezzare talvolta l'idea di buttarsi
nel fiume, era stato sempre e soltanto affar suo.
Ma ora gli stava puntato addosso l'abbagliante riflettore
della notoriet; centinaia di occhi lo osservavano;
e il suo insuccesso, o il suo suicidio, sarebbe stato l'insuccesso
od il suicidio di uno scrittore famoso in tutto
il mondo.
Ma nella sua disgrazia anche queste considerazioni
non erano che piccolezze. Se tutto andava a catafascio,
lui poteva anche fare a meno del suo prossimo.
Non  che ne avesse poi una grande opinione, e se
fossero scomparsi tutti, pubblico amici e moglie, li
avrebbe rimpianti infinitamente meno di quanto loro
potessero mai immaginarsi, a patto di restare, lui,
faccia a faccia e in buoni rapporti con Dio.
L'amore che aveva per Dio e la certezza che a sua
volta Dio lo amava pi di quanto non amasse il resto
dell'umanit lo avevano sorretto nei periodi di miseria
e di sventura. E lui aveva anche il dono della
gratitudine; la sua recente buona sorte aveva confermato
e sancito la sua intesa con Dio. Ma ora sentiva
che Egli gli aveva voltato le spalle. E se non era pi
un grande artista, per quale ragione Dio avrebbe dovuto
amarlo? Senza le sue facolt visionarie, senza
il suo corteo di fantasie, di farse e di tragedie, come
avrebbe potuto anche soltanto avvicinarsi al Signore
e supplicarlo di guarire le sue piaghe? In quel momento
lui non valeva pi degli altri, ecco la verit.
Poteva ingannare il mondo, ma in tutta la sua vita
non aveva mai ingannato se stesso. Non aveva pi Dio
al proprio fianco, e come avrebbe fatto a vivere, d'ora
in poi?
La sua mente divagava, e trovava da sola nuova
esca per tormentarsi. Non gli riusciva di dimenticare
il verdetto del suocero sulla letteratura moderna. La
superficialit, aveva proclamato il vecchio ecco la
sua caratteristica peculiare. Questa  un'epoca senza
peso; la sua grandezza  vuota. Anche il tuo lavoro,
pur cos nobile, ragazzo mio.... Di solito, le opinioni
del suocero lo lasciavano del tutto indifferente, ma
in quel momento era cos abbattuto che lo fecero rabbrividire.
Superficialit era proprio la parola che il
pubblico e i critici avrebbero usata parlando di lui,
pens, non appena avessero saputo la verit - leggerezza,
vuoto. Avevano giudicato nobile la sua opera
perch nel descrivere le sofferenze dei poveri era riuscito
a commuoverli. Ma lui avrebbe potuto descrivere
altrettanto bene le sofferenze dei re. Aveva parlato
di quelle dei poveri perch gli era toccato in
sorte di conoscerle. Ora che aveva fatto fortuna, si
accorgeva che sui poveri non aveva pi niente da dire,
e che avrebbe preferito non sentirne pi parlare. La
parola superficialit scandiva i suoi passi nel lungo
tragitto.
Mentre rimuginava questi pensieri aveva continuato
a camminare. Era una serata fredda, un vento aspro
e pungente gli tagliava la faccia. Guard il cielo e cap
che stava per piovere.
Il giovanotto si chiamava Charlie Despard. Era piccolo,
snello, una figura minuscola nella strada deserta.
Non aveva ancora trent'anni, e sembrava molto
pi giovane della sua et; lo si poteva prendere per
un liceale. Era bruno di capelli e di carnagione, ma
aveva gli occhi azzurri, il viso affilato e il naso un tantino
storto. Nonostante quel suo grave stato di depressione
ed il peso della valigia si muoveva con straordinaria
leggerezza e aveva un portamento molto eretto.
Era ben vestito; sulla sua persona tutto ci che indossava
pareva nuovo di zecca, e lo era.
Pens all'albergo dove stava andando, e si domand
se un tetto sarebbe stato meglio della strada.
Appena arrivato, decise, avrebbe bevuto un bicchierino
di acquavite. Da ultimo aveva cominciato a cercare
consolazione nell'acquavite; a volte ce la trovava, a
volte no. Pens anche alla moglie che lo stava aspettando.
Forse era gi addormentata. Se non aveva chiuso
la porta a chiave, costringendolo cos a svegliarla
e a chiacchierare, la sua vicinanza avrebbe potuto dargli
conforto. Pens alla sua bellezza, alla sua bont
verso di lui. Era una giovane alta, coi capelli biondi
e gli occhi azzurri, e una carnagione bianca come il
marmo. Il suo volto si sarebbe potuto definire classico,
se nella parte superiore non fosse stato un po'
troppo corto e sfilato rispetto alla mascella e al mento.
Anche nel suo corpo si ripeteva la stessa caratteristica:
il busto era un po' troppo corto ed esile in confronto
ai fianchi e alle gambe. Si chiamava Laura. Aveva
uno sguardo limpido, serio, gentile, e i suoi occhi
azzurri si colmavano facilmente di lacrime commosse;
l'ammirazione che aveva per lui bastava a farle scorrere
copiose non appena lo guardava. Ma a che cosa
gli serviva tutto questo? Non era veramente sua moglie;
Laura aveva sposato un fantasma della propria
immaginazione, e lui restava fuori al freddo.
Quando arriv all'albergo, si rese conto che non
aveva nemmeno voglia dell'acquavite. Si ferm nell'atrio,
che gli parve una tomba, giusto il tempo di
domandare al portiere se sua moglie fosse arrivata. S,
gli disse il vecchio, Madame era felicemente arrivata
e gli aveva preannunciato che Monsieur l'avrebbe raggiunta
pi tardi. Si offr di portargli di sopra la valigia,
ma Charlie concluse tra s che avrebbe fatto
meglio a sostenere il peso del proprio fardello. Cos
si fece dire il numero della camera e si avventur da
solo su per le scale e lungo il corridoio. Constat con
stupore che la porta a due battenti della camera non
era chiusa a chiave, e non ebbe quindi alcuna difficolt
ad entrare. Gli parve, quello, il primo, piccolo
favore che il destino gli avesse riserbato da molto tempo
a quella parte.
Quando entr nella camera si trov quasi al buio;
la rischiarava soltanto la luce fioca di una lampada a
gas vicino alla toletta. C'era profumo di violette nell'aria.
Le aveva di certo portate sua moglie, che voleva
offrirgliele recitando un verso di qualche poesia. Ma
adesso giaceva nel letto, sprofondata tra i cuscini. Ormai
bastava cos poco a suggestionarlo che quella fortuna
gli scald il cuore. Mentre si toglieva le scarpe si
guard intorno, pensando: Questa camera, col suo
parato azzurro cielo e le tende cremisi,  stata buona
con me; non voglio dimenticarla.
Ma quando fu a letto non riusc a prendere sonno.
Ud un orologio poco lontano battere il quarto una
prima volta, e poi ancora e ancora. Gli sembrava di
aver dimenticato l'arte di dormire e di essere condannato
a stare l sveglio per sempre. Questo mi
succede perch in realt sono morto pens. Per me
non c' pi nessuna differenza tra la vita e la morte.
Tutt'a un tratto, e fu clto di sorpresa perch non
aveva udito alcun rumore nel corridoio, sent che
qualcuno girava piano la maniglia della porta. Lui
aveva chiuso a chiave, entrando. Quando la persona
nel corridoio se ne rese conto aspett un momento,
poi tent di nuovo la maniglia. Aveva tutta l'aria di
essersi arresa; dopo un attimo tamburell un'arietta
sul battente, la ripet. Ci fu un altro silenzio; poi l'ignoto
visitatore fischiett sommessamente qualche nota.
Charlie fu preso dal terrore atroce che la moglie
finisse col destarsi. Scese dal letto, indoss la sua vestaglia
verde e, cercando di non far rumore, and ad
aprire.
Il corridoio era pi illuminato della camera, e sopra
la porta c'era una lampada a muro. Fuori, in
quella luce, un giovanotto era in attesa. Era alto e
biondo, e cos elegante che Charlie si stup di incontrarlo
all'Hotel Regina. Sotto il mantello gettato con
noncuranza sulle spalle indossava l'abito da sera, e
all'occhiello della giacca aveva un garofano rosa che
spiccava vivido e romantico su tutto quel bianco e nero.
Ma non appena Charlie vide il giovane, rimase
colpito soprattutto dall'espressione del suo volto. Da
quel volto si irradiava una tale felicit, un'estasi cos
dolce, umile, irrefrenabile e ridente, quale Charlie
non aveva mai vista in vita sua. Un angelo appena disceso
dal cielo non avrebbe potuto manifestare una pi
esuberante, gloriosa beatitudine. Per un momento il
poeta non riusc a distoglierne lo sguardo. Poi parl,
in francese - perch non ebbe il minimo dubbio
che quel distinto giovanotto di Antwerp fosse francese,
e lui quella lingua la parlava molto bene, dato
che un tempo aveva fatto l'apprendista presso un parrucchiere
francese. Che cosa volete? gli domand.
Mia moglie sta dormendo, e anch'io ho un gran bisogno
di dormire.
Alla vista di Charlie, il giovanotto col garofano
era apparso meravigliatissimo, proprio come lo era
stato Charlie nel vedere lui. Tuttavia quella strana
beatitudine aveva radici cos profonde nel suo animo
che gli ci volle un po' per trasformare la sua espressione
in quella di un gentiluomo che incontra un altro
gentiluomo. Mescolato con lo stupore, un barlume
di quella radiosit rimase sul suo volto anche
quando infine egli parl e disse: Vi prego di scusarmi.
Mi rincresce molto di avervi disturbato.
Dev'esserci un errore. Dopo di che Charlie chiuse la
porta e si volse. Con la coda dell'occhio vide che la
moglie si era sollevata dai cuscini. Brevemente,
perch poteva darsi che non fosse sveglia del tutto,
Charlie disse: Era un signore. Doveva essere ubriaco.
A queste parole lei si riadagi sui cuscini, e anche lui
torn a letto.
Ma non appena si distese tra le coltri fu preso da
una terribile agitazione; sent che gli era accaduto
qualcosa di irreparabile. Per un poco non riusc a capire
di che cosa si trattasse, n se fosse qualcosa di
buono o di cattivo. Era come se la luce abbagliante di
un faro l'avesse centrato in pieno e fosse passata via,
lasciandolo abbacinato. Poi, lentamente, quell'impressione
prese forma e consistenza, e si fece riconoscere
con un dolore cos insostenibile che lo squass
come uno spasimo.
Perch quella, lo sapeva, era la gloria, il significato
e la chiave della vita. Il giovanotto col garofano
la possedeva. E quell'infinita felicit che si irradiava
dal suo viso esisteva, in qualche parte del mondo la
si poteva trovare. Il giovanotto conosceva la strada
per arrivarci, ma lui, invece, lui l'aveva perduta. In
un tempo lontano, cos gli sembrava, anche lui aveva
conosciuto quella strada, ma poi aveva mollato la presa,
ed ecco dov'era finito, condannato per sempre.
O Dio, Dio del cielo, in quale momento il suo cammino
si era allontanato da quello del giovanotto col
garofano?
Adesso vedeva chiaramente che la tristezza delle
ultime settimane non era che il presagio di questa totale
perdizione. Nella sua agonia, perch era veramente
nelle spire della morte, cerc un appiglio qualsiasi,
e annaspando nella tenebra fin con l'aggrapparsi ad
alcune delle pi entusiastiche recensioni del suo libro.
Subito la sua mente se ne ritrasse come fossero
state roventi. Proprio di l, infatti, veniva la sua rovina
e la sua dannazione: dai recensori, dagli editori,
dal pubblico, e da sua moglie. Erano loro a volere
i libri, e pur di arrivare allo scopo avrebbero trasformato
un essere umano in carta stampata. Si era
lasciato sedurre dalle creature meno seducenti del
mondo; e quelle lo avevano costretto a vendere la
sua anima ad un prezzo che era gi di per s una condanna.
Io sparger la zizzania tra lo scrittore ed i
lettori, e tra il loro seme ed il seme tuo pens. Tu
tenderai insidie al loro calcagno, ma essi schiacceranno
la tua testa. Non c'era da stupirsi che Dio
non lo amasse pi, perch lui, di sua spontanea volont,
aveva preferito alle cose del Signore - la luna,
il mare, l'amicizia, le lotte - le parole che le definiscono.
Poteva anche starsene seduto in una stanza
a scrivere quelle parole che i critici avrebbero osannato;
ma fuori, nel corridoio, la strada del giovanotto
col garofano si tuffava nella luce che donava a quel
viso il suo splendore.
Non sapeva da quanto tempo giacesse cos nel letto;
gli sembrava di aver pianto, ma i suoi occhi erano
asciutti. Alla fine si addorment di colpo, e dorm
per un minuto. Quando riaperse gli occhi era calmissimo,
deciso. Doveva andarsene. Avrebbe salvato
se stesso, e sarebbe andato alla ricerca di quella felicit
che, chiss dove, esisteva di certo. Sarebbe andato
in capo al mondo, pur di trovarla; forse la soluzione
migliore era proprio di andare direttamente in capo
al mondo. Ora sarebbe andato al porto alla ricerca
di una nave che lo portasse lontano. Al pensiero della
nave si calm.
Rimase a letto ancora un'ora, poi si alz e si vest.
Intanto si domandava che cosa avesse pensato di lui
il giovanotto col garofano. Di certo, disse tra s e s,
avr pensato: Ah, le pauvre petit bonhomme  la robe
de chambre verte. Rifece piano piano la valigia; il
manoscritto pens a tutta prima di lasciarlo l, poi lo
prese, col proposito di buttarlo in mare e di assistere
alla sua distruzione. Mentre stava per uscire dalla
camera si ricord della moglie. Non era bello lasciare
per sempre una donna addormentata, senza una sola
parola d'addio. Teseo l'aveva fatto, ricord. Ma il difficile
era trovare quella parola di addio. Alla fine, restando
in piedi e appoggiandosi alla toletta, scrisse
su una pagina del suo manoscritto: Sono andato via.
Perdonami, se ti  possibile. Poi scese. Il portiere,
nella sua guardiola, sonnecchiava davanti a un giornale.
Non lo rivedr pi pens Charlie, Non
aprir pi questa porta.
Quando usc, il vento si era calmato, pioveva, e la
pioggia sussurrava e crepitava tutt'intorno a lui. Si
tolse il cappello; in un attimo ebbe i capelli fradici,
e la pioggia gli scorreva sul viso. C'era un significato
in quel tocco freddo e inatteso. Ripercorse la strada
per la quale era venuto, perch era l'unica strada di
Antwerp che conoscesse. Mentre camminava, ebbe
l'impressione che il mondo non fosse pi del tutto
indifferente alla sua presenza, e che in quel mondo
lui non fosse pi del tutto solo. I fenomeni dispersi
e dissociati dell'universo si stavano coagulando,
concentrandosi molto probabilmente nel diavolo in persona,
e il diavolo lo teneva stretto per la mano o per
i capelli.
Prima di quanto non si aspettasse giunse al porto
e si ferm sul molo, con la valigia in mano, a fissare
l'acqua. Era profonda e cupa, le luci dei fanali sulla
banchina vi guizzavano come serpentelli. Era salata:
questa fu la prima, intensa sensazione che prov al
suo cospetto. L'acqua piovana gli cadeva addosso dall'alto;
e laggi gli veniva incontro l'acqua salmastra.
Cos doveva essere. Rimase l per un pezzo, guardando
le navi. Su una di quelle navi sarebbe andato via.
Le loro sagome, nella notte piovosa, apparivano
gigantesche. Avevano i ventri colmi, ed erano pregne
di possibilit; erano portatrici di destini, superiori a
lui sotto ogni aspetto, con l'acqua che le circondava
da tutti i lati. Nuotavano; l'acqua salmastra le portava
dovunque volessero andare. Mentre le guardava, gli
parve che quelle enormi carcasse gli manifestassero
una sorta di solidariet; gli stavano comunicando un
messaggio, ma a tutta prima lui non cap quale fosse.
Poi decifr la parola: superficialit. Le navi erano
superficiali, e restavano alla superficie. In questo consisteva
il loro potere; per le navi il pericolo era di
andare al fondo delle cose, di incagliarsi. Erano anche
vuote, e il vuoto era il segreto del loro essere; finch
rimanevano vuote, gli abissi marini erano al loro servizio.
Un fiotto di felicit gonfi il cuore di Charlie;
dopo un istante rise nel buio.
Sorelle mie, pens da quanto tempo sarei dovuto
venire da voi! Belle, superficiali vagabonde, valorose,
galleggianti conquistatrici degli oceani! Angeli
vuoti e possenti, passer la vita a ringraziarvi. Dio vi
tiene a galla, mie grandi sorelle, e me con voi. Dio
salvi la nostra superficialit. Era fradicio, ormai; i
suoi capelli scintillavano leggermente, come i fianchi
delle navi sotto la pioggia. E d'ora in poi terr la
bocca chiusa pens. Nella mia vita ci sono state
fin troppe parole; ora non riesco pi nemmeno a ricordare
perch abbia parlato tanto. La verit delle
cose mi si  rivelata solo quando sono venuto qui e
sono rimasto muto sotto la pioggia. D'ora in poi non
parler pi, ma ascolter quello che mi diranno i marinai,
loro che conoscono bene le navi e si tengono
lontani dal fondo delle cose. Andr in capo al mondo,
e terr la bocca chiusa.
Aveva appena preso questa decisione quando un
uomo gli venne incontro lungo il molo e gli rivolse la
parola. State cercando una nave? disse. All'aspetto
sembrava un marinaio, pens Charlie, e anche una
scimmia bonaria. Era un uomo tarchiato, col viso segnato
dalle intemperie e la barba a collare. S
disse Charlie. Quale? domand il marinaio. Charlie
stava per rispondere : L'arca di No, via dal diluvio.
Ma si rese conto in tempo che sarebbe parsa una
risposta assurda. Vedete, disse voglio imbarcarmi
su una nave e fare un viaggio. Il marinaio sput
e si mise a ridere. Un viaggio? disse. Magnifico!
Stavate guardando l'acqua cos fisso che avrei giurato
che foste sul punto di buttarvi gi. Senti questa,
buttarmi gi io! disse Charlie. E allora mi avreste
salvato? Ma sta di fatto che siete arrivato troppo
tardi per salvarmi. Sareste dovuto capitare ieri notte,
allora s che sarebbe stato il momento giusto. Se ieri
notte non mi sono annegato continu  solo perch
non c'era l'acqua. Se l'acqua mi fosse venuta incontro
in quel momento! Qui c' l'acqua - va bene?
e qui c' l'uomo - va bene? Se l'acqua gli va incontro,
lui si annega. Tutto questo basta a dimostrare che il
pi grande dei poeti commette degli errori, e che non
si dovrebbe mai diventar poeti. A questo punto
il marinaio non ebbe pi dubbi : il giovane sconosciuto
era completamente ubriaco. D'accordo, ragazzo
mio, disse se per il momento ci avete ripensato
e non vi annegate pi, potete anche andarvene per la
vostra strada, e buonanotte a voi. Queste parole furono
una grossa delusione per Charlie, al quale sembrava
che la conversazione stesse prendendo un'ottima
piega. Ma sentite un momento, non potrei venire
con voi? domand. Io sto andando a bermi un
bicchiere di rum alla taverna della Croix du Midi
rispose il marinaio. Che idea splendida dichiar
Charlie;  una bella fortuna incontrare un uomo che
ha di queste idee.
Entrarono insieme nella taverna della Croix du
Midi, che era poco lontana, e l incontrarono altri
due marinai, che il compagno di Charlie conosceva e
gli present come il secondo ufficiale ed il commissario
di bordo. Lui era a sua volta capitano di una piccola
nave all'ncora fuori del porto. Charlie si mise la
mano in tasca e la trov piena del denaro che aveva
preso con s per il viaggio. Portate una bottiglia
del vostro rum migliore per questi signori, disse al
cameriere e una tazza di caff per me. Nello stato
d'animo in cui era, preferiva non bere liquori, anche
se i suoi compagni lo intimorivano; ma trovava difficile
spiegar loro il suo caso. Bevo caff perch ho
fatto... stava per dire: un voto, ma si trattenne a
tempo una scommessa. Su una nave c'era un vecchio
- che tra parentesi  mio zio - e lui ha scommesso
che non sarei riuscito a stare senza bere per un anno
intero; ma, se avessi vinto, la nave sarebbe stata mia.
E voi ci siete riuscito? domand il capitano.
Com' vero Iddio disse Charlie. Ho rifiutato un bicchiere
di acquavite meno di dodici ore fa, e se poc'anzi,
coi miei discorsi, vi sono potuto sembrare ubriaco,
 solo che l'odore del mare ha su di me un effetto inebriante.
Il secondo ufficiale domand: L'uomo che
ha scommesso con voi  un piccoletto con una gran
pancia e un occhio solo?. Mio zio, proprio lui!
proruppe Charlie. Allora l'ho conosciuto anch'io,
una volta che andavo a Rio disse il secondo ufficiale.
Voleva fare quella scommessa anche con me, ma
io non ho voluto saperne.
A questo punto fu portata la bottiglia, e Charlie
riemp i bicchieri. Si arrotol una sigaretta e aspir
golosamente l'aroma del rum e della stanza piena di
tepore. Alla luce discreta di un lampadario le facce
dei suoi tre nuovi amici splendevano lustre e cordiali.
In loro compagnia si sentiva onorato e felice,
e pensava: Ne sanno tanto pi di me!. Era molto
pallido, come sempre quando era agitato. Spero che
quel caff vi faccia bene gli augur il capitano.
A guardarvi, si direbbe che vi siate buscato un malanno.
No, ma ho avuto un grande dolore disse
Charlie. Gli altri fecero la faccia compunta e gli
domandarono che cosa gli fosse accaduto. Adesso vi
racconto rispose Charlie.  meglio che ne parli,
anche se fino a poco fa pensavo il contrario. Avevo
uno scimmiotto ammaestrato al quale volevo molto
bene; si chiamava Charlie. L'avevo comprato da una
vecchia che teneva un bordello a Hongkong, e fummo
costretti a portarlo via di nascosto, in pieno giorno:
le ragazze non avrebbero mai accettato di separarsene,
perch per loro era come un fratello. E anche
per me era come un fratello. Sapeva tutto ci che
pensavo e mi stava sempre accanto. Quando l'ho preso
gli erano gi stati insegnati molti giochetti, e molti
altri ne ha imparati mentre stava con me. Ma quando
sono tornato in patria, il cibo inglese non andava bene
per lui, e nemmeno la domestica inglese. Ha finito
con l'ammalarsi, ed  andato sempre peggiorando,
e un sabato sera mi  morto. Una vera sciagura
disse il capitano impietosito. Eh, s disse
Charlie. Quando al mondo c' una sola creatura che
vi stia a cuore, e questa  una scimmia, ed  morta, 
proprio una sciagura.
Prima che arrivassero gli altri due, il commissario
di bordo aveva raccontato qualche cosa al secondo ufficiale.
Adesso, perch la ascoltassero anche gli altri, la
raccont di nuovo. Era la storia crudele di una sua
traversata: tornava da Buenos Aires con un carico
di lana, ma dopo cinque giorni di bonaccia nella zona
equatoriale la nave aveva preso fuoco, e l'equipaggio,
dopo aver cercato per tutta la notte di domare
le fiamme, al mattino aveva preso posto sulle scialuppe
ed aveva abbandonato il relitto. Il commissario si era
ustionato le mani, tuttavia aveva continuato a remare
per tre giorni e tre notti di sguito, e quando finalmente
erano stati raccolti da un vapore che veniva
da Rotterdam la mano gli si era a tal punto gonfiata
intorno al remo che non era pi riuscito a stendere
i pollici. Allora mi guardai la mano disse e giurai
che se fossi riuscito a rivedere la terraferma, mi
portasse via il diavolo se tornavo a imbarcarmi. Gli
altri due annuirono gravemente e gli domandarono
dove fosse diretto. Io? disse il commissario. Devo
far rotta per Sydney.
Il secondo ufficiale descrisse una tempesta nella Baia,
e il capitano raccont di una tormenta nel Mare
del Nord in cui si era trovato quand'era ancora mozzo.
L'avevano messo alle pompe, raccont, e si erano
completamente dimenticati di lui; non osando sospendere
il suo lavoro, aveva pompato per undici ore di
fila. A quel punto, disse anch'io giurai di rimanere
a terra e di non tornare in mare mai pi.
Charlie ascoltava, e pensava: Questi sono uomini
saggi. Sanno quello che dicono. Perch le persone
che viaggiano per diletto quando il mare  calmo e
sorride bonario, e poi dicono di amarlo, non sanno
che cosa sia l'amore. Ad amarlo davvero sono i marinai,
che dal mare hanno subto angherie e crudelt
e che l'hanno maledetto e bestemmiato.  probabile
che questa legge valga anche per i mariti e per le
mogli. Imparer molte altre cose dai lupi di mare. Di
fronte a loro sono un bambino e uno stupido.
I tre marinai, nel vedere il giovane cos attento
e silenzioso, si resero conto della sua reverente ammirazione.
Lo presero per uno studentello, e furono lieti
di raccontargli le proprie esperienze. E si convinsero
che era anche un ottimo anfitrione, perch non smetteva
di riempire i loro bicchieri, e quando la prima
bottiglia fu vuota ne ordin una seconda. Charlie, per
ringraziarli delle loro storie, cant un paio di canzoni.
Aveva una bella voce, e quella sera la trov gradevole
anche lui; da molto tempo non cantava pi. La loro
cordialit andava aumentando. Il capitano gli diede
una manata sulla spalla e gli disse che era un ragazzo
sveglio e che di lui si poteva ancora fare un marinaio.
Ma quando, poco dopo, il capitano si mise a parlare
teneramente della moglie e dei figli, che aveva
appena lasciati, e il commissario, con orgoglio e commozione,
comunic ai compagni che negli ultimi venti
giorni due cameriere di taverna avevano messo al mondo
due coppie di gemelle, quattro bimbe dai capelli
rossi come quelli del padre, Charlie ricord la propria
moglie e si sent a disagio. Questi marinai, pens,
avevano tutta l'aria di saperci fare, con le loro donne.
Probabilmente nessuno dei tre aveva tanta paura della
propria moglie da darsela a gambe nel cuore della
notte. Se avessero saputo che lui l'aveva fatto, riflett,
non l'avrebbero pi stimato tanto.
I marinai erano convinti che Charlie fosse molto
pi giovane della sua et, e in loro compagnia egli
aveva finito col sentirsi talmente giovane che adesso
sua moglie gli sembrava pi una madre che una compagna.
La sua madre vera, bench fosse stata una rispettabile
commerciante, aveva avuto nelle vene qualche
goccia di sangue zingaresco, e nessuna delle repentine
decisioni del figlio l'aveva mai clta di sorpresa.
In realt, pens Charlie, in qualunque pelago
si trovasse, lei restava alla superficie, e vi nuotava maestosamente,
come un'oca orgogliosa, scura e corpulenta.
Se stanotte fosse andato da lei e le avesse confidato
la sua decisione d'imbarcarsi, non era escluso che quell'idea
potesse incontrare la sua entusiastica approvazione.
L'orgoglio e la gratitudine che egli aveva sempre
provato nei riguardi della donna anziana, adesso,
mentre beveva la sua ultima tazza di caff, si trasferirono
sulla giovane. Laura lo avrebbe capito e sostenuto.
Si sofferm qualche momento a valutare bene la
questione. Perch su questo punto l'esperienza gli aveva
insegnato ad essere molto cauto. Gli era gi capitato
di farsi trarre in inganno da una strana illusione
ottica. Quando le stava lontano, sua moglie finiva
col sembrargli un angelo custode che non gli avrebbe
mai fatto mancare comprensione e conforto. Ma
quando se la ritrovava davanti, faccia a faccia, era
un'estranea, e lui piombava in un mare di difficolt.
Ma quella notte tutto questo sembrava appartenere
al passato. Perch lui adesso aveva il potere; aveva al
suo fianco il mare e le navi, e davanti agli occhi il
giovanotto col garofano. Grandi immagini lo circondavano.
Qui, nella taverna della Croix du Midi, aveva
gi vissuto molte esperienze. Aveva assistito all'incendio
di una nave, a una tormenta di neve nel Mare del
Nord, e al ritorno del marinaio dalla moglie e dai
figli. Si sentiva cos potente che ora la figura di sua
moglie gli parve patetica. La ricord come l'aveva vista
poco prima, addormentata, inerte e serena, e il suo
candore, la sua ignoranza del mondo lo commossero.
Tutt'a un tratto si fece di fuoco al pensiero della lettera
che le aveva scritta. Sent che forse sarebbe andato
via col cuore pi leggero, se prima le avesse
spiegato tutto. Famiglia, pens dov' il tuo pungiglione?
Vita coniugale, dov' la tua vittoria?.
Rimase immobile a fissare il tavolo, dove un po' di
caff si era versato. I marinai non chiacchieravano pi
cos fitto, perch si erano accorti che lui non stava
ascoltando; alla fine tacquero. Non appena si accorse
di quel silenzio, Charlie torn alla realt. Sorrise agli
amici. Prima di tornare a casa, voglio raccontarvi
una storia. Una storia blu"1" disse.
C'era una volta cominci un vecchio inglese
immensamente ricco, che era stato gentiluomo di corte
e consigliere della Regina e che ormai, giunto a
tarda et, non aveva altro interesse che quello di far
collezione di antiche porcellane blu. A questo scopo
percorreva in lungo e in largo la Persia, il Giappone e
la Gina, sempre accompagnato dalla figlia, Lady Helena.
In una notte serena, mentre navigavano nel Mare
della Cina, scoppi un furioso incendio a bordo, e
tutti abbandonarono la nave cercando scampo nelle
scialuppe di salvataggio. Nel buio e nel trambusto il
vecchio gentiluomo non si trov pi la figlia accanto.
Lady Helena era salita sul ponte pi tardi degli altri,
e aveva trovato la nave deserta. All'ultimo istante
un giovane marinaio inglese la port di peso in una
scialuppa che era stata dimenticata. Ai due fuggitivi
sembrava che il fuoco li inseguisse incalzandoli da
ogni lato, perch il mare cupo era tutto scintillante di
riflessi, e quando alzarono gli occhi una stella cadente
rig il cielo come per tuffarsi nella barca. Rimasero
in mare nove giorni, finch non furono raccolti da
un mercantile olandese che li riport in Inghilterra.
Il vecchio Lord aveva creduto che la figlia fosse
morta. Ora pianse di gioia e la port immediatamente
in una stazione termale molto in voga perch potesse
riprendersi dalla terribile esperienza che le era
toccata. E convinto che per lei sarebbe stato mortificante
che un giovane marinaio, uno che si guadagnava
il pane sulle navi mercantili, potesse dire al mondo
intero di aver trascorso nove giorni su una barca con
la figlia di un Pari, diede al ragazzo una cospicua
somma e gli fece promettere che se ne sarebbe andato
a navigare nell'altro emisfero per non tornare mai
pi. "Quale beneficio ne verrebbe, infatti?" disse il
vecchio gentiluomo.
Quando Lady Helena si riprese, e le comunicarono
tutto ci che nel frattempo era accaduto a Corte
e nella sua famiglia, e alla fine le dissero anche come
il giovane marinaio fosse stato mandato via per sempre,
ci si accorse che la sua mente aveva sofferto della
prova a cui era stata sottoposta, e che nulla al mondo
pareva pi interessarla. La giovane non volle tornare
nel castello di suo padre, n frequentare la Corte, n
recarsi nelle gaie citt del continente. Una cosa soltanto
la attirava ancora: girare il mondo, come gi
aveva fatto suo padre prima di lei, per far collezione di
rarissime porcellane blu. Cos prese a viaggiare da
un paese all'altro, e il padre and con lei.
Durante queste sue peregrinazioni, Lady Helena
spiegava alle persone con le quali veniva in contatto
che era in cerca di una particolare tonalit di blu, e
che pur di averla era disposta a pagare qualunque
prezzo. Ma per quanto porcellane comprasse, brocche
e ciotole blu d'ogni specie, ogni volta, dopo un po',
finiva col respingerle dicendo: "Ahim, ahim, non
 il blu giusto". Dopo molti anni che navigavano da
un luogo all'altro, il padre le disse che forse il colore
che andava cercando non esisteva. "Mio Dio, pap",
ribatt lei "come puoi fare un'insinuazione cos perfida?
Deve pur esserne rimasto almeno un pochino,
dal tempo in cui tutto il mondo era blu".
Le sue due vecchie zie la imploravano di tornare
in Inghilterra, ancora decise a combinarle un gran
matrimonio. Ma lei rispondeva: "No, io non posso
smettere di andare per mare. Perch dovete sapere,
care zie, che sono tutte sciocchezze quelle che vi dicono
i grandi scienziati, quando sostengono che gli
oceani hanno un fondo.  vero il contrario: l'acqua,
che  il pi nobile degli elementi, attraversa tutta la
terra, e il nostro pianeta in realt galleggia nell'etere
come una bolla di sapone. E in quell'acqua, nell'altro
emisfero, fa rotta una nave con la quale io devo
procedere di pari passo. Noi due, nel mare profondo,
siamo come il riflesso l'una dell'altra, e la nave di cui
parlo sta sempre esattamente sotto la mia nave, dalla
parte opposta del globo. Voi non avete mai visto un
grosso pesce quando nuota sotto una barca, un'ombra
di un blu cupo che la segue nell'acqua. Ma proprio
cos procede questa nave, come l'ombra della mia nave,
e dovunque io vada me la tiro dietro, come la luna
si tira dietro le maree, per tutto il globo terrestre.
Se io smettessi di navigare, che ne sarebbe di quei
poveri marinai che si guadagnano il pane sulle navi
mercantili? Ma vi confider un segreto" disse. "Alla
fine la mia nave andr gi sino al centro della terra, e
nello stesso preciso istante anche l'altra nave affonder
- perch questa  la parola che la gente usa, affondare,
anche se posso garantirvi che nel mare non esiste
n un sopra n un sotto - e l, nel cuore della
terra, noi due ci incontreremo".
Passarono molti anni, il vecchio Pari mor, e Lady
Helena divenne a sua volta vecchia e sorda, senza
per questo smettere di andar per mare. E un bel giorno,
dopo che era avvenuto il saccheggio del palazzo
d'estate dell'Imperatore della Cina, ecco che un mercante
le port un antichissimo vaso blu. Non appena
ella lo vide gett un grido terribile. "Eccolo!" proruppe.
"L'ho trovato, finalmente! Questo  il blu
vero. Oh, quanta allegria mette nel cuore! Oh,  frizzante
come una brezza, profondo come un profondo
segreto, pieno come non dico che cosa". Con mani
tremanti si strinse il vaso al petto, e per sei ore di fila
rimase a contemplarlo estatica. Dopo, disse al suo
medico e alla sua dama di compagnia: "Ora posso
morire. E quando sar morta, dovrete togliermi il
cuore dal petto e metterlo nel vaso blu. Perch allora
tutto sar come allora. Intorno a me tutto sar blu, e
al centro del mondo blu il mio cuore sar innocente
e libero, e batter sommesso, come una scia che canta
piano, come le gocce che cadono dal remo". Un po'
pi tardi domand: "Non  dolce pensare che se soltanto
si ha un po' di pazienza, tutto quello che 
stato ci verr restituito?". E subito dopo la vecchia signora
mor.
A quel punto il gruppetto si divise, i marinai si
congedarono da Charlie con una stretta di mano ringraziandolo
del rum e della sua storia. Charlie augur
a tutti e tre buona fortuna. Avete dimenticato
il vostro bagaglio disse il capitano, e prese la
valigia nella quale c'era il manoscritto. No, disse
Charlie voglio che la teniate voi, visto che dobbiamo
imbarcarci insieme. Il capitano guard le iniziali
sulla valigia.  pesante disse. C' qualcosa di valore,
dentro?. S,  pesante, che Dio mi aiuti, disse
Charlie ma non succeder pi. La prossima volta
sar vuota. Si fece dire dal capitano il nome della
sua nave, poi si accomiat da lui.
Quando usc all'aperto, vide con stupore che era
quasi mattina. I lampioni, in una lunga, sparuta fila,
drizzavano nell'aria grigia le loro teste malinconiche.
Una ragazza snella dai grandi occhi neri, che aveva
continuato a camminare su e gi davanti alla taverna,
gli si avvicin e gli rivolse la parola, poi, visto
che lui non le rispondeva, ripet il proprio invito
in inglese. Charlie la guard. Anche lei appartiene
alle navi, pens e come i molluschi e le alghe che
si attaccano alle loro chiglie. Quanti bravi marinai,
che pure erano scampati agli abissi, sono affondati
dentro di leil E tuttavia lei non corre pericolo di
incagliarsi, e se vado con lei sar salvo. Si mise la
mano in tasca, ma non vi trov che uno scellino. Mi
concedete l'equivalente di uno scellino? domand
alla ragazza. Lei lo fissava. Non mut espressione
quando lui le prese la mano, le tir gi il guanto consunto
e premette le labbra e la lingua contro il suo
palmo, ruvido e squamoso come la pelle di un pesce.
Poi lasci andare quella mano, vi depose lo scellino
e si allontan.
Percorse per la terza volta la strada che collegava
il porto all'Hotel Regina. La citt si stava svegliando;
Charlie incontr alcune persone e dei carri. Le
finestre dell'albergo erano illuminate. Quando entr
nell'atrio non c'era nessuno, e stava per salire nella
sua camera allorch, attraverso una porta a vetri, vide
sua moglie l accanto, in una piccola sala da pranzo
dalle luci accese. Cos la raggiunse.
Non appena Laura lo scorse, il viso le si illumin
di gioia. Oh, sei arrivato! proruppe. Charlie chin
la testa, ed era sul punto di prenderle la mano per
posarvi le labbra quando lei gli domand: Come
mai hai fatto cos tardi?. Ho fatto tardi? esclam
Charlie, molto meravigliato di quella domanda, anche
perch aveva completamente perduto la nozione
del tempo. Guard l'orologio sulla mensola del camino
e disse: Sono soltanto le sette e dieci. S,
ma io credevo che saresti arrivato prima! rispose
lei. Mi sono alzata per essere pronta al tuo arrivo.
Charlie si sedette accanto al tavolo. Non le rispose,
perch non sapeva proprio che cosa dirle. Possibile
pens che abbia la forza d'animo di accettare
il mio ritorno in questo modo?.
Vuoi un po' di caff? disse Laura. No, grazie
rispose Charlie. L'ho gi preso. Volse lo sguardo
per la stanza. Sebbene fosse quasi giorno chiaro e
le persiane fossero aperte, le lampade a gas erano ancora
accese, e a lui, sin dall'infanzia, questo era sempre
parso un vero lusso. Il fuoco nel caminetto baluginava
su un tappeto di Bruxelles un po' logoro e
sulle poltrone di felpa rossa. Sua moglie stava mangiando
un uovo. Da bambino lui ne mangiava uno
la domenica mattina. Tutta la stanza, fragrante di caff
e di pane fresco, con la tovaglia candida e il bricco
splendente, prese ai suoi occhi un'aria da mattino
di festa. Osserv la moglie. Indossava il mantello da
viaggio grigio e aveva posato il cappello accanto a
s; i capelli biondi, raccolti in una rete, brillavano sotto
la luce della lampada. Anch'ella, nel modo che le
era particolare, splendeva tutta, da lei emanava una
limpida luce, e pareva che nulla avrebbe mai potuto
smuoverla da quel divano: l'unico oggetto stabile in
un mondo turbolento.
Un'idea gli attravers la mente:  come un faro,
pens il solido, maestoso faro che emette la sua
luce amica. A tutte le navi esso dice: "State lontane
da me". Perch dove si innalza il faro ci sono le secche,
e gli scogli. Per tutto ci che galleggia, avvicinarsi
equivale a morire. In quel momento ella alz
lo sguardo, e i suoi occhi incontrarono quelli di lui.
A che cosa pensi? fu la sua domanda. Charlie decise:
Ora le dico tutto.  meglio essere sincero con
lei, d'ora in avanti, e dirle la verit. E cos le disse,
lentamente : Stavo pensando che per me, nella vita,
tu sei come un faro. Una luce costante, che mi indica
la rotta da seguire. Lei lo fiss un momento, poi distolse
lo sguardo, e gli occhi le si colmarono di lacrime.
All'idea che si mettesse a piangere, nonostante
tutto il coraggio che aveva dimostrato sino allora, lui
fu preso dal panico. Saliamo in camera nostra propose,
perch, una volta soli, sarebbe stato pi facile
spiegarle tutto.
Salirono insieme, e quelle scale, che la notte prima
gli erano sembrate tanto lunghe e faticose, stavolta
furono cos agevoli che la moglie dovette fermarlo:
No, dove stai andando? Ci siamo. Lo precedette
lungo il corridoio e apr la porta della loro
stanza.
Per prima cosa lui not che nell'aria non c'era pi
profumo di violette. Che in un impeto di rabbia lei
le avesse gettate via? O che fossero appassite tutte,
quando lui se n'era andato? Laura gli si avvicin, gli
mise una mano sulla spalla e vi pos la guancia. Al
di sopra dei suoi capelli biondi racchiusi nella rete
lui si guard intorno, e di colpo si irrigid. Perch
la toletta sulla quale, la notte prima, aveva lasciato
il suo messaggio per la moglie, adesso stava in un altro
punto della stanza, e anche il letto, scopr, il letto
nel quale si era disteso. Nell'angolo, adesso, faceva
bella mostra di s una grande specchiera che prima
non c'era. Quella non era la sua stanza. Not rapidamente
altri particolari. Il letto non era pi sovrastato
dal baldacchino, e sulla parete, sopra la testiera, c'era
un'acquaforte della Famiglia Reale belga che lui non
aveva mai visto. Stanotte hai dormito qui? le domand.
S, rispose Laura ma non bene. Quando
non ti ho visto arrivare mi sono preoccupata. Ho temuto
che tu avessi una brutta traversata. Nessuno
 venuto a disturbarti? insist Charlie. No rispose
lei. Avevo chiuso la porta a chiave. E sono certa
che questo  un albergo tranquillo.
Nel riandare agli avvenimenti della notte con l'occhio
esperto dello scrittore di romanzi, Charlie ne fu
turbato come se facessero parte dei suoi stessi libri.
Tir un gran sospiro. Dio onnipotente, disse dal
profondo del cuore come il cielo  pi sublime della
terra, cos i tuoi racconti sono pi sublimi dei nostri
racconti.
Riesamin tutti i particolari, lentamente e senza
incertezze, come un matematico sviluppa e risolve una
equazione. Prima di tutto sent, come stille di miele
sulla lingua, il desiderio e il trionfo del giovanotto
col garofano. Poi, come la stretta di una mano intorno
alla gola, ma non certo con minore godimento artistico,
sent il terrore della signora nel letto. Come
se fosse lui stesso una donna, ebbe la netta impressione
di sentire il proprio cuore che di colpo cessava
di battere sotto due giovani seni rigogliosi. Rest perfettamente
immobile, tutto assorto nei propri pensieri,
ma il suo viso prese una tale espressione di ridente
ed estatica gioia che sua moglie, nell'alzare la
testa dalla sua spalla, gli domand stupita: E adesso,
a che cosa stai pensando?.
Con la faccia ancora radiosa, Charlie le prese la
mano. Sto pensando disse molto lentamente al
Giardino dell'Eden, e agli angeli con la spada fiammeggiante.
No, continu con lo stesso tono sto pensando
a Ero e Leandro. A Romeo e Giulietta. A Teseo
e ad Arianna, e anche al Minotauro. Cara, hai mai
cercato di immaginarti come si sentisse il Minotauro
in quell'occasione?.
Sicch ti prepari a scrivere una storia, d'amore,
Trovatore? gli domand lei, ricambiandogli il sorriso.
L per l lui non rispose; lasci la sua mano, e solo
dopo un istante le domand: Cosa hai detto?. Ti
ho domandato se ti stai preparando a scrivere una
storia d'amore ripet la moglie timidamente.
Charlie si allontan da lei, and vicino al tavolo e vi si appoggi
con la mano.
La luce che lo aveva abbacinato la notte prima
stava tornando, e stavolta si irradiava da ogni lato
- anche dal suo faro, pens confusamente. Ma la notte
prima si era diffusa verso l'esterno, sul mondo infinito,
mentre in quel momento era rivolta verso l'interno,
e stava illuminando la camera dell'Hotel Regina.
Era abbagliante; gli parve che, immerso in quella
luce, lui dovesse vedersi come lo vedeva Dio, e sgomento
da quella prova dovette appoggiarsi al tavolo.
E allora, mentre era l fermo, ebbe inizio un suo
dialogo col Signore.
Il Signore disse: Tua moglie ti ha domandato due
volte se ti stai preparando a scrivere una storia d'amore.
Credi che sia proprio questo che intendi fare?.
S,  molto probabile disse Charlie. E sar un
racconto sublime e delizioso, che continuer a vivere
nei cuori dei giovani amanti? domand il Signore.
S, penso di s disse Charlie. E questo ti basta?
domand il Signore.
Oh, Signore, come puoi domandarmi una cosa simile?
proruppe Charlie. Come puoi pretendere
che ti risponda di s? Non sono un essere umano, forse?
E come potrei scrivere una storia d'amore senza desiderare
quell'amore che ti afferra e ti avvince, e la
morbidezza e il tepore del corpo di una giovane donna
tra le braccia?. Tutto questo te l'ho dato ieri notte
disse il Signore. Sei stato tu a saltar fuori dal
letto per andartene sino in capo al mondo. S,
questo  vero disse Charlie. E tu te ne stavi l a
guardare ed hai trovato tutto molto divertente, non
 cos? Hai intenzione di rifarmelo? Devo essere, per
tutta l'eternit, quello che giace con l'amante del giovanotto
col garofano - e a proposito, che ne  stato
di lei, e come far a spiegargli la situazione? Quello
che  andato via, dopo averle scritto: "Sono andato
via. Perdonami, se ti  possibile". S disse il
Signore.
No, proruppe Charlie visto che siamo in argomento,
devi dirmi se mentre scrivo della bellezza
delle giovani donne sono destinato ad avere, dalle donne
vere, soltanto l'equivalente di uno scellino e niente
pi. S disse il Signore. E deve bastarti.
Charlie stava tracciando col dito un ghirigoro sul
tavolo; non disse nulla. Pareva che il discorso fosse
finito l, ma il Signore riprese a parlare.
Chi ha fatto le navi, Charlie? domand. Be',
questo non lo so, disse Charlie le hai fatte tu?.
S, disse il Signore io ho fatto le navi sulle loro
chiglie, e tutte le cose che galleggiano. La luna che
naviga nel cielo, i mondi che ruotano nell'universo,
le maree, le generazioni, le mode. Mi fai proprio ridere,
perch io ti ho dato un intero mondo su cui
navigare e fluttuare, e tu ti sei arenato qui, in una
stanza dell'Hotel Regina, per attaccar briga.
S, disse ancora il Signore facciamo un patto,
tu ed io. Per parte mia, ti dar soltanto quei dispiaceri
di cui hai bisogno per scrivere i tuoi libri. Oh,
senti questa! disse Charlie. Che cosa hai detto?
domand il Signore. Pretenderesti meno di cos?.
Io non ho detto niente rispose Charlie. Ma i libri
li dovrai scrivere disse il Signore, Perch sono
io a volere che siano scritti. Non il pubblico, e tanto
meno i critici, ma IO!. Posso esserne certo?
domand Charlie. Non sempre disse il Signore. Non
ne sarai sempre certo. Ma adesso io ti dico che 
cos. Tu dovrai aggrapparti a questo. Oh, buon
Dio disse Charlie. Stai forse per ringraziarmi di
quello che ho fatto per te stanotte? disse il Signore.
Io credo che sar meglio lasciare le cose come
stanno, e non parlarne pi disse Charlie.
Sua moglie and ad aprire la finestra. L'aria fredda
e umida del mattino si rivers nella stanza, portando
con s, fra lo strepito dei carri gi in strada, le voci
umane ed un gran coro di passeri, l'odore del fumo e
del letame.
Non appena Charlie ebbe concluso il suo dialogo
con Dio, e lo aveva ancora cos vivido nella mente che
avrebbe potuto scriverlo parola per parola, and alla
finestra e guard fuori. I colori mattutini della citt
grigia erano freschi e delicati, e nel cielo vibrava una
timida promessa di sole. C'era un gran viavai di gente;
una giovane donna in pantofole, avvolta in uno
scialle azzurro, si allontanava rapida lungo la strada;
e l'omnibus dell'albergo, tirato da un cavallo bianco,
si era fermato davanti alla porta, mentre il portiere
aiutava i passeggeri a scendere e tirava gi i bagagli.
Charlie fissava la strada, lontanissima sotto di lui.
Ma di una cosa devo ringraziare Dio pens.
Che non ho nemmeno toccato ci che apparteneva a
mio fratello, il giovanotto col garofano. Bastava che
allungassi una mano, ma non l'ho fatto. Rimase per
un poco alla finestra e vide l'omnibus allontanarsi.
Dov'era, si domand, tra le case di quel mattino madreperlaceo,
dov'era adesso il giovanotto della notte
prima?
Oh, il giovanotto pens, Ah, le pauvre jeune
homme  l'oillet!.

Note.

1. L'inglese blue significa anche triste {N.d.T.}.
...
IL CAMPO DEL DOLORE.

Il basso e ondulato paesaggio danese era silenzioso
e sereno, misteriosamente desto nell'ora che precede
il levar del sole. Non c'era una nube nel cielo pallido,
non un'ombra nel perlaceo crepuscolo che avvolgeva
i prati, le colline ed i boschi. La bruma si stava
alzando dalle valli e dalle gole, l'aria era fresca,
l'erba e le foglie stillanti di rugiada. Non guardata
dagli occhi dell'uomo, e non disturbata dalla sua attivit,
la campagna respirava una vita senza tempo, per
la quale le parole erano inadeguate.
Eppure da mille anni, su quella terra, viveva una
razza umana che era stata formata da quel suolo e da
quel clima, e che quella terra aveva segnata con i propri
pensieri, al punto che nessuno ormai avrebbe potuto
dire dove finisse l'esistenza dell'una e cominciasse
quella dell'altra. Il sottile nastro grigio di una strada
che serpeggiava lungo la pianura e su e gi per i
colli era la materializzazione concreta del desiderio
umano, e dell'umana certezza, che  meglio stare in
un posto anzich in un altro.
Chi fosse nato in quei luoghi avrebbe letto quel
vasto paesaggio come un libro. Il mosaico irregolare
dei prati e dei campi di cereali era un quadro - screziato
di tenui pennellate gialle e verdi - della lotta
che la gente sosteneva per il pane quotidiano; i secoli
le avevano insegnato ad arare ed a seminare in quel
modo. Su una collina lontana le ali immobili di un
mulino a vento, una piccola croce azzurra contro il
cielo, segnavano una delle tappe successive dell'evoluzione
del pane. Il profilo confuso dei tetti di paglia
- una bassa, bruna escrescenza della terra - l dove si
accalcavano le casupole del villaggio, raccontava dalla
culla alla tomba la storia del contadino, la creatura
pi vicina alla terra e che pi ne dipende, prospero
in un anno fertile ed alle soglie della morte negli anni
di siccit e di calamitosi flagelli.
Un po' pi in alto, circondata dalla tenue linea
orizzontale del muro calcinato del cimitero, e con
al fianco il susseguirsi verticale degli alti pioppi, la
chiesa dal tetto di tegole rosse testimoniava, fin dove
giungeva lo sguardo, che quello era un paese cristiano.
Chi era nato in quei luoghi la conosceva come una
strana casa, abitata soltanto per poche ore ogni sette
giorni, ma dotata di una voce forte e limpida per annunciare
le gioie ed i dolori della terra: una semplice,
squadrata rappresentazione della fiducia del paese nella
giustizia e nella misericordia del cielo. Ma nel punto
in cui, tra boschetti e macchie tondeggianti, svettava
nell'aria l'altera siluetta piramidale dei filari di
tigli, l c'era un grande maniero.
Chi era nato in quei luoghi avrebbe letto molte
cose in quegli eleganti simboli geometrici che spiccavano
sull'azzurro brumoso. Parlavano di potere, quei
tigli schierati intorno a una fortezza. L era stato deciso
il destino della terra circostante e degli uomini
e delle bestie che la abitavano, e il contadino alzava
gli occhi con timoroso rispetto verso quelle verdi piramidi.
Esse parlavano di dignit, di decoro e di gusto.
Il suolo danese non produsse mai fiore pi bello
della signorile dimora alla quale portava il lungo viale
alberato. Nelle sue stanze maestose la vita e la morte
si portavano con grazia imponente. Il maniero non
guardava verso l'alto, come la chiesa, n teneva lo
sguardo al suolo come le casupole; aveva sulla terra
un pi ampio orizzonte, ed era imparentato con gran
parte dell'architettura aristocratica di tutta l'Europa.
A ornarlo di pannelli e di stucchi erano stati chiamati
artigiani stranieri, e i suoi abitanti giravano il
mondo in lungo e in largo e ne riportavano idee, mode
ed oggetti d'arte. Quadri, arazzi, argenti e cristalli
di lontani paesi avevano finito con l'acclimatarsi, e ormai
facevano parte della vita di campagna danese.
La grande casa era solidamente radicata nel suolo
della Danimarca quanto le casupole dei contadini, e
non meno di loro fedelmente alleata ai quattro venti
e alle mutevoli stagioni del paese, alla vita dei suoi
animali, ai suoi alberi e ai suoi fiori. Ma gli interessi
del maniero erano su un piano pi alto. Entro
il dominio dei tigli, i pensieri e i discorsi non si aggiravano
pi sulle mucche, le pecore ed i maiali, ma sui
cavalli e sui segugi. La fauna allo stato brado, la selvaggina
del paese, contro la quale il contadino agitava
il pugno al solo vederla nel suo campo di segale ancora
verde o tra le sue spighe di grano che cominciavano
a germogliare, per i residenti dei manieri era la
principale occupazione e la vera gioia della vita.
Ci che era scritto nel cielo proclamava solennemente
la continuit, una immortalit sulla terra. I
grandi manieri tenevano duro da molte generazioni.
Le famiglie che vivevano tra quelle mura nutrivano
per il passato lo stesso rispetto che avevano per la
propria stirpe, perch la storia della Danimarca era
la loro storia.
Fin dove la gente riusciva a ricordare, a Rosenholm
c'era sempre stato un Rosenkrantz, a Hverringe un
Juel, a Gammel-Estrup uno Skeel. Costoro avevano
visto succedersi case regnanti e stili accademici, e -
con orgoglio e umilt - avevano anteposto l'esistenza
della loro terra alla propria esistenza personale, sicch
tra i loro pari e presso i contadini erano conosciuti
col nome dei loro possedimenti: Rosenholm,
Hverringe, Gammel-Estrup. Per il re e per il paese,
per la famiglia e per lo stesso castellano era del tutto
secondario sapere quale particolare Rosenkrantz, Juel
o Skeel, di una lunga serie di padri e di figli, incarnasse
in quel momento nella propria persona i campi
e i boschi, i contadini, il bestiame e la selvaggina della
tenuta. Molti doveri gravavano sulle spalle dei grandi
proprietari terrieri - verso Dio onnipotente, verso il
re, verso i vicini e verso se stessi - e tutti armonicamente
radicati nella convinzione del dovere verso la
terra. Sommo tra tutti gli altri era il dovere di perpetuare
la sacra continuit della schiatta, e di dar
vita ad un nuovo Rosenkrantz, Juel o Skeel che si prodigasse
per Rosenholm, Hverringe e Gammel-Estrup.
La grazia femminile era molto apprezzata nei castelli
feudali. Insieme con la buona caccia e il vino
pregiato, era la gemma e l'emblema della nobile esistenza
che si svolgeva in quei luoghi, e sotto molti
aspetti le famiglie andavano orgogliose pi delle figlie
che dei figli maschi.
Le dame che passeggiavano lungo i viali di tigli, o
li percorrevano su grandi carrozze tirate da due pariglie
di cavalli, portavano nel grembo il futuro di quegli
aristocratici nomi, e sostenevano i loro casati come
dignitose, bonarie cariatidi. Erano anch'esse consapevoli
del proprio valore, tenevano alto il proprio prezzo,
e si muovevano in un nimbo di leggiadra adorazione,
che ricevevano dagli altri e tributavano a se
stesse. Si poteva persino supporre che vi aggiungessero,
di propria iniziativa, un'aggraziata, maliziosa,
paradossale arroganza. A qual punto erano libere,
infatti, e a qual punto potenti I I loro signori potevano
governare il paese e concedersi molti privilegi, ma
quando si arrivava alla suprema questione della legittima
discendenza, che era il principio vitale del loro
mondo, su di loro, le dame, poggiava il centro di
gravit.
I tigli erano in fiore. Ma in quel primo accenno di
luce soltanto una tenue fragranza fluttuava nel giardino,
un aereo messaggio, un'eco profumata dei sogni
trascorsi nella breve notte estiva.
In un lungo viale che partiva dalla casa e attraversava
tutto il giardino, raggiungendo poi, laggi in fondo,
un piccolo padiglione bianco di stile classico di
dove si godeva un'ampia vista sui campi, passeggiava
un giovane. Era vestito semplicemente, di marrone rischiarato
da bei lini e merletti, la testa nuda coi capelli
legati da un nastro. Era bruno, con una figura
robusta e vigorosa, begli occhi e belle mani; zoppicava
leggermente.
Il grande maniero in cima al viale, il giardino e i
campi, erano stati il paradiso della sua infanzia. Ma
lui aveva viaggiato molto, era vissuto fuori della Danimarca,
a Roma e a Parigi, e attualmente era incaricato
presso la Legazione Danese alla corte di Re
Giorgio, il fratello della giovane e sventurata regina
di Danimarca morta poco tempo prima. Da nove anni
non vedeva la dimora dei suoi avi, e gli veniva un po'
da ridere nel constatare che tutto era tanto pi piccolo
di come lo ricordava, ma insieme si sentiva stranamente
commosso da quel nuovo incontro. I morti venivano
ad accoglierlo sorridendo; un bambino con
un gran colletto lo sorpass di corsa reggendo un cerchio
e l'aquilone, e nel passare lo guard con occhi
limpidi, domandandogli con uno scoppio di risa:
Vorresti dire che tu sei me?. Lui cerc di rincorrerlo
per rispondergli: S, ti assicuro che sono te,
ma la figurina svelta non aspett la risposta.
Il giovane, che si chiamava Adam, era in un rapporto
particolare col maniero e con la terra. Per sei
mesi era stato l'erede di tutto; nominalmente lo era
ancora. Era stata questa circostanza a farlo tornare
dall'Inghilterra, e mentre lentamente percorreva il viale,
proprio su quei fatti si soffermavano i suoi pensieri.
Il vecchio signore del castello, fratello di suo padre,
aveva avuto una vita familiare molto infelice. Sua
moglie era morta giovane, e due dei suoi figli erano
spirati nella prima infanzia. L'unico figlio rimastogli,
il compagno di giochi del cugino, era un ragazzo malaticcio
e malinconico. Per dieci anni il padre non
aveva fatto che trasferirsi da una stazione climatica
all'altra, in Germania e in Italia, quasi sempre senz'altra
compagnia che quella del suo taciturno figliolo
moribondo, difendendo con, ambo le mani la tenue
fiamma della sua vita, perch a tempo debito potesse
dar vita ad un nuovo discendente della loro stirpe. E
nello stesso periodo lo aveva colpito un'altra sventura:
era caduto in disgrazia a Corte, dove fino a quel
momento aveva goduto del massimo favore. Proprio
quando stava per ristabilire il prestigio della famiglia,
grazie al matrimonio che aveva combinato per il figliolo,
il fidanzato, non ancora ventenne, era morto
prima che le nozze potessero aver luogo.
Adam era in Inghilterra quando fu informato della
morte del cugino, e delle proprie mutate fortune, dalla
sua ambiziosa e trionfante madre. Rimase a lungo
con la sua lettera in mano, domandandosi che valore
avesse per lui tutto ci.
Se quegli avvenimenti fossero accaduti quando era
ancora bambino in Danimarca, rifletteva, per lui avrebbero
avuto un'enorme importanza. E se i suoi
amici e i suoi compagni di scuola si fossero trovati
al suo posto, sarebbe stato cos anche per loro, e in
quel preciso momento si sarebbero di certo congratulati
con lui o gli avrebbero invidiato la sua fortuna.
Ma lui, per indole, non era n avido n vanitoso;
aveva fiducia nelle proprie doti, e la consapevolezza
di dover contare sulle proprie capacit per riuscire
nella vita lo rallegrava. La sua lieve imperfezione
fisica lo aveva sempre tenuto un po' in disparte dagli
altri ragazzi; forse, di fronte a molte cose della vita,
gli aveva dato una sensibilit pi affinata, tanto che
adesso non gli sembrava del tutto giusto che a rappresentare
la casata ci fosse un uomo con una gamba
zoppa. E neppure le sue prospettive gli apparivano
nella stessa luce in cui le vedeva la sua famiglia in Danimarca.
In Inghilterra aveva conosciuto un fasto e
un'opulenza che loro nemmeno si sognavano; aveva
avuto una fortunata e felice relazione con una dama
inglese di cos alti natali e cos immense ricchezze che
la pi bella propriet terriera di Danimarca, ne era
certo, le sarebbe sembrata una fattoria giocattolo.
E in Inghilterra aveva avuto la possibilit di conoscere
le nuove grandi idee dell'epoca: sulla natura,
i diritti e la libert dell'uomo, sulla giustizia e
la bellezza. Grazie a quelle idee, l'universo era diventato
per lui infinitamente pi vasto; voleva scoprirne
ancora di pi, e aveva in animo di andare in America,
nel nuovo mondo. Per un istante si era sentito preso
in trappola e imprigionato, come se i morti della sua
stirpe tendessero dalla cripta di famiglia le loro braccia
mummificate per afferrarlo.
Ma al tempo stesso, di notte, aveva cominciato a
sognare la vecchia casa e il giardino. In sogno camminava
per quei viali, e sentiva il profumo dei tigli fioriti.
Quando, a Ranelagh, una vecchia zingara gli aveva
letto la mano predicendogli che un figlio suo si
sarebbe installato nella dimora dei suoi avi, egli aveva
provato tutt'a un tratto una profonda soddisfazione,
molto bizzarra in un giovane che sino a quel momento
non si era mai dato pensiero dei propri figli
futuri.
Poi, sei mesi dopo, sua madre gli aveva scritto
di nuovo per comunicargli che lo zio aveva sposato lui
stesso la fanciulla destinata al figliolo morto. Il capo
del loro casato era ancora vegeto, non aveva superato
i sessant'anni, e sebbene Adam lo ricordasse piccolo
e mingherlino nella persona, era un uomo vigoroso;
era probabile che la giovane sposa gli desse dei figli.
La madre di Adam, accecata dalla delusione, aveva
addossato a lui tutta la colpa. Se fosse tornato in Danimarca,
l'aveva rimproverato, forse lo zio avrebbe finito
col considerarlo come un figlio e non si sarebbe
deciso a quel passo; anzi, non era escluso che potesse
offrire a lui la mano della fanciulla. Adam non ne
era affatto convinto. I possedimenti familiari, a differenza
delle propriet vicine, si erano trasmessi di padre
in figlio sin da quando il capostipite della loro
famiglia si era insediato. La tradizione della successione
diretta era l'orgoglio del clan e, per suo zio, un
dogma consacrato; egli avrebbe sicuramente voluto
un figlio della sua carne e del suo sangue.
Ma a quella notizia il giovane era stato clto da
uno strano, profondo, accorato rimorso nei confronti
della sua casa avita in Danimarca. Era come se avesse
preso alla leggera un gesto amichevole e generoso, e
si fosse dimostrato sleale con qualcuno che era stato
verso di lui di una lealt incrollabile. Sarebbe stato
pi che giusto, pensava, se d'ora in avanti quei luoghi
lo avessero ripudiato, dimenticandolo completamente.
Fu preso dalla nostalgia, un sentimento che non aveva
mai conosciuto; per la prima volta si aggirava per le
strade e per i parchi di Londra come uno straniero.
Scrisse allo zio per chiedergli se poteva andare a
soggiornare da lui, prese congedo dalla Legazione e
s'imbarc per la Danimarca. Era venuto nel maniero
per fare la pace con lui; aveva dormito poco, quella
notte, e si era alzato cos presto e stava passeggiando
nel giardino per spiegare le proprie ragioni ed essere
perdonato.
Mentre lui camminava, il giardino silenzioso riprendeva
a poco a poco le sue occupazioni giornaliere.
Un grosso serpente, della specie che suo nonno
aveva portato dalla Francia e che quando lui era bambino,
ricordava, veniva a mangiare in casa, stava gi
tracciando con grande dignit un'orma argentea lungo
il viale. Gli uccelli cominciarono a cantare; egli si
ferm sotto un albero tra le cui fronde molti di loro
stavano tormentando un gufo: il regno della notte era
finito.
Si ferm alla fine del viale e vide che il cielo si
schiariva. Una luminosit estatica riempiva il mondo;
di l a mezz'ora sarebbe spuntato il sole. Su un
lato del giardino si stendeva un campo di segale; due
caprioli vi si aggiravano, rosei nel chiarore dell'alba.
Lasci spaziare lo sguardo sui campi, dove da bambino
aveva cavalcato il suo pony, e verso il bosco dove aveva
ucciso il suo primo cervo. Ricordava i vecchi domestici
che lo avevano addestrato nella caccia; alcuni
di loro erano ormai nella tomba.
I vincoli che lo legavano a quei luoghi, pens, erano
di natura mistica. Poteva anche non tornarvi mai
pi, non avrebbe fatto differenza. Fino a quando un
uomo del suo stesso sangue e del suo stesso antico
nome avesse dimorato in quella casa, fosse andato
a caccia in quei campi e fosse stato obbedito dai contadini
delle casupole, lui, dovunque vagabondasse, in
Inghilterra o tra i pellirosse dell'America, sarebbe stato
ancora salvo, avrebbe ancora avuto una casa, e il
proprio valore nel mondo.
Ilsuo sguardo si sofferm sulla chiesa. In epoche
lontane, prima del tempo di Martin Lutero, i cadetti
delle grandi famiglie entravano nella Chiesa di Roma
e rinunciavano alla ricchezza e alla felicit personale
per servire ideali pi alti. Anch'essi avevano
dato lustro alle loro case ed erano ricordati negli archivi
ecclesiastici. Nella solitudine del mattino, quasi
per gioco, lasci che la sua mente si sbizzarrisse a
suo piacere; gli pareva di poter parlare alla terra come
a una persona, come alla progenitrice della sua stirpe.
Vuoi forse soltanto il mio corpo, le disse mentre
respingi la mia immaginazione, la mia energia e le
mie emozioni? Se si potesse convincere il mondo a
riconoscere che il valore del nostro nome non appartiene
soltanto al passato, non ne saresti soddisfatta?.
Il paesaggio era cos quieto che lui non avrebbe saputo
dire se la terra gli rispondesse o no.
Dopo un poco riprese a camminare, e giunse al nuovo
roseto alla francese progettato per la giovane padrona
di casa. In Inghilterra i suoi gusti in fatto di
giardini erano diventati meno convenzionali, e si domand
se sarebbe riuscito a liberare quei vividi prigionieri
per farli fiorire al di fuori delle loro spalliere
ben cimate. Forse, medit, quel giardino dall'eleganza
cos formale era il ritratto floreale della sua giovane
zia che veniva dalla Corte, e che lui non aveva
ancora conosciuta.
Quando raggiunse di nuovo il padiglione in fondo
al viale, il suo sguardo fu attratto da un bouquet di
colori tenui che non poteva certo esser fiorito al sole
estivo di quel mattino danese. E si trattava infatti di
suo zio, coi capelli incipriati e le calze di seta, ma ancora
avvolto in una veste da camera di broccato, e palesemente
immerso in profondi pensieri. E quali
faccende, o quali meditazioni, si domand Adam
spingono un uomo che di certo ama la bellezza, ed
 da soli tre mesi sposato a una fanciulla di diciannove
anni, ad abbandonare il suo letto prima dell'alba per
venirsene in giardino?. Si avvicin alla piccola figura
smilza ed eretta.
Lo zio, dal canto suo, non mostr la minima sorpresa
nel vederlo, ma del resto molto di rado si mostrava
stupito di qualche cosa. Lo salut, complimentandolo
di essere cos mattiniero, con la stessa benevolenza con
cui lo aveva accolto la sera prima, al suo arrivo. Dopo
un attimo guard il cielo e dichiar solennemente:
Oggi far molto caldo. Da bambino, Adam era stato
spesso colpito dal tono grave e pomposo con cui il
vecchio signore constatava gli eventi quotidiani dell'esistenza;
si sarebbe detto che l nulla fosse cambiato,
che tutto fosse proprio come un tempo.
Lo zio offr al nipote una presa di tabacco. No,
zio, disse Adam grazie, ma il mio naso non potrebbe
pi percepire il profumo del vostro giardino, che 
fresco come il Giardino dell'Eden appena creato.
E di ogni suo albero, disse lo zio sorridendo voi,
mio Adam, potete liberamente mangiare i frutti. E,
l'uno accanto all'altro, s'incamminarono pian piano
lungo il viale.
Il sole ancora invisibile stava gi dorando la cima
degli alberi pi alti. Adam decant le bellezze della
natura, e la grandiosit del paesaggio nordico, meno
segnato che quello d'Italia dalla mano dell'uomo. Lo
zio prese quell'elogio del paesaggio come un complimento
personale, e si congratul con lui perch dai
suoi viaggi all'estero non aveva imparato, come tanti
altri giovani, a disprezzare la sua patria. No, disse
Adam, da ultimo, in Inghilterra, aveva provato un'acuta
nostalgia dei campi e delle foreste danesi. E proprio
in Inghilterra, anzi, gli era capitato di leggere un
poema danese che lo aveva affascinato pi di qualunque
opera inglese o francese. Nomin l'autore,
Johannes Ewald, e cit alcune delle sue possenti,
tumultuose strofe.
E mentre leggevo continu dopo una pausa, ancora
commosso dai versi che aveva appena declamati
mi sono stupito che da noi non si sia ancora compreso
quanto la nostra mitologia nordica superi, per
nobilt morale, quella greca e romana. Non fosse
per la bellezza fisica degli di antichi, che immortalata
nel marmo  giunta sino a noi, nessuna mente
moderna potrebbe ritenerli degni di adorazione. Erano
meschini, capricciosi e traditori. I nostri di ancestrali
sono tanto pi divini di quelli mediterranei
quanto i Druidi sono pi nobili degli uguri.
Perch i biondi di di Asgaard possedevano le sublimi
virt umane: erano giusti, leali, benevoli e persino,
nei limiti di un'et barbarica, cavallereschi. A questo
punto, per la prima volta, suo zio parve interessarsi
veramente alla conversazione. Si ferm, col nobile
naso un po' all'aria. Ah, ma per loro era pi facile
disse.
Cosa intendete dire, zio? domand Adam.
Essere, come voi sostenete, giusti e benevoli rispose
lo zio era molto pi facile per gli di nordici che
per quelli della Grecia. A mio parere, che i nostri
antichi danesi abbiano accettato di adorare simili divinit
rivela una certa loro debolezza d'animo. Mio
caro zio, disse Adam sorridendo avevo sempre sospettato
che le costumanze dell'Olimpo non dovessero
esservi troppo estranee. Per adesso, ve ne prego,
mettetemi a parte della vostra scienza, e spiegatemi perch
la virt dovrebbe essere pi facile per i nostri di
danesi che per quelli di climi pi miti. Essi non
erano potenti quanto gli di dell'Olimpo disse lo
zio.
E il potere insistette Adam  forse un ostacolo
alla virt?. No disse gravemente lo zio. No,
il potere  di per s la virt suprema. Ma gli di di cui
voi parlate non furono mai onnipotenti. Avevano sempre
al loro fianco quelle forze pi oscure che essi chiamavano
Jotun, e che provocavano le sofferenze, le calamit,
la rovina del nostro mondo. Potevano abbandonarsi
senza pericoli alla temperanza e alla benevolenza.
Gli di onnipotenti continu non hanno
questa facilitazione. Essendo onnipotenti, prendono
sulle proprie spalle il dolore dell'universo.
Avevano risalito il viale ed erano giunti in vista
della casa. Il vecchio gentiluomo si ferm e lasci scorrere
lo sguardo sull'imponente edificio, che non aveva
subto mutamenti di sorta; Adam sapeva che dietro
le due alte finestre sulla facciata c'era adesso la
stanza della giovane zia. Lo zio si volse e torn sui
propri passi.
La cavalleria, disse questa cavalleria di cui stavate
parlando, non  la virt di un onnipotente. Perch
esista la cavalleria, debbono per forza esistere validi
e valorosi rivali che il cavaliere possa sfidare. Con
un drago meno forte di lui, che figura farebbe san
Giorgio? Il cavaliere che non si trovi a portata di
mano nemici a lui superiori deve inventarseli, e
combattere contro i mulini a vento; la sua stessa dignit
di cavaliere esige che egli sia circondato di pericoli,
di infamia e di tenebre. No, credetemi, caro nipote,
nonostante il suo valore morale il vostro cavalleresco
Odino di Asgaard, come un Reggente, deve stare
uno scalino al di sotto di Giove, che riconobbe
la propria sovranit e accett il mondo che dominava.
Ma voi siete giovane, soggiunse e l'esperienza dei
vecchi vi sembrer pedantesca.
Rimase immobile per un istante e poi, con profonda
gravit, proclam:  spuntato il sole.
Il sole era infatti apparso all'orizzonte. Il vasto paesaggio
fu improvvisamente animato dal suo splendore,
e l'erba rugiadosa balen di mille sprazzi di luce.
Vi ho ascoltato con grande interesse, zio disse
Adam. Ma mentre parlavamo ho avuto l'impressione
che foste in ansia; non avete mai staccato gli occhi
da quel campo oltre il giardino, come se l stesse
accadendo qualcosa di molto importante, addirittura
una questione di vita o di morte. Ora che  sorto il
sole, vedo i mietitori tra la segale e li sento affilare
le loro falci. Se ricordo bene, mi avete detto che  il
primo giorno della mietitura.  una grande giornata
per un proprietario terriero, e basta da sola a distogliere
la sua mente dagli di. Il tempo  bellissimo, e
vi auguro di colmare i vostri granai.
L'uomo pi anziano rimase immobile, con le mani
incrociate sul pomo del bastone.  vero disse infine
che in quel campo sta accadendo qualcosa, una
questione di vita o di morte. Venite, sediamoci qui,
e vi racconter tutta la storia. Si sedettero sulla
panca che correva lungo tutta la parete del padiglione,
e neanche per un istante, mentre parlava, il vecchio
possidente storn lo sguardo dal campo di segale.
Una settimana fa, nella notte di gioved, disse
qualcuno ha dato fuoco al mio granaio di Rodmosegaard
- conoscete il posto, nei pressi della brughiera -
distruggendolo da cima a fondo. Per due o tre
giorni non siamo riusciti ad acciuffare il criminale.
Poi, luned mattina,  venuto da me il guardacaccia
di Rdmose col carrettiere del posto; trascinavano a
viva forza un ragazzo, Goske Piil, il figlio di una vedova,
giurando sulla Bibbia che il colpevole era lui;
al tramonto di gioved, l'avevano visto coi loro occhi
aggirarsi intorno al granaio. Alla fattoria Goske non
ha buona fama; il guardacaccia cova contro di lui un
certo malanimo per una vecchia questione di bracconaggio,
e il carrettiere non lo ha certo in simpatia,
perch deve sospettare che se la intenda con la sua
giovane moglie. Il ragazzo, quando gli ho parlato,
continuava a giurare d'essere innocente, ma non  riuscito
a difendersi dalle accuse dei due vecchi. Cos l'ho fatto
mettere sotto chiave, per poi mandarlo, con una
mia lettera, davanti al giudice del nostro distretto.
Il giudice  uno sciocco, e naturalmente fa soltanto
quello che ritiene conforme ai miei desideri.
Come niente potrebbe mandare il ragazzo ai lavori
forzati condannandolo per incendio doloso, o farlo
arruolare col pretesto che  un cattivo soggetto e un
bracconiere. Se ritenesse che questo  il mio desiderio,
sarebbe persino capace di rimetterlo in libert.
Stavo cavalcando nei campi, e guardavo il grano
che era ormai quasi maturo per la mietitura, quando
mi sono visto fermare da una donna, la vedova, la
madre di Goske, la quale mi ha pregato di ascoltarla.
Si chiama Anne-Marie. Voi la ricorderete, credo; vive
nella casupola ad est del villaggio. Anche lei, da queste
parti, non ha una buona reputazione. Si dice che da
ragazza abbia avuto un figlio di cui poi si  disfatta.
Piangeva dirottamente da cinque giorni, e la sua
voce era diventata cos rauca che stentavo a capire
le sue parole. Era vero, mi ha spiegato infine, che quel
gioved suo figlio era stato a Rdmose, ma non aveva
fatto niente di male; ci era andato perch doveva vedere
una persona. Era il suo unico figlio, lei invocava
Dio onnipotente a testimone della sua innocenza, e si
torceva le mani supplicandomi di salvarla.
Eravamo nel campo di segale che stiamo guardando
adesso.  stato cos che mi  venuta l'idea. Ho detto
alla vedova: "Se in una sola giornata, dall'alba al tramonto,
riuscite con le vostre mani a mietere questo
campo, e il lavoro sar ben fatto, io lascer cadere
l'accusa e voi riavrete vostro figlio. Ma se non ci riuscite,
lui dovr andarsene, e sar ben difficile che possiate
rivederlo".
Lei allora si  rialzata e ha misurato il campo
con lo sguardo. Poi ha baciato il mio stivale in segno
di gratitudine per la benevolenza che le avevo
dimostrata.
A questo punto il vecchio gentiluomo fece una pausa,
e Adam gli domand: Quel ragazzo significava
molto per lei?.  il suo unico figlio disse lo zio.
Per lei significa il pane quotidiano e il bastone della
sua vecchiaia. Si pu ben dire che le  caro come la sua
stessa vita. Come, soggiunse in un ambiente pi
elevato, un figlio per suo padre significa il nome e la
stirpe, e gli  caro quanto la vita eterna. S, quel figlio
significa molto per lei. Perch la mietitura di quel
campo rappresenta una giornata di lavoro per tre uomini,
o tre giornate di lavoro per un uomo solo. Oggi,
quando  sorto il sole, ha affrontato l'impresa. E
adesso la potete vedere laggi, in fondo al campo, con
un fazzoletto azzurro sulla testa, con accanto l'uomo
che ho incaricato di seguirla per accertarsi che faccia
il lavoro senza alcun aiuto, e due o tre dei suoi amici
che la stanno confortando.
Adam guard, e infatti vide tra le spighe una donna
con un fazzoletto azzurro, e alcune altre figure.
Rimasero per un poco in silenzio. Voi personalmente
disse infine Adam credete che il ragazzo
sia innocente?. Non sono in grado di dirlo
rispose lo zio. Non ci sono prove. C' soltanto la parola
del guardacaccia e del carrettiere contro la parola
del ragazzo. Se credessi all'una o all'altra versione,
sarebbe soltanto per una scelta casuale, o per simpatia.
Il ragazzo disse dopo un momento era compagno
di giochi di mio figlio, e, a quanto ne so io, di tutti i
bambini era l'unico che gli piacesse o col quale andasse
d'accordo. E secondo voi domand ancora
Adam lei pu riuscire a soddisfare la vostra condizione?.
Questo non sono in grado di dirlo rispose
il gentiluomo. Una persona normale non ci riuscirebbe.
Ma una persona normale non avrebbe mai
accettato una condizione simile. Sono stato io a volere
cos. Non stiamo cavillando con la legge, Anne-Marie
ed io.
Per qualche minuto Adam segu con lo sguardo i
movimenti del gruppetto tra la segale. Tornate a
casa? domand. No, rispose lo zio credo che
rimarr qui finch non avr visto la conclusione della
faccenda. Fino al tramonto? domand Adam con
stupore. S disse il vecchio gentiluomo. Adam disse:
Sar una giornata lunga. S, disse lo zio
una giornata lunga. Ma soggiunse mentre Adam
si alzava per andarsene se, come avete detto, avete
con voi quella tragedia di cui parlavate, sarei contento
se me la lasciaste, cos mi terrebbe compagnia. Adam
gli porse il libro.
Lungo il viale incontr due domestici che portavano
al padiglione, su grandi vassoi d'argento, la cioccolata
mattutina del vecchio gentiluomo.
Il sole adesso si levava nel cielo, e man mano che il
caldo si faceva pi intenso i tigli spandevano la loro
dovizia di profumo, e il giardino era colmo di un'insuperata,
inimmaginabile fragranza. Verso mezzogiorno,
l'ora pi tranquilla, il lungo viale risonava come
una cassa armonica di un cupo, incessante sussurro:
il ronzio di milioni di api che si tenevano aggrappate
ai penduli, gremiti grappoli di fiori e si ubriacavano
di beatitudine.
In tutta la breve vita dell'estate danese, non c' momento
pi sontuoso o pi fragrante della settimana in
cui fioriscono i tigli. Il profumo celestiale va alla testa
e al cuore; sembra congiungere i campi della Danimarca
ai campi elisi; sa al tempo stesso di fieno, di miele
e d'incenso, e per met ricorda il paese delle fate, per
met lo scaffale di una farmacia. Il viale si trasformava
in un edificio mistico, una cattedrale delle driadi,
profusamente adorna, fuori, di innumerevoli fronzoli,
carica dalla sommit alla base e dorata dal sole.
Ma dietro le pareti, le volte erano piacevolmente oscure
e fresche, come santuari d'ambrosia in un mondo
igneo e abbacinante, e l, dentro, il terreno era ancora
umido.
Su nel maniero, dietro le seriche tende delle due
finestre sulla facciata, la giovane signora della tenuta
lasci penzolare i piedi dall'ampio letto e li infil in
due pantofoline dal tacco alto. La camicia adorna di
merletti era un po' a sghimbescio, le lasciava scoperti
un ginocchio e la spalla; sui capelli, attorcigliati per
la notte sui diavoletti, c'era ancora la brina della cipria
di ieri, e il suo viso rotondo era arrossato dal sonno.
And sino al centro della stanza e l ristette, con
un'espressione estremamente seria e meditabonda; eppure
non pensava a nulla. Ma nella sua mente stava
passando una lunga processione di immagini, e senza
nemmeno rendersene conto lei si sforzava di metterle
in ordine, come sempre in ordine erano state le immagini
della sua esistenza.
Era cresciuta a Corte; era quello il suo mondo, e
probabilmente non c'era in tutto il paese una creaturina
pi squisitamente ed innocentemente addestrata
alla misura superba di un palazzo. Per concessione
della vecchia Regina Madre, portava il suo nome e
quello della sorella del Re, la Regina di Svezia:
Sophie Magdalena. Proprio tenendo conto di tutto questo
il marito, quando si era proposto di riconquistare
la propria posizione nelle alte sfere, aveva scelto lei
come sposa, prima per il figlio e poi per s. Ai suoi
tempi, invece, il padre della fanciulla, che aveva un
incarico presso la Famiglia Reale e faceva parte della
nuova aristocrazia di Corte, aveva fatto la stessa cosa
ma al contrario, sposando una gentildonna di campagna
per inserirsi nell'antica nobilt di Danimarca. La
fanciulla aveva il sangue di sua madre nelle vene. La
campagna era stata per lei una grande sorpresa e una
immensa gioia.
Per entrare nel cortile del suo castello doveva attraversare
l'aia, poi il massiccio androne di pietra che
dava nel granaio, dove per alcuni secondi le ruote
della sua carrozza destavano un rimbombo di tuono.
Doveva rasentare le stalle ed il cavallo finto - dal quale
talvolta un furfante condannato alla berlina la guardava
con occhi tristi - e poteva capitarle di spaventare
una lunga fila di oche schiamazzanti, o di passare accanto
al grosso toro minaccioso, tirato per un anello
tra le nari, che in muto furore pestava il suolo con
gli zoccoli. Per lei, all'inizio, era ogni volta una piccola
emozione ed una specie di gioco. Ma dopo un po'
tutti questi esseri e questi oggetti, che le appartenevano,
le parvero diventare una parte di lei. Le sue
ave, le vecchie gentildonne di campagna della Danimarca,
erano donne robuste che non si lasciavano
certo spaventare dalle condizioni atmosferiche; ora
anche lei camminava sotto la pioggia, e nel suo abbraccio
rideva e scintillava come un albero verde.
Aveva preso possesso della sua nuova, grande casa
in un periodo in cui tutto il mondo sbocciava, si accoppiava
e si riproduceva. I fiori, che finora aveva
visti soltanto raccolti in mazzi e festoni, spuntavano
dalla terra tutt'intorno a lei; gli uccelli cantavano su
tutti gli alberi. Gli agnellini appena nati le sembravano
pi incantevoli delle sue bambole di un tempo.
Dalla scuderia di cavalli prussiani del marito le portavano
i puledri perch desse loro il nome; e lei ristava
a guardarli mentre premevano il tenero muso
contro il ventre della madre per succhiare il latte.
Fino allora, di tutte queste strane vicende aveva avuto
soltanto un vago sentore. Adesso le era accaduto di
vedere, da un sentiero nel parco, lo stallone impennato
e nitrente sulla giumenta. Tutta questa esuberanza,
tutta questa voglia sensuale e questa fecondit
si dispiegavano davanti ai suoi occhi come per
compiacerla.
E in tutto quel rigoglio, a lei era toccato un marito
anziano che la trattava con cerimonioso rispetto perch
doveva dargli un erede. Questo era il patto; lei
lo aveva saputo sin dal principio. Suo marito, se ne
rendeva conto, stava facendo del suo meglio per adempiere
la sua parte dell'accordo, e per quanto la
riguardava, lei era molto leale di indole, ed educata
in modo severo. Non si sarebbe sottratta al suo obbligo.
Aveva per la sensazione che nella sua vita
cos dignitosa ci fosse una discordanza, o una certa
incompatibilit, e questo le impediva di essere felice
come aveva sperato.
Dopo un certo tempo la sua contrariet prese una
strana forma: quasi la consapevolezza di un'assenza.
Con lei ci sarebbe dovuto essere qualcuno che invece
non c'era. Ella non era affatto brava ad analizzare i
propri sentimenti; a Corte non si aveva mai il tempo
per queste cose. Ora che le succedeva pi spesso
di restare sola, tentava un po' incerta di esplorare la
propria mente. Cerc di mettere suo padre in quel
posto vuoto, poi le sue sorelle, il suo maestro di musica,
un cantante italiano che aveva ammirato; ma le
sembrava che nessuno di loro lo colmasse. Qualche
volta si sentiva pi sollevata, e si convinceva che la
sventura doveva essersi allontanata da lei. E poi succedeva
di nuovo, se le capitava di essere sola, o anche
in compagnia del marito, e persino tra le sue braccia;
ecco che tutto intorno a lei prorompeva: Dove?
Dove? ed ella volgeva gli occhi angosciati per la stanza
in cerca della persona che ci sarebbe dovuta essere
e che non era venuta.
Quando, sei mesi prima, le avevano detto che il suo
giovane fidanzato era morto e che al suo posto lei
avrebbe sposato il padre, quella notizia non l'aveva
rattristata. Il giovane corteggiatore, quell'unica volta
che lo aveva visto, le era parso infantile e scialbo;
il padre sarebbe stato un marito pi autorevole. Ora,
alle volte, le era accaduto di pensare al ragazzo morto
e di domandarsi se con lui la vita sarebbe stata
pi lieta. Ma ben presto aveva cancellato la sua immagine,
e quelle, per lo sventurato fanciullo, furono
le ultime chiamate sul proscenio di questo mondo.
Su una parete della sua stanza c'era un lungo specchio.
Mentre si guardava, nuove immagini affioravano.
Il giorno prima, mentre era in carrozza col marito,
aveva visto in lontananza un gruppo di ragazze
del villaggio che facevano il bagno nel fiume, e il
sole splendeva su di loro. Per tutta la vita lei si era
aggirata tra ignude divinit di marmo, ma sino allora
non le era mai venuto in mente che le persone di sua
conoscenza erano anch'esse nude sotto i loro corsetti
e strascichi, panciotti e calzoni di raso, che in realt
lei stessa si sentiva nuda sotto le vesti. Ora, davanti
allo specchio, con mosse esitanti sleg i nastri della
camicia e la lasci cadere sul pavimento.
La stanza era in penombra dietro le tende chiuse.
Nello specchio il suo corpo era argenteo come una rosa
bianca; soltanto le guance e la bocca e le punte delle
dita e dei seni avevano un lieve tocco di carminio.
Il suo torso snello era stato modellato dalle stecche
di balena che lo avevano rigidamente stretto sin dalla
fanciullezza; sopra il ginocchio esile e ben tornito
un leggero incavo segnava il punto della giarrettiera.
Le sue membra erano cos rotonde da dare l'impressione
che a tagliarle in un punto qualunque con
un coltello affilato si sarebbe ottenuta un'incisione
trasversale perfettamente circolare. I fianchi e il ventre
erano tanto lisci che il suo stesso sguardo vi scivol
sopra cercando un appiglio. Scopr che non era affatto
come una statua, e alz le braccia al di sopra del capo.
Si volse per vedersi di spalle, le curve sotto il punto
della vita erano ancora arrossate dalla pressione
del letto. Richiam alla mente certe storie di ninfe
e di dee, ma le parvero tutte cose remotissime, e allora
pens di nuovo alle contadinotte nel fiume. Per qualche
minuto le idealizz trasformandole in compagne
di giochi, addirittura in sorelle, visto che le appartenevano
come il prato e il fiume stesso. E subito dopo
torn ad invaderla quel senso di desolazione, un horror
vacui che era come un dolore fisico. Ma s, ma s,
ora qualcuno sarebbe dovuto essere l con lei, l'altra
se stessa, come l'immagine nello specchio, ma pi vicina,
pi forte, viva. Non c'era nessuno, intorno a lei
l'universo era vuoto.
Un improvviso, acutissimo bruciore sotto il ginocchio
la strapp alle sue fantasticherie, e ridest in lei
gli istinti venatori della sua stirpe. Si inumid la punta
di un dito sulla lingua, abbass lentamente la mano
e poi, con mossa rapida, colp il punto dolente. Sent
contro la pelle serica il piccolo corpo duro dell'insetto,
lo premette col pollice e poi, trionfalmente, raccolse
tra le punte delle dita il minuscolo prigioniero.
Rimase immobile, come se meditasse sul fatto che
l'unica creatura pronta a rischiare la propria vita per
la levigatezza della sua pelle ed il suo sangue dolce
era una pulce.
La sua cameriera apr la porta ed entr nella stanza
con una bracciata di indumenti che lei avrebbe indossati
quel giorno - camicia, busto, crinolina e sottovesti.
Ricord che in casa c'era un ospite, il nuovo
nipote appena giunto dall'Inghilterra. Il marito le
aveva raccomandato di essere gentile con quel giovane
parente, diseredato, per cos dire, dalla sua presenza
nella casa. Avrebbero cavalcato insieme per la
tenuta.
Nel pomeriggio il cielo non era pi azzurro come
al mattino. Enormi nuvole vi si accumularono lentamente,
e tutta l'ampia volta celeste divenne incolore,
come se si fosse dispersa in vapori intorno al disco
incandescente del sole allo zenit. Verso occidente, un
brontolio di tuono corse lungo tutto l'orizzonte; una
o due volte la polvere delle strade si sollev in alti
turbini. Ma i campi, le colline ed i boschi erano immobili
come un paesaggio dipinto.
Adam percorse il viale sino al padiglione, e l trov
lo zio, vestito di tutto punto, con le mani sul bastone
e gli occhi sul campo di segale. Accanto a lui
c'era il libro che gli aveva dato. Adesso il campo brulicava
di gente. Gruppetti di persone sostavano qua e
l, e una lunga fila di uomini e di donne avanzava lentamente
verso il giardino lungo la linea della segale
falciata.
Il vecchio gentiluomo salut il nipote con un cenno
del capo, ma non disse parola n mut posizione.
Adam rimase in piedi al suo fianco, immobile come
lo zio.
Quello per lui era stato un giorno stranamente inquietante.
Non appena aveva rivisto i vecchi luoghi,
le dolci melodie dei tempi lontani avevano colmato i
suoi sensi e la sua memoria, e si erano mescolate con
i nuovi, ammalianti motivi del presente. Era tornato
in Danimarca, non pi bambino ma giovanotto, con
un pi acuto senso del bello, con tante cose da dire di
altri paesi, ma ancora vero e autentico figlio di quella
terra e incantato dalla sua bellezza come mai prima
di allora.
Ma fra tutte queste armonie, la tragica e crudele
storia che quel mattino il vecchio gentiluomo gli aveva
raccontata, e la triste gara che, come sapeva, si stava
svolgendo a pochi passi da loro, gi nel campo di
segale, avevano fatto risonare, come il battito sordo
e intermittente di un tamburo felpato, un'eco sgomentante.
E lui tornava a sentirla di continuo, tanto
che si era accorto di cambiar colore e di rispondere
con aria assente. Quell'eco portava con s un senso
di piet per tutti coloro che vivevano, una piet cos
profonda come non l'aveva mai provata prima.
Quando era uscito a cavallo con la giovane zia, e il loro
percorso rasentava la scena del dramma, aveva avuto
cura di galoppare tra lei e il campo per non farle
vedere quello che vi stava accadendo, evitando cos
che ella gli domandasse qualche cosa in proposito. E
per la stessa ragione, al ritorno, aveva scelto la strada
che si inoltrava nel bosco verde e fitto.
Per tutto il giorno gli tenne compagnia la figura
del vecchio gentiluomo come gli era apparsa al levar
del sole, pi dominante ancora che la figura della
donna che si destreggiava col falcetto per la vita del
figlio. E giunse a meditare sulla parte che quella figura
solitaria e decisa aveva avuta nella sua vita. Da
quando era morto suo padre, essa aveva rappresentato
per il fanciullo la legge e l'ordine, saggezza di vita e
benevola protezione. Che cosa avrebbe fatto, pens,
se dopo diciotto anni questi sentimenti filiali si fossero
dovuti mutare e la figura del suo secondo padre
avesse preso ai suoi occhi un aspetto orribile, diventando
quasi il simbolo della tirannia e dell'oppressione
del mondo? Che cosa avrebbe tatto se fossero finiti
su posizioni opposte, come due avversari?
Ma insieme si sentiva invadere da un inesplicabile
allarme, un timore sinistro per il vecchio. Perch
la dea Nemesi non poteva davvero essere molto lontana.
Quell'uomo governava il mondo intorno a lui
da molti pi anni di quanti ne contasse la vita stessa
di Adam, e nessuno lo aveva mai contraddetto. Nel
corso di quegli anni in cui aveva girato l'Europa con
la sola compagnia di un fanciullo del suo stesso sangue,
e ammalato, aveva imparato a distaccarsi dall'ambiente
che lo circondava e a chiudersi ermeticamente
alla vita esterna, ed era diventato tetragono alle idee
ed ai sentimenti degli altri esseri umani. Strane fantasie
potevano essergli passate per la mente, tanto che
aveva forse finito col vedersi come l'unica persona dotata
di un'esistenza reale, mentre il mondo gli era apparso
come un povero e vano gioco d'ombre senza
alcuna sostanza.
Ora, per caparbiet senile, teneva in pugno la vita
di creature pi semplici e pi deboli di lui, la vita di
una donna, servendosene per i suoi fini, e non temeva
minimamente la legge del contrappasso. Possibile
che non sapesse, pensava il giovane, che al mondo
c'erano potenze molto diverse dal breve potere di
un despota, e ben pi formidabili?
Via via che il caldo si faceva pi afoso, anche nel
suo animo andava crescendo quel presagio di un disastro
imminente, al punto che egli fin col sentire
che la catastrofe minacciava non soltanto il vecchio
gentiluomo ma anche la casa, il loro nome e lui stesso.
E gli parve di dover gridare un avvertimento, prima
che fosse troppo tardi, all'uomo che gli era stato
caro.
Ma adesso che era di nuovo accanto allo zio, la verde
serenit del giardino era cos profonda che egli
non trov la voce per gridare. Invece continuava a
ronzargli nella testa un'aria francese che la zia gli
aveva cantata in casa - C'est un trop doux effort....
Adam conosceva piuttosto bene la musica; aveva gi
sentito quell'aria, a Parigi, ma non cantata cos
soavemente.
Dopo qualche minuto domand : Quella donna
riuscir a farcela?. Lo zio apr le mani.  incredibile,
rispose con animazione ma si direbbe proprio
che possa farcela. Se contate le ore trascorse dall'alba
sino a questo momento, e quelle che devono
ancora passare sino al tramonto, vedrete che le resta
la met del tempo che  gi trascorso. E guardate! Ha
falciato due terzi del campo. Certo, dobbiamo tener
conto che pi il lavoro va avanti e pi le sue forze
si logorano. E in fondo, sarebbe davvero inutile che
voi o io scommettessimo sull'esito di questa faccenda;
dobbiamo soltanto stare a vedere. Sedetevi, e fatemi
compagnia in questa mia attesa. Adam, non senza
un po' di riluttanza, si sedette.
Ed ecco il vostro libro, disse lo zio, prendendo
il volume dalla panca che mi ha fatto passare benissimo
il tempo.  grande poesia, ambrosia per l'orecchio
e per il cuore. E insieme col nostro discorso
di stamane sulla divinit, mi ha dato molti argomenti
di meditazione. Ho riflettuto sulla legge del contrappasso.
Fiut una presa di tabacco, poi prosegu.
Una nuova epoca disse si  fatto un dio a propria
immagine e somiglianza, un dio emotivo. E adesso
state gi scrivendo una tragedia su di lui.
Adam non aveva nessuna voglia di imbarcarsi con
lo zio in una discussione sulla poesia, tuttavia temeva
in certo qual modo anche il silenzio, sicch disse:
Ma pu anche darsi, allora, che a noi la tragedia
appaia, nello schema della vita, come un nobile e divino
fenomeno.
Oh, s, disse lo zio con tono solenne un fenomeno
nobile, il pi nobile che vi sia sulla terra. Ma
soltanto della terra, mai divino. La tragedia  il privilegio
dell'uomo, il suo pi alto privilegio. Lo stesso
Dio della Chiesa Cristiana, quando volle vivere
la tragedia, dovette assumere un corpo umano. E anche
cos, aggiunse in tono pensieroso la tragedia
non fu del tutto valida, come sarebbe divenuta se
l'eroe fosse stato, nel vero senso della parola, un uomo.
La divinit di Cristo le diede una nota divina, il
momento della commedia. Per la natura stessa delle
cose, la vera parte tragica tocc agli esecutori, non
alla vittima. No, nipote mio, non dovremmo adulterare
i puri elementi del cosmo. La tragedia dovrebbe
continuare ad essere il diritto delle creature umane,
soggette, per loro condizione o per loro natura,
all'atroce legge della necessit. Per loro la tragedia 
salvezza e beatificazione. Ma gli di, che noi dobbiamo
ritenere ignari della necessit e impossibilitati a
capirla, non possono conoscere il tragico. Secondo la
mia esperienza, quando se lo trovano sotto gli occhi
hanno il buon gusto e il decoro di starsene fermi e di
non interferire.
No, disse dopo una pausa la vera arte degli
di  il comico. Il comico  una condiscendenza del
divino verso il mondo dell'uomo;  la visione sublime,
che non pu essere studiata, ma deve essere sempre
celestialmente concessa. Nel comico gli di vedono
la loro natura riflessa come in uno specchio, e mentre
il poeta tragico  vincolato da leggi severe, all'artista
comico essi concedono una libert illimitata quanto
la loro. Non sottraggono ai suoi lazzi nemmeno la
loro stessa esistenza. Giove pu ben favorire Luciano
di Samosata. Finch la derisione  di gusto genuinamente
divino, si pu anche deridere gli di e restare
un vero devoto. Ma quando ci si fa prendere dalla
compassione e si soffre col proprio dio, lo si nega e
lo si annienta, e questa  la pi orribile forma di
ateismo.
E anche qui sulla terra, continu noi, che siamo
i delegati degli di e ci siamo affrancati dalla tirannia
della necessit, dovremmo lasciare il monopolio
della tragedia ai nostri vassalli, e per noi accettare
con grazia il comico. Soltanto un padrone rozzo
e crudele - un arricchito, insomma - si far beffe
della necessit dei suoi servi o li obbligher a subire
il comico. Soltanto un padrone pavido e pedante, un
petit-matre, pu aver paura del ridicolo. Infatti,
disse, concludendo il suo lungo discorso quella stessa
fatalit che quando colpisce un borghese o un contadino
diventa tragedia, con l'aristocratico si sublima
nel comico. Proprio per la grazia e lo spirito di questa
nostra capacit di accettare, si distingue la nostra
aristocrazia.
Adam non pot trattenere un lieve sorriso, nell'ascoltare
l'apoteosi del comico dalle labbra di quell'impettito
e cerimonioso profeta. Con quel sorriso ironico,
e per la prima volta, lui si stava distaccando
dal capo della sua casata.
Un'ombra cadde sul paesaggio. Una nuvola aveva
coperto il sole; la campagna, sotto di essa, mut colore,
sbiad e si fece tutta scialba, e per un minuto
perfino i suoni parvero cancellarsi.
Ah, esclam il vecchio gentiluomo se adesso si
mette a piovere e la segale si bagna, Anne-Marie non
riuscir a finire in tempo. Ma chi sta arrivando, ora?
soggiunse, e gir un poco la testa.
Preceduto da un lacch, veniva gi per il viale un
uomo in stivali da caccia, con un panciotto a righe
adorno di bottoni d'argento e il cappello in mano.
Fece un profondo inchino, prima al vecchio gentiluomo,
poi ad Adam.
Il mio castaldo disse il vecchio gentiluomo.
Buongiorno, castaldo. Che notizie mi portate?. Il
Castaldo fece un gesto di sconforto. Soltanto brutte
notizie, mio signore rispose. E quali sarebbero?
domand il suo padrone. Nei campi disse il castaldo
con aria d'importanza nessuno fa niente, e
l'unica falce al lavoro  quella di Anne-Marie in questo
campo di segale. La mietitura si  arrestata; sono
tutti l a far codazzo alla donna. Per essere il primo
giorno della mietitura, non c' proprio da stare
allegri. S, lo vedo anch'io disse il vecchio gentiluomo.
Il castaldo continu: Li ho presi con le buone,
disse e li ho presi con le cattive; ma non c'
niente da fare. Come se fossero tutti sordi.
Mio buon castaldo, disse il vecchio gentiluomo
lasciateli in pace; che facciano come gli pare. Pu
anche darsi che, in fin dei conti, questa giornata sia
per loro pi proficua di tante altre. Dov' il ragazzo,
Goske, il figlio di Anne-Marie?. L'abbiamo messo
nella stanzetta accanto al granaio disse il castaldo.
No, fatelo portare qui, disse il vecchio gentiluomo
che veda sua madre al lavoro. Ma voi che
cosa ne dite, Anne-Marie ce la far a finire il campo
all'ora dovuta?. Se volete che ve lo dica, mio signore,
rispose il castaldo io credo che ce la far.
Chi l'avrebbe mai detto?  una donna cos minuta!
E oggi  una giornata calda come... be', come non ne
ricordo altre. Nemmeno io, nemmeno voi, mio signore,
saremmo riusciti a fare quello che ha fatto oggi
Anne-Marie. No, no, noi non ci saremmo riusciti,
castaldo disse il vecchio gentiluomo.
Il castaldo tir fuori un fazzoletto rosso e si asciug
la fronte, un po' pi calmo dopo aver dato sfogo alla
sua collera. Se tutti lavorassero come sta lavorando
la vedova, osserv con amarezza la terra ci darebbe
un buon guadagno. S disse il vecchio gentiluomo,
e cadde in una sorta di meditazione, come se
stesse calcolando il guadagno che avrebbe potuto trarne.
Tuttavia, disse per quanto riguarda profitti
e perdite, la faccenda  pi complicata di quanto non
sembri. Voglio dirvi una cosa che forse voi non sapete:
la pi famosa tela che sia mai stata tessuta veniva
disfatta ogni notte. Ma venite, soggiunse ormai
Anne-Marie  molto vicina. Andiamo a dare un'occhiata
al suo lavoro. E, dette queste parole, si alz
e si mise il cappello.
La nuvola si era allontanata; i raggi del sole bruciavano
di nuovo l'ampia distesa dei campi, e quando
il gruppetto di uomini usc dall'ombra degli alberi,
l'afa era opprimente come una cappa di piombo; i
loro visi erano madidi di sudore, le loro palpebre
dolevano. Lungo il sentiero angusto dovettero procedere
in fila indiana, il vecchio gentiluomo per primo,
tutto vestito di nero, e il lacch, con la sua livrea
di colore acceso, per ultimo.
Era proprio vero che il campo formicolava di gente
come un mercato; ci saranno state pi di cento
persone. Ad Adam quella scena richiam alla mente
le illustrazioni della sua Bibbia: l'incontro tra Esa
e Giacobbe nell'Idumea, o i mietitori nel campo d'orzo
di Boaz vicino a Betlemme. Alcuni sostavano lungo
il margine del campo, altri facevano ressa in piccoli
gruppi intorno alla donna che falciava, e altri ancora
la seguivano passo passo, legando i covoni l dove
lei aveva tagliato le spighe, come se con questo
pensassero di aiutarla, o come se volessero a tutti i
costi partecipare al suo lavoro. Una donna pi giovane,
con un secchio sul capo, si teneva sempre al
suo fianco, e con lei una frotta di ragazzetti. Uno di
questi fu il primo a scorgere il signore del feudo e
il suo sguito, e tese la mano a indicarlo. Quelli che
stavano legando i covoni lasciarono cadere tutto al
suolo, e quando il vecchio si ferm, parecchi dei presenti
gli si strinsero intorno.
La donna sulla quale sino a quel momento si erano
fissati tutti gli sguardi - una figura minuscola su
quel grande palcoscenico - avanzava con passo lento
e malfermo, piegata in due come se stesse camminando
sulle ginocchia, e incespicando di continuo. Il
fazzoletto azzurro che portava in testa le era scivolato
all'indietro; il sudore le aveva appiccicato sul cranio
i capelli grigi, impiastrati di polvere e di fuscelli.
Si vedeva chiaro che per lei la folla assiepata tutt'intorno
non esisteva nemmeno, e all'arrivo di quei nuovi
spettatori non gir una sola volta n la testa n lo
sguardo.
Tutta assorta nel suo lavoro, continuava a protendere
la mano sinistra per afferrare una manciata di
spighe, e la mano destra armata di falce per tagliarle
rasente al suolo, a strappi vacillanti e incerti, come
le bracciate di un nuotatore stanco. Il suo percorso la
port cos vicino ai piedi del vecchio gentiluomo che
la sua ombra cadde su di lei. In quell'istante ella ebbe
uno sbandamento che la fece piegare da una parte,
e la donna che la seguiva si tolse il secchio dal capo
e glielo accost alle labbra. Anne-Marie bevve senza
allentare la stretta della mano sul manico della falce,
e l'acqua le scorse gi dagli angoli della bocca. Un
bambino accanto a lei si pieg di scatto su un ginocchio,
le afferr le mani nelle sue, e tenendogliele ferme
e guidandole, falci una manciata di segale. No,
no, disse il vecchio gentiluomo non devi farlo, ragazzo;
lascia che Anne-Marie faccia in pace il suo lavoro.
Al suono della sua voce la donna, barcollando,
alz la faccia verso di lui.
La faccia ossuta e bruciata dal sole era striata di
sudore e di polvere; gli occhi erano offuscati. Ma
nell'espressione di quel viso non c'era la minima traccia
di paura o di sofferenza. In realt, tra tutti i volti
gravi e preoccupati intorno a lei, il suo era l'unico perfettamente
calmo, sereno e mite. La bocca era serrata
a formare una linea sottile, un lieve sorriso un po'
sdegnoso, arguto, paziente, come quello che si pu
vedere sulla faccia di una vecchia intenta a filare o
a far la maglia, alacre nel suo lavoro, e contenta di
farlo. E non appena la donna pi giovane si rimise
sul capo il secchio, lei subito riprese a falciare, con
una bramosia tenera e ardente, come quella di una
madre che si stringa il suo bambino al seno. Come
un insetto che si arrabatta nell'erba alta, o come un
piccolo vascello nel mare in tempesta, lei avanzava come
dando di cozzo, il viso tranquillo di nuovo intento
al suo compito.
La folla degli spettatori, e con essa il piccolo gruppo
venuto dal padiglione, tutti avanzavano di pari passo
con lei, lentamente, come tirati da una corda. Il
castaldo, che si sentiva pesare addosso quel silenzio
profondo del campo, disse al vecchio gentiluomo:
Quest'anno la segale sar pi abbondante dell'anno
scorso e non ottenne risposta. Ripet quella frase ad
Adam, e infine al lacch, il quale non ritenne degno
di lui uno scambio di idee sui problemi agricoli e si
limit a schiarirsi la voce. Dopo un poco il castaldo
torn a rompere il silenzio. C' il ragazzo disse,
e lo indic col pollice. L'hanno portato qui. In
quell'istante la donna cadde a faccia avanti, e le persone
pi vicine la risollevarono.
Tutt'a un tratto Adam si ferm, e si copr gli occhi
con la mano. Senza voltarsi, il vecchio gentiluomo gli
domand se il gran caldo lo infastidisse. No, disse
Adam ma aspettate un momento. Lasciate che vi
parli. Lo zio si ferm, con la mano sul bastone e gli
occhi fissi davanti a s, come se gli rincrescesse di doversi
fermare.
In nome di Dio, proruppe il giovane in francese
non costringete quella donna a continuare .
Ci fu una breve pausa. Ma io non la costringo, amico
mio disse lo zio nella stessa lingua, Ella  libera
di smettere quando vuole. A costo della vita
del figlio, per torn a gridare Adam. Non vedete
che sta per morire? Voi non sapete quello che state
facendo, e nemmeno quello che una cosa simile pu
attirarvi sul capo.
Il vecchio gentiluomo, stupito da quell'inaspettato
rimprovero, dopo un attimo si volse a fronteggiare
il nipote, e i suoi pallidi, limpidi occhi ne cercarono
il viso con espressione di altera meraviglia. La sua
lunga faccia di cera, incorniciata da due riccioli simmetrici,
ricordava un poco, idealizzato e nobile, il muso
di una vecchia pecora o di un montone. Egli fece
segno al castaldo di proseguire. Anche il lacch si allontan
di qualche passo, e lo zio e il nipote rimasero,
per cos dire, soli sul sentiero. Per un minuto
nessuno dei due parl.
Qui, proprio nel punto dove siamo adesso, disse
poi, con alterigia, il vecchio gentiluomo ho dato
ad Anne-Marie la mia parola.
Ma zio! proruppe Adam. Una vita  molto pi
importante persino della parola data. Ve ne supplico,
ritirate quella parola, che  stata data per capriccio,
come un estro. Vi sto pregando pi nel vostro
interesse che nel mio, per vi sar grato per tutta la
vita se acconsentirete alla mia preghiera.
A scuola, disse lo zio avrete pure imparato che
in principio ci fu la parola. Pu anche darsi che sia
stata pronunciata per capriccio, come un estro, di
questo le Sacre Scritture non ci dicono nulla. Tuttavia
 il principio del nostro mondo, la sua legge di
gravitazione. Per un periodo della vita umana, la mia
umile parola  stata il principio della terra sulla
quale stiamo. E cos fu, prima del mio tempo, la parola
di mio padre.
Vi sbagliate esclam Adam. La parola  creativa
-  immaginazione, audacia e passione. Fu la parola
a dare origine al mondo. Quanto sono pi grandi
di ogni legge repressiva o coercitiva queste forze che
infondono la vita! Voi desiderate che la terra che stiamo
guardando produca e dia frutti; non dovreste scacciarne
le forze che promuovono e conservano la vita,
n trasformarla in un deserto per mezzo della legge.
E quando guardate i contadini, che sono pi semplici
di noi e pi vicini al cuore della natura, che non analizzano
i propri sentimenti, e la cui vita  tutt'uno
con la vita della terra, non vi ispirano forse tenerezza,
rispetto, persino reverenza? Questa donna  pronta
a morire per suo figlio; accadr mai, a voi o a me,
che una donna sia disposta a dare la vita per noi? E
se questo accadesse, ci sembrerebbe forse una tale inezia
da non sentirci pronti a rinunciare, a nostra volta,
a un dogma?.
Voi siete giovane disse il vecchio gentiluomo.
Una nuova epoca sar senza dubbio disposta ad applaudirvi.
Io sono della vecchia scuola, vi ho citato
testi che hanno mille anni. Noi, forse, non ci capiamo
del tutto. Ma tra me e la mia gente, ne sono convinto,
c' un'ottima intesa. Anne-Marie potrebbe giustamente
pensare che considero un'inezia la sua impresa,
se adesso, all'undicesima ora, la annullassi con
una seconda parola. Al suo posto lo penserei anch'io.
S, nipote mio, se acconsentissi alla vostra preghiera
e concedessi questa grazia, potrei forse anche accorgermi
che la sua fede  tale da rendere vacuo il
provvedimento, e non  escluso che la vedremmo ancora
al lavoro, incapace di smettere, come una spola
nel campo di segale, finch non l'avesse falciato tutto.
Ma allora lei offrirebbe alla vista uno spettacolo orribile,
sconvolgente, sarebbe una figura di indecorosa comicit,
come un piccolo pianeta che corresse impazzito
nel cielo dopo che fosse stata abolita la legge di
gravitazione.
E se questo sforzo dovesse ucciderla, esclam
Adam la sua morte, e le conseguenze di quella morte,
ricadranno sulla vostra testa.
Il vecchio gentiluomo si tolse il cappello e, con delicatezza,
si pass la mano sui capelli incipriati. Sulla
mia testa? disse. Sono stato a testa alta sotto molti
uragani. Persino aggiunse con orgoglio contro le
gelide bufere dei potenti. In che modo tutto ci ricadr
sulla mia testa, caro nipote?. Io non ne so
nulla disse Adam, profondamente abbattuto. Ho
parlato per avvertirvi. Lo sa soltanto Dio. Amen
disse il vecchio gentiluomo con un sorrisino soave.
Venite, continuiamo a camminare. Adam trasse
un profondo respiro.
No disse in danese. Non posso venire con voi.
Questo campo  vostro; qui accadr quello che voi
avete deciso. Ma io devo andarmene. Stasera vi prego
di mettermi a disposizione una carrozza per andare
in citt. Perch non potrei dormire ancora una notte
sotto il vostro tetto, che ho rispettato pi che qualsiasi
altro tetto sulla terra. Tanti erano i sentimenti
contrastanti suscitati da quelle parole nel suo animo
che gli sarebbe stato impossibile esprimerli.
Il vecchio gentiluomo, che aveva gi ripreso a camminare,
si ferm di colpo, subito imitato dal lacch.
Per un minuto non disse parola, come se volesse dare
ad Adam il tempo di padroneggiare le proprie emozioni.
Ma le emozioni del giovane erano in tumulto
e non volevano lasciarsi padroneggiare.
Allora disse il vecchio gentiluomo, parlando anche
lui in danese dobbiamo accomiatarci qui, nel
campo di segale? Mi siete sempre stato caro, quasi
quanto mio figlio. Ho seguito di anno in anno i
progressi che facevate nella vita, e mi sono sentito
orgoglioso di voi. Sono stato felice quando mi avete
scritto che sareste tornato. Se adesso volete andarvene,
vi faccio i miei auguri. Pass il bastone dalla mano
destra a quella sinistra e con espressione grave
guard il nipote dritto in viso.
Adam non incontr i suoi occhi. Il suo sguardo
era fisso sul paesaggio. Nel tardo e splendido pomeriggio
stava riprendendo i suoi colori, come fa un
dipinto quando lo si guarda con la luce giusta; nei
prati i mucchietti neri di torba spiccavano ad uno
ad uno, nitidi sull'erba verde. Proprio quella mattina
lui aveva salutato tutto questo con gioia, come un
bambino che corra ridendo ad abbracciare la mamma;
ora doveva gi staccarsene, in disaccordo, e per
sempre. E al momento del commiato tutto gli parve
infinitamente pi caro di quanto gli fosse mai stato,
reso tanto pi bello e solenne dalla prossima separazione
da apparire come un luogo di sogno, un paesaggio
del paradiso, al punto che lui si domand se fosse
veramente lo stesso. Ma s - davanti a lui, ancora una
volta, c'era il terreno di caccia dei tempi lontani. E
l c'era la strada lungo la quale aveva galoppato quella
mattina stessa.
Ma una volta partito da qui, ditemi dove vi proponete
di andare domand lentamente il vecchio
gentiluomo. Anch'io ho viaggiato molto, ai miei tempi.
Conosco la parola commiato, il desiderio di andar
via. Ma ho imparato per esperienza che, in realt,
quella parola ha un significato soltanto per il luogo
e per le persone che uno lascia. Quando voi avrete lasciato
la mia casa, la faccenda sar finita e conclusa,
per lei - anche se sar rattristata di vedervi andar via.
Ma per chi va via  una cosa diversa, e non altrettanto
semplice. Nel momento stesso in cui lascia un luogo,
chi va via  gi, per legge della vita, diretto verso
un altro luogo di questa terra. Vi prego dunque di
dirmi, in nome della nostra vecchia amicizia, in quale
luogo vi proponete di andare quando partirete da qui.
In Inghilterra?.
No disse Adam. Sentiva in cuor suo che non
sarebbe mai pi potuto tornare in Inghilterra e alla
vita piacevole e serena che vi aveva vissuto. L'Inghilterra
non era abbastanza lontana; acque pi profonde
del Mare del Nord dovevano ormai separarlo dalla
Danimarca. No, in Inghilterra no disse, Andr
in America, nel nuovo mondo. Per un istante chiuse
gli occhi, cercando di raffigurarsi come sarebbe stata
l'esistenza in America, col grigio Atlantico a dividerlo
da questi campi e da questi boschi.
In America? disse lo zio, inarcando le sopracciglia.
S, ho sentito parlare dell'America. Laggi
hanno la libert, una grande cascata, selvaggi pellirosse.
Sparano ai tacchini, ho letto, come noi spariamo
alle pernici. Be', se questo  il vostro desiderio,
Adam, andate in America, e siate felice nel nuovo
mondo.
Per un poco rimase immobile, immerso nei suoi
pensieri, come se avesse gi spedito il giovanotto in
America e lo avesse cancellato dalla propria vita.
Quando infine parl, le sue parole sonarono come il
soliloquio della persona che osserva l'andirivieni delle
cose, restando ferma.
Laggi disse mettetevi al servizio del potere,
che vi offrir qualcosa di meglio della possibilit di
comprare, con la vostra vita, la vita di vostro figlio.
Adam non aveva ascoltato i commenti dello zio sull'America,
ma quell'epilogo tanto solenne dest la
sua attenzione. Alz gli occhi. Come se lo vedesse per
la prima volta nella sua vita, la figura del vecchio gli
apparve nella sua interezza, ed egli constat quanto
fosse piccolo, tanto pi piccolo di lui, pallido, un esile,
nero anacoreta sulla propria terra. Un pensiero
gli attravers la mente : Che cosa terribile essere vecchi!.
L'orrore per il tiranno, e la sinistra paura per
la sua sorte, che l'avevano ossessionato tutto il giorno,
parvero svanire, e la sua compassione per tutto il
creato si allarg ad includere anche la cupa figura che
gli stava davanti.
Tutto il suo essere aveva invocato l'armonia. Ora,
con la possibilit del perdono, di una riconciliazione,
si sent invadere da un senso di sollievo; ricord
confusamente Anne-Marie che beveva dal secchio che
le avevano avvicinato alle labbra. Si tolse il cappello,
come suo zio aveva fatto un momento prima - chi
avesse visto di lontano quei due gentiluomini vestiti
di scuro fermi sul sentiero, avrebbe pensato che stessero
ripetutamente e rispettosamente salutandosi - e
con un rapido gesto si liber la fronte dai capelli. Di
nuovo gli torn alla mente il motivo udito nella serra:

Mourir pour ce qu'on aime
C'est un trop doux effort...

Rimase a lungo immobile e muto. Strapp alcune
spighe di segale, le tenne strette nel pugno e le guard.
I sentieri della vita, pens, gli apparivano come un
viluppo ingarbugliato, un disegno complesso e tortuoso;
n lui n alcun altro essere umano aveva il
potere di dominarlo o di dirigerlo. In quell'arabesco
si intrecciavano la vita e la morte, la felicit e il dolore,
il passato e il presente. Tuttavia l'iniziato avrebbe
potuto decifrarlo con la stessa facilit con cui lo
scolaro decifra i nostri numeri - che al selvaggio devono
apparire confusi e incomprensibili. E da questi
elementi contrastanti nasceva la concordia. Tutto
ci che viveva era destinato a soffrire; il vecchio, che
lui aveva giudicato severamente, aveva sofferto, mentre
guardava morire il figlio e temeva l'estinzione del
proprio essere. Anche lui sarebbe arrivato a conoscere
il dolore, le lacrime ed il rimorso, e, proprio grazie a
loro, la pienezza della vita. Allo stesso modo, quella
impresa disumana poteva essere, per la donna nel campo
di segale, un corteo trionfale. Perch morire per la
persona che si ama era una fatica cos dolce che non
ci sono parole per spiegarla.
Ora, pensandoci, cap che aveva cercato per tutta
la vita l'unit delle cose, il segreto che collega i fenomeni
dell'esistenza. Era stato proprio questo conflitto,
quest'oscuro presagio, a paralizzarlo talvolta,
immobile ed inerte, mentre giocava coi suoi compagni,
o in altri momenti - nelle notti di luna, o in
mare nella sua piccola imbarcazione - a rapirlo in
un'estasi gioiosa. Mentre altri giovani, nei loro piaceri
o nei loro amori, avevano cercato il contrasto e la variet,
lui aveva desiderato soltanto di comprendere
appieno l'unicit del mondo. Se per lui le cose fossero
andate diversamente, se il suo giovane cugino non
fosse morto, e gli eventi accaduti dopo quella morte
non lo avessero ricondotto in Danimarca, la sua ricerca
della comprensione e dell'armonia lo avrebbe forse
portato in America, e l forse le avrebbe infine trovate,
nelle foreste vergini di un nuovo mondo. E invece
gli si erano rivelate proprio quel giorno, nel luogo
dove aveva giocato da bambino. Come il canto 
tutt'uno con la voce che lo modula, come la strada
 tutt'uno con la meta, come gli amanti diventano
una cosa sola nel loro amplesso, cos l'uomo  una cosa
sola col proprio destino, e deve amarlo come ama se
stesso.
Alz di nuovo lo sguardo verso l'orizzonte. Sentiva
che, volendolo, avrebbe potuto scoprire che cosa
mai, in quel luogo, avesse fatto nascere nel suo animo
l'improvvisa concezione dell'universo. Ne aveva avuto
il primo barlume quella mattina, quando aveva filosofeggiato,
con leggerezza e nel proprio interesse, su
quella sua sensazione di appartenere a quel paese ed a
quella terra. Ma poi quel sentimento era cresciuto;
era divenuto qualcosa di pi possente, una rivelazione
per la sua anima. Un giorno avrebbe indagato a
fondo, perch la legge di causa ed effetto era uno
studio meraviglioso ed affascinante. Ma non adesso.
Quell'ora era consacrata a emozioni pi intense, a una
resa al fato e al volere della vita.
No disse infine. Se lo desiderate, non me ne
andr. Rester qui.
In quel momento, un lungo e forte rombo di tuono
ruppe la quiete pomeridiana. Rimbomb per un
poco tra le basse colline, e il giovane se ne sent squassare
il petto come se qualcuno lo avesse afferrato e
scrollato tra le mani. Il paesaggio aveva parlato. Egli
ricord che dodici ore prima gli aveva fatto una domanda,
quasi per gioco, senza saperne il perch. E
adesso aveva avuto la risposta.
Che cosa ci fosse in quella risposta non lo sapeva;
n volle approfondire. Con quella promessa fatta allo
zio si era consegnato alle pi possenti forze del mondo.
Ora accadesse pure quel che doveva accadere.
Grazie disse il vecchio gentiluomo, e fece con
la mano un piccolo gesto affettato. Sono felice di
sentirvelo dire. Non dobbiamo permettere che la differenza
di et o di punti di vista ci divida. Nella nostra
famiglia siamo stati sempre abituati a mantenere
tra noi la fiducia e l'armonia. Mi avete dato una
consolazione.
Qualcosa, nelle parole dello zio, ridest vagamente
nel cuore di Adam i presentimenti del pomeriggio.
Egli li respinse; non voleva che turbassero la nuova,
deliziosa felicit suscitata in lui dalla decisione di
rimanere.
Ora devo andare disse il vecchio gentiluomo.
Ma non occorre che veniate con me. Domani vi racconter
com' finita la faccenda. No disse Adam.
Torner al tramonto per assistere di persona alla
sua conclusione.
E tuttavia non torn. Non perse mai di vista l'ora,
e per tutto il pomeriggio la consapevolezza del dramma
che si stava svolgendo, e la profonda angoscia e
compassione con cui, nei suoi pensieri, lui lo seguiva,
diedero al suo eloquio, ad ogni suo sguardo e gesto,
un che di grave e di patetico. Ma anche nelle sale del
castello, e persino seduto all'arpicordo sul quale accompagnava
la zia nell'aria dell'Alceste, egli sentiva
di essere al centro degli eventi come se stesse nel campo
di segale, vicino a quegli esseri umani di cui adesso,
in quel campo, si decideva la sorte. Anne-Marie e
lui erano entrambi nelle mani del destino, e il destino,
per strade diverse, avrebbe portato ciascuno di
loro alla fine prestabilita.
In sguito ebbe modo di ricordare ci che aveva
pensato quella sera.
Ma il vecchio gentiluomo rimase. E nel tardo pomeriggio
ebbe un'idea; fece venire al padiglione il suo
cameriere personale, con l'aiuto del quale si cambi
d'abito, indossando un vestito di broccato che portava
a Corte. Si fece infilare una camicia adorna di trina
e protese le gambe sottili per farsi mettere le calze di
seta e le scarpe con le fibbie. Cos maestosamente abbigliato,
cen da solo - una cena frugale - ma accompagn
il pasto con una bottiglia di vino del Reno, per
sostenere le proprie forze. Rimase per qualche tempo
nel padiglione, un po' abbandonato sulla sedia;
poi, mentre il sole si avvicinava all'orizzonte, raddrizz
le spalle e si mise ancora una volta in cammino verso
il campo.
Le ombre ora si stavano allungando, sfumate di azzurro
lungo tutto i declivi all'est. Piccole chiazze azzurre
si allargavano ai piedi degli alberi isolati in mezzo
alle spighe, come a segnarne la collocazione, e mentre
il vecchio percorreva il sentiero, lo seguiva un'ombra
sottile e straordinariamente allungata. Una volta
si ferm di colpo; gli era parso di sentir cantare un'allodola
sul suo capo, un suono primaverile; la sua
mente stanca non aveva una percezione chiara della
stagione; gli sembrava di procedere, e di ristare, in
una sorta di eternit.
La gente nel campo non era pi silenziosa come
nel pomeriggio. Molti parlavano tra loro ad alta voce,
e una donna un po' in disparte dagli altri
piangeva.
Nel vedere il padrone, il castaldo gli si avvicin.
In preda ad un grande turbamento, gli disse che con
ogni probabilit la vedova avrebbe finito di mietere
il campo in un quarto d'ora.
Il guardacaccia e il carrettiere sono qui? gli domand
il vecchio gentiluomo. Sono venuti cinque
volte, disse il castaldo e cinque volte sono andati
via. E ogni volta hanno detto che non sarebbero tornati.
Ma sono sempre tornati, e ora sono qui. E
il ragazzo dov'? domand ancora il vecchio gentiluomo.
 con lei disse il castaldo. Gli ho dato
il permesso di seguirla. Ha camminato accanto alla
madre per tutto il pomeriggio, e adesso potete vederlo
al suo fianco, laggi.
Ora Anne-Marie avanzava verso di loro in modo
pi uniforme, ma con estrema lentezza, come se ad
ogni passo fosse l l per arrestarsi. Quella eccessiva
languidezza, riflett il vecchio gentiluomo, se ottenuta
di proposito sarebbe stato un vero esempio d'arte
sopraffina - inimitabile e pieno di dignit; ci si
poteva immaginare che avanzasse a quel modo, nel
corso di una processione o di un rito religioso, l'Imperatore
della Cina. Si fece ombra con la mano, perch
il sole era ormai tramontato, e i suoi ultimi raggi
da dietro l'orizzonte facevano danzare davanti ai suoi
occhi una miriade di lievi, sfrenate scintille multicolori.
Il tramonto inondava la terra e l'aria di un
tale splendore che il paesaggio si era trasformato in un
crogiolo di gloriosi metalli. I prati e i pascoli erano
diventati d'oro puro; il campo d'orzo l vicino, con
le sue lunghe spighe, era un lago fluttuante di vivido
argento.
Nel campo di segale non rimaneva che una piccola
chiazza di spighe, quando la donna, messa in allarme
dalla luce mutata, volse leggermente il capo per guardare
il sole. Ma non interruppe il suo lavoro: continuava
ad afferrare ed a falciare manciate di segale, l'una
dopo l'altra, l'una dopo l'altra. Una grande agitazione,
e un suono che pareva un sospiro profondo e ingigantito,
percorsero la folla. Il campo adesso era mietuto
da un capo all'altro. Soltanto la mietitrice non
se n'era ancora resa conto; protese di nuovo la mano,
e quando la vide vuota sembr perplessa o delusa.
Allora lasci cadere le braccia lungo il corpo, e lentamente
cadde in ginocchio.
Molte delle donne scoppiarono in lacrime, e tutti
le si affollarono intorno, lasciando solo un piccolo
spazio libero dalla parte dove era fermo il vecchio
gentiluomo. Quel trovarseli tutt'a un tratto cos vicino
spavent Anne-Marie, che ebbe un piccolo gesto
d'inquietudine, come se temesse che le mettessero le
mani addosso.
Il ragazzo, che le era rimasto accanto tutto il giorno,
ora cadde in ginocchio vicino a lei. Nemmeno lui
osava toccarla; stava l con un braccio proteso dietro
la schiena della madre e l'altro davanti, all'altezza
delle clavicole, per esser pronto ad afferrarla se fosse
caduta, e continuava a piangere forte. In quel momento
il sole spar all'orizzonte.
Il vecchio gentiluomo si fece avanti e con gesto
solenne si tolse il cappello. La folla tacque, in attesa
che dicesse qualcosa. Ma per un minuto o due lui rimase
in silenzio. Poi, parlando molto lentamente, si
rivolse alla donna.
Vostro figlio  libero, Anne-Marie disse. Dopo
una breve pausa, soggiunse : Avete fatto un'ottima
giornata di lavoro, che sar ricordata per un pezzo.
Anne-Marie alz lo sguardo, ma non oltre le ginocchia
del vecchio, ed egli cap che non aveva sentito
le sue parole. Si volse al ragazzo. Goske, disse
gentilmente riferisci a tua madre quello che ho
detto.
Il ragazzo aveva continuato a piangere dirottamente,
tra accorati e rauchi singhiozzi. Dovette fare uno
sforzo per frenarsi e riacquistare un certo dominio di
s. Ma quando finalmente parl, col viso contro il
viso della madre, la sua voce era bassa, quasi impaziente,
come se le stesse dando una notizia banale.
Sono libero, mamma disse. Hai fatto un'ottima
giornata di lavoro che sar ricordata per un pezzo.
Al suono della sua voce lei alz il volto verso di
lui. Un lieve, blando stupore pass come un'ombra
sui suoi tratti, ma lei non diede segno di aver udito,
e la gente intorno cominci a domandarsi se la stanchezza
non l'avesse resa sorda. Ma dopo un attimo ella
alz la mano, lentamente, con gesto malcerto, annaspando
nell'aria per arrivare al viso del figlio, e gli
tocc la guancia. La guancia era bagnata di lacrime,
che parvero trattenere leggermente le punte delle sue
dita, come se lei fosse incapace di vincere quella tenuissima
resistenza o di ritrarre la mano. Per un minuto
si guardarono in viso. Poi, con un gesto lento
ed estenuato, come una spiga di grano che cada al suolo,
ella si abbandon in avanti sulla spalla del ragazzo,
e lui la strinse tra le braccia.
La tenne cos, premuta contro di lui, seppellendo
il viso nei suoi capelli e nel fazzoletto, cos a lungo
che le persone pi vicine, spaventate nel vedere il
corpo della donna cos minuto tra le sue braccia, si
accostarono e, chinatesi, la liberarono dalla sua stretta.
Il ragazzo le lasci fare senza una parola n un
gesto. Ma la donna che aveva preso Anne-Marie tra
le braccia per rialzarla si volse verso il vecchio gentiluomo.
 morta disse.
Quelli che avevano seguito Anne-Marie per tutto il
giorno continuarono ad aggirarsi sul campo per molte
ore, finch dur la luce della sera, e anche pi a lungo.
Molto tempo dopo che alcuni avevano portato via
la morta su una barella improvvisata con dei rami
d'albero, altri ancora andavano su e gi tra le stoppie,
seguendo e misurando il suo percorso da un capo
all'altro del campo di segale, e legando le ultime spighe
l dove lei aveva concluso il suo lavoro.
Il vecchio gentiluomo rimase a lungo con loro, facendo
ogni tanto qualche passo, poi tornando a
fermarsi.
In sguito, nel punto dove la donna era morta, il
vecchio signore fece piantare una stele con una falce
scolpita sopra. Allora i contadini del luogo battezzarono
quel campo di segale Il campo del dolore.
E quando la storia della donna e di suo figlio era gi
stata dimenticata da molto tempo, quel campo era ancora
conosciuto con quel nome.
...
L'EROINA.

Un giovane inglese, un certo Frederick Lamond,
che contava tra i propri antenati un gran numero di
ecclesiastici e di studiosi ed era a sua volta studente
di filosofia delle religioni, a vent'anni, grazie al suo
talento e alla sua tenacia, si era fatto benevolmente
notare dal proprio insegnante. Nel 1870 ottenne una
borsa di studio e and in Germania. Si proponeva di
scrivere un libro sulla dottrina dell'espiazione, e la
sua mente era tutta presa da quest'argomento.
Frederick aveva sempre vissuto tutto solo tra i suoi
libri; adesso ogni giornata gli regalava impressioni
nuove. Il mondo, come un grosso e vecchio tomo, si
era spalancato davanti a lui e pian piano, di propria
iniziativa, voltava una pagina dopo l'altra. Il primo
grande fenomeno che trov in quel libro fu la pittura.
Un giorno and a visitare l'Altes Museum per dare
un'occhiata al Cristo sul Monte degli Ulivi dipinto
da Venusti, di cui gli aveva parlato un'amico, e rimase
stupefatto nel vedersi circondato da quadri che
avevano attinenza coi suoi studi. Non sapeva che al
mondo ci fossero tanti quadri. Torn per ammirarli
ancora, e dai dipinti di argomento sacro pass alle
opere profane dei grandi maestri. Era un giovanotto
semplice. Non aveva nessuno che lo guidasse, e non
si faceva illusioni sulla propria capacit di capire l'arte;
tornava a visitare il museo perch tra i quadri si
sentiva felice. Fin col girare per le gallerie come se
stesse a casa propria. Riconosceva al primo sguardo
molti personaggi biblici, ed era in ottimi rapporti
anche con le figure mitologiche ed allegoriche. In realt,
erano proprio questi gli abitanti di Berlino che
conosceva meglio, perch fuori dai musei egli non
era facile alle amicizie.
Mentre Frederick vagabondava nel mondo dei propri
pensieri, il mondo della dura realt non si era
affatto fermato, ma anzi si muoveva con fretta febbrile.
Stava per scoppiare una grande guerra.
A spiegargli per la prima volta la situazione fu un
giovanotto che in Inghilterra abitava nel maniero
poco lontano dalla canonica di suo padre e che,
incontratolo a Berlino in un'afosa giornata di luglio,
lo salut orgogliosamente con una citazione dell'Amleto:
Sulla mia vita, Lamond!, e poi continu a
dar sfogo al suo giovane e tumultuoso animo, messo
in subbuglio dalle voci sulla prossima guerra francoprussiana.
Questo giovanotto aveva un fratello all'ambasciata
di Parigi, e aveva spiegato a Frederick che
ogni soldato dell'esercito francese era equipaggiato di
tutto punto, e che a Parigi la folla gridava  Berlin!.
Ora Frederick si rendeva conto che tutto questo
gi lo sapeva, da un po' di tempo a quella parte,
perch dove cenava aveva sentito qualche discorso
del genere, ma, per cos dire, soltanto con la superficie
della mente. E scopr pure che le sue simpatie
andavano alla Francia. Farei meglio a lasciare Berlino
pens.
Radun i suoi manoscritti e mise in valigia gli indumenti.
Poi and a congedarsi dai quadri, e preg
che l'imminente assedio e la conquista di Berlino
non li danneggiassero. E cos part per il confine.
Ma non aveva fatto molta strada quando scopr di essere
stato troppo lento. Ormai era difficile viaggiare;
non poteva pi andare n avanti n indietro. Cambi
i suoi programmi e decise di recarsi a Metz, dove
conosceva delle persone, ma non riusc ad arrivare
nemmeno l. Alla fine dovette ringraziare Dio che
gli fosse consentito di fermarsi in una cittadina che
si chiamava Saarburg, non lontana dal confine.
Nel modesto albergo di Saarburg erano venuti ad
arenarsi molti viaggiatori francesi. Tra questi c'era un
vecchio sacerdote che veniva da un collegio della Bavaria,
due anziane suore di un educandato, una vedova
che gestiva un albergo in una citt di provincia,
un ricco viticultore, e un viaggiatore di commercio.
Tutti costoro erano terribilmente preoccupati. Alcuni,
pi ottimisti, speravano di ottenere il permesso
di passare la frontiera del Ducato di Lussemburgo e
di arrivare in Francia per quella strada; i pessimisti
ripetevano le voci allarmanti secondo le quali i
francesi venivano accusati di spionaggio e fucilati.
Il proprietario dell'albergo era maldisposto verso i
suoi ospiti, dato che alcuni di essi erano fuggiti dalle
loro case senza bagaglio n denaro; inoltre era ateo e
detestava la Chiesa.
L'imperturbabilit del giovane studioso inglese ag
come un calmante sui profughi, che andavano a parlargli
dei loro guai. Frederick e il vecchio sacerdote,
per passare il tempo, s'ingolfavano in lunghe discussioni
teologiche. Il vecchio gli confid che da giovane
aveva scritto un trattato sul rinnegamento di Pietro.
Allora Frederick gli tradusse alcuni brani del proprio
manoscritto.
Verso la fine di luglio l'ineluttabilit degli eventi
cominci a rendere irrespirabile l'aria di Saarburg.
Si diceva che stessero per arrivare delle truppe tedesche
dirette in Francia. Sentendosi gi protetto dalla
loro potenza, l'albergatore divenne ancora pi sgarbato
coi francesi; fece piangere le due suore, e la vedova,
dopo avere avuto una scenata terribile con lui,
svenne e fu costretta a mettersi a letto. Gli altri ospiti
cercarono di starsene buoni.
Nel pieno di queste prove cos dure arriv all'albergo,
accompagnata dalla sua cameriera, una signora
francese che veniva da Wiesbaden, e che subito divenne
il personaggio centrale di quel piccolo mondo.
All'orecchio di Frederick, il suo nome riecheggiava
tutta l'eroica storia della Francia. A tutta prima
egli lo vide scritto su una quantit di casse e di bauli
ammucchiati nell'atrio dell'albergo, e immagin che
ella fosse una vecchia dama imponente, una sorta di
spettro venuto dal glorioso passato. Ma quando se la
vide davanti, scopr che era giovane quanto lui, fiorente
come una rosa, una vera bellezza. Frederick
pens:  come se una leonessa si aggirasse tranquilla
in un gregge di pecore. Concluse che doveva aver
lasciato Wiesbaden cos tardi perch non era riuscita
a convincersi che sarebbe potuto capitarle qualcosa
di grave; si rifiutava di crederlo ancora adesso. Non
aveva nessuna paura. Sopportava l'angoscia della timorosa
combriccola dell'albergo con intrepida tolleranza,
come se si rendesse conto che dovevano aver
aspettato il suo arrivo con l'animo sospeso. Messa di
fronte al pericolo del momento, alla pavidit del piccolo
gruppo e all'ostilit dell'ambiente, ella divenne
ancora pi araldica, come una leonessa su un blasone.
E a Frederick pareva che, pur cos giovane e fragile,
di ora in ora andasse impersonando, persino nel portamento,
nell'espressione e nell'eloquio, l'immagine
ideale e classica di una dame haute et puissante, la
vera incarnazione dell'antica Francia.
I profughi trovarono riparo sotto le sue ali. Lei sospinse
l'albergatore fuori dall'esistenza, fece abbassare
la cresta ai domestici e ottenne che fossero serviti
pasti migliori. Fece in modo che i conti fossero saldati
e ottenne che venisse chiamato un medico per
Madame Bellot. Per tutte queste cose aveva bisogno
di un corriere, e cos tra lei e Frederick si stabil una
certa amicizia.
Se Frederick avesse incontrato questa signora sei
mesi avanti, prima di lasciare l'Inghilterra, accanto a
lei si sarebbe sentito timido e imbarazzato. Adesso
invece aveva una certa dimestichezza, se non con lei
personalmente, almeno con le sue sorelle e le sue parenti
strette. Perch nonostante la sua raffinata modernit,
ella aveva tutte le grazie delle dee di Tiziano
e del Veronese. I suoi lunghi e morbidi riccioli avevano
la stessa pallida sfumatura dorata delle loro chiome;
il suo portamento aveva quella femminile maest
con cui loro sedevano sul trono o danzavano, e le sue
carni possedevano la stessa misteriosa freschezza e luminosit
delle loro carni.
Portava un cappellino verde-cacciatore con una piuma
di struzzo rosa, un abito di seta grigio tortora
incredibilmente ampio, lunghi guanti di pelle scamosciata,
e intorno al collo bianchissimo un nastrino di
velluto nero. Aveva perle al collo e alle orecchie, e
diamanti alle dita. Nella vita reale Frederick non aveva
mai visto nessuna che le somigliasse, ma poteva
immaginarsela con estrema facilit in una cornice
d'oro su una parete dell'Altes Museum. Di lei gli
avevano detto che si era sposata giovanissima ed era
rimasta vedova, ma quasi nient'altro. Egli sapeva per,
senza che nessuno glielo dicesse, dove aveva trascorso
tutti gli anni precedenti a questo loro incontro:
fra le luminose colonne di marmo, sotto le fronde
profumate, davanti all'abbagliante mare azzurro
e alle nuvole argentee e rosee che aveva ammirato nei
dipinti. Forse aveva un fanciullo negro al suo servizio.
Talvolta Frederick sbrigliava l'immaginazione, e
allora la vedeva negli atteggiamenti abbandonati delle
dee - ma s, vestita come Venere. Ma queste sue
fantasie erano candide ed impersonali; per nulla al
mondo la avrebbe offesa.
Lei lo trattava con un'indulgenza da sorella maggiore,
ma a volte era un po' brusca, come se fosse
spazientita nei confronti di un mondo tanto meno
perfetto di lei. Frederick concluse che tra loro c'era
una certa somiglianza. Nessuno dei due dava importanza
a certi fatti della vita che per altre persone erano
importantissimi. Ma nel caso di Frederick questa
noncuranza nasceva da un senso di distacco, o di estraniazione,
da tutto il mondo. Mentre lei egli pensava
 cos perch il mondo lo domina, e non
ne tollera sciocchezze.  la discendente e la legittima
erede di tutti i conquistatori e i sovrani di questo
mondo, tiranni inclusi. Dalle etichette sui bauli
venne a sapere che il suo nome era Hlose.
Consapevoli del potere di Madame Hlose, i rifugiati
dell'albergo vissero uno o due giorni di felicit.
E alla fine tutti quanti spinsero un po' troppo oltre
la loro ardita sicurezza. A cena, gustando un galletto
arrosto e dell'ottimo vino, parlarono a cuore aperto
e pieni di speranza, e il viaggiatore di commercio, che
era un ometto timidissimo, ma aveva una gran bella
voce, cant per loro alcune romanze. Il vecchio sacerdote
lo accompagn al pianoforte che c'era nella sala
da pranzo. Infine cantarono tutti insieme l'inno Partant
pour la Syrie. A met di un verso si ud un gran
battere contro la porta, certi colpi che sembravano
tuoni. Ma loro non se ne curarono, continuarono a
cantare, e poi, tutti fiduciosi, si separarono per la notte.
L'indomani, in un tripudio di entusiasmo e di
trionfo, le truppe tedesche entrarono a Saarburg, e nel
pomeriggio i profughi dell'albergo, all'infuori di Madame
Bellot che era ancora a letto, furono arrestati
e portati davanti al magistrato.
Frederick apprese con suo grande stupore che lui e
il vecchio sacerdote erano imputati di spionaggio, e
che ad incriminarli servivano di pretesto le loro lunghe
conversazioni, il suo manoscritto e i suoi appunti.
Il magistrato sosteneva che le sue citazioni tratte
dal libro di Isaia, 53,8: Per le trasgressioni del mio
popolo si riferivano all'ora, al giorno e al mese
dell'avanzata tedesca. Frederick pens che gli era gi
capitato di sentire interpretare Isaia in modi aberranti,
e con grande pazienza cerc di ragionare col magistrato.
Ma scopr che quel gentiluomo era ossessionato
dalle intense emozioni del momento, e tetragono a
qualsiasi ragionamento. Il vecchio sacerdote non volle
o non pot parlare.
Nel corso della giornata Frederick and convincendosi
che rischiava davvero di essere fucilato prima di
sera. Quella certezza gli diede uno strano, intenso tremore.
Cos pensava sapr se c' un'altra vita dopo
la morte. Gli pass per la testa che anche il sacerdote
lo avrebbe saputo nello stesso momento. Ma
il vecchio aveva sempre avuto una mente cos dottrinaria
che riferita a lui quell'idea era inconcepibile.
Al tramonto, comunque, anche il magistrato si stanc
di quella faccenda e fece condurre i due imputati davanti
a un gruppo di ufficiali, che avevano preso possesso
di una grande villa nei sobborghi della citt, i
cui proprietari erano fuggiti nel timore di un'invasione
francese. E l i due trovarono gli altri profughi
dell'albergo.
Nella villa c'era un'atmosfera molto diversa che nel
municipio. I tre ufficiali tedeschi avevano pensato bene
di cenare tra le eleganze della sala, che era sontuosamente
tappezzata di broccato cremisi, con pesanti
tendaggi e grandi quadri alle pareti. Il dessert e il
vino erano ancora sul tavolo davanti ai commensali,
che avevano i volti arrossati dal bere, ma pi ancora
dall'esultanza, perch un'ora prima avevano avuto la
notizia dell'avvenuta battaglia di Wissenburg, e il
telegramma era l accanto ai bicchieri.
Uno dei tre era un uomo eretto nella persona, coi
capelli grigi e il viso affilato; un altro si sarebbe detto
che fosse lo spirito-guida, o l'enfant gt di tutti.
Avevano lasciato a lui il compito d'interrogare i prigionieri
perch parlava il francese meglio dei suoi compagni,
e li divertiva con la sua esuberante vitalit. Era
piuttosto giovane, di statura gigantesca, ed eccezionalmente
biondo, con una pienezza, o meglio una compattezza,
che lo faceva apparire come un giovane dio.
Accolse gli ospiti dell'albergo con ridente e sdegnoso
stupore, e aveva tutta l'aria di non temere n Dio n
il diavolo - e tanto meno qualche francese - finch non
scorse Madame Hlose. Da quel momento l'interrogatorio
non fu che una questione personale tra lui e lei.
Questo poteva vederlo anche Frederick. Ma non
era il giudice pi adatto per quel genere di guerra; e
sebbene, dopo la prima occhiata, ella non avesse pi
guardato il giovane, mentre lui non stornava nemmeno
per un istante i suoi chiari occhi sporgenti dal volto
e dalla figura della fanciulla, Frederick non avrebbe
saputo dire quale dei due, in verit, fosse
all'offensiva.
Si somigliavano, sarebbero potuti essere fratello e sorella.
Ed era evidentissimo che si temevano a vicenda.
Mentre l'interrogatorio andava avanti, il tedesco era
tutto sudato per lo sgomento e lei si faceva sempre
pi pallida; ma nulla al mondo avrebbe potuto staccarli
l'uno dall'altra. Frederick era certo che quello
fosse il loro primo incntro; tuttavia, in quella sala,
era di una faida antica che si decidevano le sorti. Si
trattava forse di un conflitto nazionale ereditario, egli
si domand, o bisognava risalire ancora pi indietro
nel tempo, e addentrarmi ancora pi a fondo, per
scoprirne le radici?
Il giovane tedesco dichiar per prima cosa che a
quel punto non riteneva proprio che valesse la pena
di avanzare sino a Parigi. Le domand come mai fosse
capitata in quella compagnia, e se giudicava i suoi
compari pi pericolosi di lei. Ella rispose in tono secco,
a fronte alta. Frederick si rese conto che ormai il
suo destino e quello dei compagni dipendevano da
lei. Consider che nessuno al mondo, e meno di tutti
quel giovane soldato, avrebbe potuto sopportare a lungo
l'atteggiamento e il tono della fanciulla, eppure in
cuor suo non poteva fare a meno di esultare per quella
magnifica prova di insolenza che lei stava dando. Era
inevitabile che alla fine il tedesco le si avvicinasse;
mentre le teneva davanti agli occhi un foglio perch
lei lo leggesse, le parl col viso quasi contro il viso.
Al che, con un gesto pieno di grazia, ella ritrasse l'ampia
gonna perch lui non potesse nemmeno sfiorarla.
Egli s'interruppe a met di una frase, e gli manc
il respiro. Madame, disse poi, molto lentamente
non voglio certo toccare il vostro vestito. Ma voglio
farvi una proposta. Scriver il salvacondotto per voi
e per i vostri amici perch possiate raggiungere il
Lussemburgo, che  per l'appunto ci che volete da
me. Potete venire a prenderlo tra mezz'ora. Ma dovrete
venire senza quella veste, che a ragione vi affannate
tanto a tenere discosta da me. Insomma, per avere
i salvacondotti, dovrete venire vestita come la dea Venere.
E sappiate soggiunse dopo un attimo di sbigottito
silenzio che questa  una proposta molto generosa,
Madame. E tutt'a un tratto, al suono delle
proprie parole, si fece di fiamma.
Per un istante il cuore di Frederick cess di battere,
colmo di disgusto o forse di orrore, e di una profonda
tristezza. Quella sentenza era una deformazione
delle incantevoli fantasie alle quali si era abbandonato
lui stesso quando pensava ad Hlose. Quella
empiet faceva del mondo un luogo di rivoltante bassezza,
e di lui un complice.
Quanto a Hlose, quell'insulto la trasform come
se le avesse dato fuoco. Si volse d'impeto verso quel
tracotante, e Frederick non l'aveva mai vista cos colma
di vitalit o di arroganza; pareva che stesse per
ridere in faccia al suo nemico. La sordidezza del
mondo non la toccava, pens lui con profonda, estatica
gratitudine; lei era al di sopra di tutto quel sudiciume.
Solo per un attimo la sua mano corse allo
scollo della mantiglia, come se, sentendosi soffocare
sotto quel fiotto di sdegno, volesse liberarsene. Ma
subito dopo si immobilizz; mentre la mano le ricadeva
lungo il fianco, parve che il sangue abbandonasse
il suo volto, che divenne pallidissimo. Si volse verso
i prigionieri suoi compagni, e lentamente fece scorrere
lo sguardo sui loro visi sbiancati e sgomenti.
I due ufficiali pi anziani si mossero a disagio sulle
loro sedie. Il giovanotto sventol il suo foglio di carta
verso di loro. Perbacco! proruppe. Egli fu ferito
per le nostre trasgressioni! Per le trasgressioni
del mio popolo siamo colpiti! Con tanto di capitolo
e di verso! Abbiamo davanti un'intera banda di spie,
con lei - e punt contro Hlose un dito tremante -
che li capeggia. Perch mai doveva venire proprio
qui? Non poteva, comunque, lasciarci in pace?.
Torn a rivolgersi a lei; non poteva rinunciare a
mostrarle la sua supremazia. Siete sicura di avermi
capito? grid. No, non ne sono sicura disse lei.
La lingua francese  poco adatta alla vostra proposta.
Volete ripetermela in tedesco, per piacere?.
Questo gli fu difficile; per lo fece. Hlose si tolse
il cappello, e i suoi capelli d'oro scintillarono alla
luce delle lampade. Per tutta la durata del colloquio,
ella tenne il cappello tra le mani congiunte dietro la
vita sottile, in un gesto che le dava l'aria di avere i
polsi legati dietro la schiena.
Perch lo domandate a me? disse. Domandatelo
a quelli che sono con me. Sono povera gente, gente
laboriosa, e abituata alle avversit. Qui c' un sacerdote
francese, continu molto lentamente il
consolatore di tante povere anime; e ci sono due suore
francesi, che hanno assistito i malati e i moribondi.
Gli altri due hanno dei figli in Francia, che senza di
loro si troveranno in gravi difficolt. La propria salvezza,
per ciascuno di loro,  pi importante della mia.
Che siano loro a decidere se vogliono comprarla al
prezzo da voi proposto. E vi risponderanno in francese,
loro.
Il vecchio sacerdote avanz di un passo. All'albergo
aveva la mania di fare dei lunghi discorsi, ma qui
non disse una sola parola. Si limit ad alzare il braccio
destro e a muoverlo di qua e di l. Una delle vecchie
suore si appoggi contro la parete, come se gi stesse
affrontando il plotone d'esecuzione. Sollev tutt'e due
le braccia e grid: No!. L'altra si mise a singhiozzare
accorata, le gambe non la ressero ed ella cadde in
ginocchio ripetendo: No. No. No.
Fu il rappresentante di commercio a fare un discorso.
Si avvicin con un lungo passo al giovane
ufficiale, alz gli occhi a quella statura gigantesca e
disse: Siete convinto che abbiamo paura di voi,
non  vero? S, abbiamo paura, infatti. Abbiamo sempre
paura di poter somigliare a voi. Frederick non
disse nulla; guard l'ufficiale dritto in faccia, e non
pot trattenere un lieve sorriso.
Il tedesco chin lo sguardo sul rappresentante di
commercio, e poi, oltre il suo capo, fiss Hlose. E
proruppe: Andatevene, allora! Facciamola finita.
Andatevene tutti quanti!. Chiam due soldati dalla
stanza vicina. Portate gi questa gente, ordin
gi in cortile. E aspettate gli ordini. Poi torn a
rivolgersi ai prigionieri, gridando: Come volete! Ma
adesso lasciatemi in pace. Lasciatemi in pace e basta.
L'ultima cosa che Frederick vide in quella sala
fu la sua faccia mentre Hlose gli passava davanti e
lo guardava. Poi tutti loro furono scortati gi per le
scale e fuori della casa.
Quando uscirono nel cortile la sera era limpida,
e nel cielo cominciavano ad apparire le prime stelle.
Un lato del cortile era chiuso da un muro basso, che
recintava il giardino della villa; dall'altro lato veniva
l'odore di violacciocche. I profughi, esausti ed ignari
del loro destino, andarono in fila indiana a prendere
posto accanto a quel muro. Hlose, ferma a testa
nuda nel cortile, guard il cielo, e dopo un momento
disse a Frederick : Ho visto una stella cadente.
Peccato che non abbiate espresso un desiderio.
Erano l in piedi da mezz'ora quando dalla casa
videro venire tre soldati, uno dei quali reggeva una
lampada. Uno degli altri due, che doveva essere un
caposquadra, fece scorrere lo sguardo sui prigionieri,
poi si avvicin al vecchio sacerdote e gli porse
un foglio. Questo  il permesso per andare nel Lussemburgo
disse.  per voi tutti. I treni sono Stracolmi;
dovrete procurarvi una carrozza in citt. Sar
meglio che partiate subito.
Non appena quello fin di parlare, il terzo soldato
si fece avanti e si rivolse a Hlose, e tutti loro trasecolarono
nel vedere che le porgeva il grosso mazzo di rose
che prima era sul tavolo della sala; poi scatt nel
saluto militare. Il Colonnello disse prega Madame
di accettare questi fiori. Con i suoi ossequi. A
un'eroina. Hlose prese il mazzo dalle sue mani come
se non vedesse n lui n i fiori.
All'albergo riuscirono a far venire delle carrozze.
Le fecero aspettare, mentre loro si affrettavano a consumare
un pasto frugale, del pane e un po' di vino,
dal momento che non avevano pi mangiato nulla
dalla mattina. Non fu certo il bis della superba cena
della sera avanti; sembrava che con quella cena non
avesse nessun rapporto. La loro esistenza, da allora,
si era spostata su un altro piano. Si tenevano per
mano, ognuno di loro doveva la propria vita ad ognuno
degli altri.
Hlose era ancora il personaggio centrale della loro
comunit, ma in modo nuovo, come un oggetto infinitamente
prezioso a loro tutti. Il suo orgoglio, la sua
gloria erano anche i loro, perch tutti erano stati pronti
a morire per salvarli. Ella era ancora pallidissima;
sembrava una bimba tra persone adulte, e rideva
di tutto ci che le dicevano. Poich insistette a voler
portare con s tutti i suoi bauli e le sue casse,
considerandoli evidentemente una parte di se stessa e da
non lasciare nelle mani del nemico, e poich fu Frederick
a doverli caricare, fin che i due fecero insieme
il viaggio sino alla frontiera, dietro agli altri, in un
piccolo fiacre.
Frederick ricord per tutta la vita quel viaggio,
ricordava persino le curve della strada. Era sorta la luna,
e il tratto di cielo che la separava dall'orizzonte
era come incipriato di polvere d'oro. Quando cominci
a formarsi la rugiada, Hlose si tir lo scialle sul
capo; incorniciata dalle sue scure pieghe sembrava
una contadinella, e tuttavia, al pari di una musa, gli
sedeva accanto come su un trono. Nei libri lui aveva
letto, in passato, di eroiche gesta e di eroine; l'episodio
che aveva appena vissuto e la giovane donna al
suo fianco erano come i libri, ma nondimeno, in lei
c'era una cos squisita, semplice vivezza quale non aveva
mai trovato in nessun libro al mondo. La sua silenziosa,
trionfante felicit gli era soave come il profumo
del frumento maturo nei campi che stavano attraversando.
Tutt'a un tratto lei gli prese la mano.
Erano le prime ore del mattino quando passarono
la frontiera e giunsero alla piccola stazione di Wasserbillig,
dove trovarono il resto del gruppo. Mentre aspettavano
il treno che doveva portarli in Francia, e
volsero di nuovo i loro sguardi verso Parigi, Frederick
sent che i suoi amici francesi erano diventati come
una famiglia, della quale lui non faceva pi parte.
Quando finalmente arriv il treno, si sarebbe quasi
detto che ignorassero la sua esistenza.
Ma all'ultimo momento Hlose gli rivolse un lungo,
intenso, tenero sguardo, che lo segu da dietro il
vetro del suo scompartimento. Poi, tutt'a un tratto,
non c'era pi.
Fermo sul marciapiede, Frederick guard il treno
che scompariva in un brumoso paesaggio mattutino.
Sent che a quel punto era calato il sipario su un
grande avvenimento della sua vita. Il cuore gli doleva
di felicit insieme e di struggimento. L'artista da
poco nato dentro di lui, l'amico di Venusti, accett
l'avventura con spirito umile ed estatico, e Domine,
non sum dignus fu la sua risposta. Ma non appena
si trov di nuovo solo, il ricercatore e l'indagatore in
lui - il suo vecchio io che si era formato nelle universit
inglesi - ripresero il sopravvento, desiderarono
molto di pi che questo, e sentirono l'esigenza di essere
illuminati, di sapere e di capire. C'era ancora, nel
fenomeno dello spirito eroico, qualcosa di incompreso,
una zona inesplorata e misteriosa.
Era proprio quel momento di indagine incompiuta
e di intito fallito, riflett, a dargli adesso, in quella
sosta alla stazione di Wasserbillig, quel senso quasi
soffocante di perdita o di privazione, come se gli avessero
allontanato un boccale dalle labbra prima che lui
riuscisse a placare la propria sete.
Talvolta il destino aiuta il vero ricercatore a raggiungere
i suoi intenti. E stavolta aiut Frederick nella
sua indagine sullo spirito eroico. Gli tocc soltanto
di aspettare un poco.
In Inghilterra torn ai suoi studi. Termin il trattato
sulla dottrina dell'espiazione, e pi tardi scrisse un
altro libro. Col tempo smise di dedicarsi esclusivamente
alla filosofia religiosa per sconfinare nella storia delle
religioni in generale. E si era gi conquistato una
certa notoriet fra i giovani letterati della sua generazione;
era fidanzato con una ragazza che conosceva
sin da quando erano bambini entrambi, allorch, cinque
o sei anni dopo la sua avventura a Saarburg, dovette
andare a Parigi per seguire un corso tenuto da
un grande storico francese.
A Parigi and a trovare un vecchio amico, fratello
del ragazzo che, a Berlino, gli aveva per primo parlato
della guerra imminente. Questo giovanotto si chiamava
Arthur e svolgeva ancora, come a quel tempo, lo
stesso incarico presso l'Ambasciata. Come si potesse,
a Parigi, far divertire uno studioso di teologia era per
Arthur un vero problema. Invit Frederick a pranzo
in un ristorante di raffinata eleganza e, mentre cenavano,
gli domand se gli piacesse Parigi, e che cosa
avesse visto della citt. Frederick rispose che aveva visto
una miriade di cose belle, e che si era recato a visitare
il museo del Louvre e quello del Luxembourg.
Per un poco parlarono di arte classica e moderna. Poi,
all'improvviso, Arthur proruppe: Se hai il gusto
delle cose belle, so quello che dobbiamo fare. Andiamo
a vedere Hlose. Hlose? gli fece eco Frederick.
Non una parola di pi disse Arthur. 
qualcosa che non si pu descrivere; bisogna vedere coi
propri occhi.
Condusse Frederick in un piccolo music-hall molto
elegante ed esclusivo. Siamo appena in tempo disse.
Poi scoppi a ridere e soggiunse: Anche se, per
essere sinceri, avresti dovuto vederla durante l'Impero.
Qualcuno sostiene che  un'oca perfetta, ma quando
le guardi le gambe non ci puoi credere. La jambe
c'est la femme! Mi hanno anche detto che la sua vita
privata  irreprensibile. Questo io non lo so.
Lo spettacolo era intitolato La vendetta di Diana e
ostentava lo stile classico, ma era squisitamente moderno
nei particolari. Una schiera di giovani e graziosissime
ballerine, che figuravano di essere ninfe in
una foresta, danzavano e si mettevano in posa, ed erano
tutte vestite molto succintamente. Ma il clou dello
spettacolo fu l'apparire della dea Diana in persona,
senza nulla addosso.
Mentre avanzava tendendo il suo arco d'oro, un
suono come un lungo sospiro fece vibrare la sala. La
bellezza del suo corpo si rivel una sorpresa e un'estasi
anche per coloro che l'avevano gi vista; quasi
non credevano ai propri occhi.
Arthur la contempl col suo binocolo da teatro, che
poi generosamente porse a Frederick. Ma si accorse
che Frederick non se ne serviva e che, dopo il primo
istante, non faceva pi un solo gesto. Si domand se
per caso non fosse scandalizzato. C'est une chose incroyable
disse que la beaut de cette femme. Che
ne dici?.
S disse Frederick. Ma io la conosco. L'ho gi
vista. Non in questo spettacolo, immagino disse
Arthur. No. Non in questo spettacolo conferm
Frederick. Dopo un momento soggiunse: Forse si
ricorda di me. Le mander il mio biglietto da visita.
Arthur sorrise. Il ragazzo al quale Frederick aveva
affidato il suo biglietto torn portandogli una breve
lettera di risposta. Ti ha risposto? domand
Arthur. S disse Frederick. Si ricorda di me. Ci
raggiunger al nostro tavolo dopo lo spettacolo.
Hlose? proruppe Arthur. Ma guarda un po'
questi inglesi che insegnano filosofia della religione!
Quando l'hai conosciuta? Forse quando stavi scrivendo
il tuo saggio sui misteri dell'Adone egiziano?.
No, stavo scrivendo tutt'altro, allora disse Frederick.
Arthur ordin un tavolo, una bottiglia di vino
e un grande mazzo di rose.
Non appena Hlose comparve nella sala, tutte le
teste si volsero verso di lei come i girasoli di un'aiuola
che cercano il sole. Era vestita di nero, con un lungo
strascico e lunghi guanti, perle e piume di struzzo.
Tutto quel nero sospir l'intero teatro in cuor suo
per nascondere tutto quel candore!.
Era forse un po' pi florida di seno, e pi smagrita
nel volto, di quanto non fosse stata sei anni prima,
ma si muoveva ancora allo stesso modo, come un'agile
felide, e aveva nell'espressione e nel portamento quella
risolutezza, o forse quell'impazienza, che allora aveva
affascinato Frederick. Il giovane si alz per salutarla,
e Arthur, che l'aveva giudicato penosamente goffo
tra il pubblico elegante del teatro, fu colpito dalla
sua dignit, e poi, mentre il suo amico ed Hlose si
fissavano l'un l'altro, dall'identica espressione di intenso,
felice fervore dei loro visi. Si sarebbe detto, a
guardarli, che nell'incontrarsi avrebbero voluto scambiarsi
un bacio, ma che ne fossero stati impediti da
qualcosa che non era certo la presenza di tante persone
intorno a loro. Continuavano a starsene in piedi,
come se avessero dimenticato la facolt umana di
sedersi.
Hlose guardava Frederick sorridendo radiosa.
Sono cos felice che siate venuto a vedermi disse,
tenendogli la mano tra le sue. Frederick a tutta prima
non riusc a spiccicare parola; poi, quando si decise
a farlo, le rivolse una domanda sciocca. Qualcuno
degli altri  mai venuto qui a vedervi? domand.
No disse Hlose. No, nessuno di loro. A questo
punto Arthur ottenne che si sedessero al suo tavolo,
l'uno di fronte all'altra. Lo sapevate domand
Hlose che il povero vecchio Padre Lamarque
 morto?. No! disse Frederick, Non ho pi
avuto notizie di nessuno di loro.  morto, s
disse Hlose. Non appena arrivato a Parigi, allora,
chiese che lo mandassero al fronte. E l ha compiuto
imprese leggendarie; era un eroe! Ma pi tardi fu
ferito, qui a Parigi, dai soldati di Versailles. Quando
l'ho saputo sono corsa all'ospedale, ma ahim, era troppo
tardi.
Per compensare il mutismo del suo compatriota,
Arthur, con una frase di cortesia, le vers lo
champagne.
Oh, erano brave persone proruppe lei alzando
il proprio bicchiere.  stato davvero un momento
straordinario! E anche le due vecchie suore, quant'erano
buone! E cos tutti gli altri.
Ma non erano esattamente coraggiosi soggiunse,
tornando a posare il bicchiere. Avevano tutti una
paura tremenda, quella notte alla villa. Gi si vedevano
presi di mira dai fucili tedeschi. E, buon Dio,
stavano correndo anche un altro rischio, in quel momento,
un rischio molto peggiore di quanto riuscissero
a immaginare.
Che cosa intendete dire? domand Frederick.
Oh, s, un rischio peggiore disse Hlose.
Perch loro mi avrebbero costretta a fare ci che quel tedesco
pretendeva. Mi avrebbero costretta a farlo, per
salvarsi la pelle, se lui si fosse rivolto direttamente a
loro, o se li avesse lasciati fare. E poi non se lo sarebbero
pi perdonato. Ne avrebbero avuto rimorso per
tutta la vita, e si sarebbero ritenuti grandi peccatori.
Non erano le persone giuste per quel tipo di situazione,
loro che in tutta la vita non avevano mai fatto
nulla di male. Ecco perch fu molto triste che fossero
cos atrocemente spaventati. Credetemi, amico mio,
per quelli l sarebbe stato molto meglio finire fucilati
che continuare a vivere con un peso sulla coscienza.
Non ci erano abituati, capite? Non avrebbero saputo
come vivere con quell'incubo.
Voi come fate a sapere tutto questo domand
Frederick.
Oh, conosco bene le persone come quelle disse
Hlose. Anch'io sono cresciuta tra gente povera e
onesta. Una sorella di mia nonna era suora, ed  stato
un vecchio e povero sacerdote come Padre Lamarque
a insegnarmi a leggere.
Posato il gomito sul tavolo e il mento sulla mano,
Frederick la fiss a lungo. Allora il vostro successivo
trionfo disse con estrema lentezza  stato in
realt il nostro? Perch ci eravamo comportati cos
bene?. Vi eravate comportati bene, non  forse
vero? disse lei sorridendogli.Ma allora, disse
Frederick senza mutare tono voi siete stata un'eroina
ancora pi sublime di quanto immaginassi allora.
Mio caro amico! disse lei.
Egli le domand: In quel momento credevate veramente
che potessero fucilarvi?. S rispose Hlose.
Lui avrebbe potuto benissimo farmi fucilare,
e con me tutti voi. Poteva anche essere il suo modo
di fare all'amore. E tuttavia, soggiunse pensierosa
era onesto, un giovane onesto. Sapeva veramente desiderare
una cosa. Molti uomini non ne sono capaci.
Bevve, si fece riempire di nuovo il bicchiere, e
guard Frederick. Voi, disse voi non eravate come
gli altri. Se fossimo stati l da soli, noi due, tutto
sarebbe stato diverso. Voi avreste potuto esortarmi,
in tutta semplicit, a salvare la mia vita nel modo
che voleva lui, senza dare in sguito nessuna importanza
all'episodio. Me ne sono accorta subito. E poi,
in quel fiacre, quando abbiamo fatto il viaggio insieme
sino alla frontiera, e voi non avete detto una
sola parola, ne sono stata certa. Questo mi  piaciuto
molto, in voi, e non so proprio dove l'abbiate imparato,
visto che dopo tutto siete inglese. Frederick riflett
sulle sue parole: S, disse lentamente se
l'aveste proposto voi stessa, di vostra spontanea volont.
Ed Hlose si mise a ridere.
Ma volete sapere, ella proruppe all'improvviso
volete sapere qual  stata la vera fortuna per voi
e per me, e per noi tutti? Che in quel momento, con
noi, non ci fosse nessuna donna. Una donna me l'avrebbe
fatto fare senz'altro, per quanto desolata potessi
essere. E allora, dove sarebbe andata a finire
tutta la nostra grandezza?. Ma con noi delle donne
c'erano disse Frederick. C'erano le due suore.
Oh, no, quelle non contano disse Hlose. Una
suora non  una donna nel senso che dico io. No, io
parlo di una donna sposata, o di una vecchia zitella,
di una donna onesta. Se Madame Bellot non avesse
avuto il mal di stomaco per la paura, mi avrebbe strappato
tutto di dosso in un baleno, ve lo garantisco io.
Quella non sarei mai riuscita a convincerla.
Hlose rimase pensierosa, con gli occhi fssi sul
volto di Frederick, e dopo qualche minuto disse: Siete
diventato proprio un uomo! Siete pi maturo, ne
sono convinta. Eravate soltanto un ragazzo, allora.
Eravamo entrambi tanto pi giovani!. Stasera
disse lui non mi sembra che sia passato tanto tempo.
E invece  passato, disse Hlose soltanto
che a voi non importa. Voi siete un uomo, uno scrittore,
non  vero? Voi siete sulla curva ascendente. Scriverete
molti altri libri, lo sento. Non vi ricordate che
quando andammo a fare una passeggiata insieme, a
Saarburg, mi parlaste dei libri di un ebreo di Amsterdam?
Aveva un nome carino, come un nome di donna.
Avrei potuto sceglierlo come nome d'arte, al posto di
quello che ho preso, il quale pure fu scelto per me da
un uomo colto. Immagino che lo conoscano soltanto
persone molto colte. Qual era, ditemi?. Spinoza
rispose Frederick. S, disse Hlose Spinoza.
Tagliava diamanti. Fu un discorso molto interessante.
No, voi non vi curate del tempo che passa. Si  cos
contenti di rivedere gli amici, disse eppure proprio
allora ci si rende conto che il tempo vola. Siamo noi
a sentire questo, noi donne. Il tempo ci porta via tante
cose! E alla fine: tutto. Lev lo sguardo su Frederick,
e nessuno dei volti dipinti dai grandi maestri
gli aveva mai dato una simile visione della vita, e del
mondo. Quanto vorrei, mio caro amico, ella disse
che voi mi aveste vista allora!.
...
IL RACCONTO DEL MOZZO.

Il brigantino Charlotte, partito da Marsiglia, stava
facendo rotta per Atene, in un'atmosfera plumbea
e tra grossi marosi, dopo tre giorni di vera e propria
tempesta. Un piccolo mozzo, di nome Simon, stava
sul ponte bagnato e oscillante, reggendosi a una sartia,
e con la testa alzata verso le nuvole che si rincorrevano
gonfie nel cielo fissava il pennone pi alto dell'albero
maestro.
Un uccello, che aveva cercato rifugio sull'albero, si
era impigliato con le zampe in una funicella allentata
della drizza, e, lass in cima, lottava per liberarsi.
Il ragazzo sul ponte lo vedeva sbattere le ali e girare
la testa di qua e di l.
Fatta la sua esperienza, egli era giunto alla conclusione
che a questo mondo ognuno deve badare a se
stesso e non aspettarsi aiuto dagli altri. Ma quella lotta
mortale e silenziosa lo stava affascinando da pi di
un'ora. Si domandava che specie di uccello fosse. In
quegli ultimi giorni, gli uccelli erano venuti a posarsi
a centinaia sul sartiame del brigantino: rondini,
quaglie, e un paio di falconi pellegrini; anche quello
doveva essere un falcone pellegrino. Ricordava ancora
quella volta che molti anni prima, nel suo paese,
proprio vicino a casa sua, ne aveva visto uno che stava
fermo su una pietra ad un passo da lui, e che poi aveva
ripreso il volo quasi in verticale. Chi sa che non
fosse proprio quello. Quell'uccello  come me.
Allora era l, e adesso  qui riflett.
A questo pensiero sent nascere dentro di s una
solidariet, un senso di tragedia comune; continu
a guardare l'uccello col cuore in gola. Nei pressi non
c'era nessun altro marinaio che potesse deriderlo; e
lui cominci a pensare come avrebbe potuto arrampicarsi
lungo le sartie per liberare il falcone. Si pass
le dita tra i capelli per scostarseli dal viso, si tir su
le maniche, volse un ampio sguardo lungo tutto il ponte,
e poi prese ad arrampicarsi. Un paio di volte, tra
quei cavi oscillanti, fu costretto a sostare.
Quando raggiunse il pennone pi alto dell'albero
maestro, scopr che si trattava proprio di un falcone
pellegrino. Non appena la sua testa si trov allo stesso
livello della testa del falcone, l'uccello smise di dibattersi
e lo fiss con due rabbiosi, disperati occhi gialli.
Egli dovette afferrarlo con una sola mano, mentre
tirava fuori il coltello e tagliava di netto la cordicella.
Nel guardare gi ebbe paura, ma sentiva al tempo
stesso che nessuno gli aveva ordinato di salire, che si
stava cimentando in un'impresa che era soltanto sua, e
ci gli diede un rassicurante senso d'orgoglio, come
se il mare ed il cielo, la nave, l'uccello e lui stesso fossero
una cosa sola. Non appena liberato, il falcone lo
becc sul pollice con tanta forza da ferirlo a sangue,
e lui per poco non lasci la presa. Si sent travolgere
dalla rabbia e gli diede un colpo secco sulla testa, poi
se lo mise sotto la giacca e affront la discesa.
Quando torn a posare i piedi sul ponte, ecco che
vide il cuoco e il suo aiutante, fermi l con la testa
all'aria, che vociavano da matti per sapere cosa mai
avesse combinato sull'albero maestro. Lui era cos
stanco che aveva gli occhi colmi di lacrime. Trasse
il falcone da sotto la giacca e lo mostr ai due, e l'uccello
rimase immobile tra le sue mani. Quelli scoppiarono
a ridere e se ne andarono per i fatti loro. Simon
pos il falcone sul ponte, arretr di qualche passo e
rimase a osservarlo. Dopo un poco gli venne in mente
che forse il ponte era troppo scivoloso per consentirgli
di spiccare il volo, sicch torn a prenderlo, e fin
col posarlo su un rotolo di vele. Dopo un momento il
falcone cominci a pulirsi le ali, fece due o tre vispi
saltelli e poi, tutt'a un tratto, vol via. Il ragazzo lo
segu con lo sguardo mentre volava al di sopra dei
grigi marosi. Pens : Ecco laggi il mio falcone che
vola.
Quando la Charlotte torn in patria, Simon si imbarc
su un'altra nave, e due anni dopo era marinaio
sulla goletta Hebe, che si trovava all'ncora nel
porto di Bdo, molto a nord sulla costa norvegese, per
fare un carico di aringhe.
Ai grandi mercati di aringhe di Bdo le navi giungevano
a frotte da tutte le parti della terra; c'erano
battelli svedesi, finlandesi e russi, una foresta di alberature,
e sulla terraferma un tumultuoso fermento di
vita, un bailamme di lingue, e risse fenomenali.
Sulla riva erano state sistemate delle baracche, e i lapponi,
creature piccole e gialle dagli occhi guardinghi e
dai movimenti silenziosissimi, che Simon non aveva
mai visti prima, venivano a vendere i loro manufatti di
cuoio adorni di perline. Era aprile, il cielo e il mare
erano cos tersi che lo sguardo stentava a reggerne lo
splendore - una distesa d'acqua infinitamente vasta e
colma di strida di uccelli - come se qualcuno affilasse
di continuo coltelli invisibili, dovunque, su su
fino al cielo.
Simon era stupefatto della luminosit di queste sere
di aprile. Non sapeva niente di geografia, e non
immaginando nemmeno che dipendesse dalla latitune,
la prendeva come un segno di rara benevolenza da
parte dell'universo, come un favore. Simon era sempre
stato piccolo per la sua et, ma durante quell'ultimo
inverno era cresciuto, era diventato robusto. Gli pareva
che questa buona sorte dovesse nascere dalla
stessa fonte che alimentava la mitezza del clima, da
una nuova benignit nel mondo. Timido com'era,
quell'incoraggiamento gli era stato proprio necessario;
ora non chiedeva altro. Sentiva che il resto dipendeva
da lui. E se ne andava in giro con dignitosa
fierezza.
Una sera che aveva qualche ora di permesso, se
ne and sino alla baracca di un piccolo negoziante
russo, un ebreo che vendeva orologi d'oro. Tutti i
marinai sapevano che quegli orologi erano di metallo
vile e non funzionavano, per li compravano lo stesso
e ne facevano grande sfoggio. Simon rimase per un
pezzo ad ammirarli, ma non ne compr nessuno. Il
vecchio ebreo aveva nella sua bottega le merci pi
svariate, tra cui una cassa di arance. Nel corso dei suoi
viaggi, a Simon era capitato di mangiare delle arance;
cos ne compr una da portar via. Voleva inerpicarsi
su una collina, da dove si vedesse il mare, e l
gustarsela in pace.
Mentre proseguiva nella sua passeggiata, e aveva
ormai raggiunto la periferia della citt, vide una ragazzina
vestita di azzurro, ferma al di l di una siepe,
che lo guardava. Doveva avere tredici o quattordici
anni ed era smilza come un'anguilla, ma aveva un viso
franco, tondetto e lentigginoso e due lunghe trecce.
Si fissarono.
Chi stai aspettando? le domand Simon, tanto
per dire qualcosa. Il viso della ragazza fu illuminato
da un sorriso estatico e compiaciuto. Ma che domande!
L'uomo che sposer, naturalmente fu la risposta.
Qualcosa nella sua espressione rese felice e sicuro
di s il ragazzo, che le rivolse un breve sorriso.
Chi sa che non sia io le disse. Ah, ah, rise la ragazza
posso garantirti che ha qualche anno pi di
te. Be', disse Simon non sei tanto grande nemmeno
tu. La ragazzina scosse il capo con aria solenne.
No, disse ma quando diventer grande
sar bellissima, e porter scarpe marroni con i tacchi
e il cappello. Vuoi un'arancia? le disse Simon,
non essendo in grado di darle nessuna delle cose
che lei aveva nominate. Ella guard l'arancia, poi lui.
Sono buone da mangiare, sai? le disse Simon. E
allora perch non la mangi tu?. Sapessi quante ne
ho mangiate ad Atene! rispose lui. Qui me l'hanno
fatta pagare un marco. Come ti chiami?
domand lei. Mi chiamo Simon. E tu?. Nora.
Sentiamo un po' che cosa vuoi in cambio della tua arancia,
Simon?.
Quando sent il proprio nome detto dalle sue labbra,
Simon si fece ardito. Sei disposta a darmi un
bacio in cambio dell'arancia? le domand. Nora lo
guard per un istante tutta seria. S, disse poi
non mi dispiacerebbe darti un bacio. Lui si sent
accaldato come se avesse fatto una gran corsa, e le
afferr la mano che lei protendeva per prendere l'arancia.
In quel momento qualcuno dalla casa la chiam.
 mio padre disse lei, e cerc di ridargli l'arancia,
ma lui non volle prenderla. Allora torna domani,
disse lei in fretta cos ti dar il bacio. E
scapp via. Lui rimase a guardarla mentre si allontanava,
e poco pi tardi torn alla sua nave.
Simon non aveva l'abitudine di fare progetti per il
futuro, e quindi non sapeva se sarebbe tornato da lei
oppure no.
La sera seguente dovette fermarsi a bordo perch
il permesso di sbarco toccava agli altri, ma la cosa
non gli dispiacque troppo. Decise di rimanersene sul
ponte col cane della nave, Balthasar, e di esercitarsi
con una concertina che si era comprata qualche tempo
prima. La sera pallida lo circondava da tutti i lati, il
cielo era lievemente roseo, il mare, calmissimo, pareva
latte annacquato, soltanto lungo la scia delle imbarcazioni
che andavano a riva si frantumava in striature
di un vivido color indaco. Simon continuava a suonare;
ma dopo un po' quella musica cominci a parlargli
con tanta veemenza che lui s'interruppe, e alzandosi
in piedi lev lo sguardo al cielo. E allora vide che
la luna piena era gi alta.
Il cielo era cos chiaro che essa appariva del tutto
superflua; si sarebbe detto che fosse comparsa per capriccio.
Era rotonda, ritrosetta e piena di s. A quel
punto lui cap che doveva andare a terra, qualunque
punizione dovesse costargli. Ma non sapeva in che modo,
dal momento che la scialuppa era servita ai compagni.
Se ne stava da un pezzo cos sul ponte, piccola e
solitaria siluetta di marinaio a bordo di una nave,
quando finalmente scorse una scialuppa proveniente
da una nave che era all'ncora pi al largo, e grid
un richiamo. Scopr che erano i marinai russi della
nave Anna che stavano andando a terra. Quando riusc
a farsi capire, quelli lo presero a bordo con loro; a
tutta prima gli chiesero di pagare il passaggio, poi,
ridendo, gli restituirono il denaro. Lui pens: Questi
saranno convinti che scendo a terra per prendermi
una ragazza. E allora sent, con un certo orgoglio,
che avevano ragione, anche se nello stesso tempo avevano
torto marcio e non sapevano niente di niente.
Quando furono a terra, i russi lo invitarono a bere
con loro, e visto che lo avevano aiutato lui non se la
sent di rifiutare. Uno di loro era una specie di gigante,
grosso come un orso; disse a Simon che si chiamava
Ivan. Si ubriac subito, e allora si gett sul ragazzo
con l'espansivit di un orsacchiotto; gli dava delle
grandi manate, tutto sorridente, rideva con la faccia
contro la sua, gli regal persino una catena da orologio,
d'oro, e lo baci su tutt'e due le guance. A questo
punto a Simon venne in mente che anche lui, nel
rivedere Nora, avrebbe dovuto farle un regalo, e non
appena riusc a svignarsela dai russi and in una botteguccia
che conosceva e compr un fazzolettino di seta
azzurra, dello stesso colore degli occhi di Nora.
Era sabato sera e le stradine tra le case erano gremite
di folla; gente che procedeva in lunghe file, certi
cantando, tutti con la smania di far baldoria. Tra la
fuga dalla nave e tutto l'alcool che aveva bevuto, trovandosi
in quella gran confusione di voci e di schiamazzi,
sotto il chiaro di luna, Simon si sent un po'
stordito. Si cacci il fazzoletto in tasca; era di seta,
una stoffa che non aveva mai toccato prima, un regalo
per la sua ragazza.
Non riuscendo a ricordarsi quale strada dovesse
prendere per andare da Nora, perse l'orientamento e
si ritrov al punto di partenza. Allora fu attanagliato
dall'angoscia di arrivare troppo tardi, e si mise a correre.
In un vicoletto tra due baracche di legno and
a sbattere contro un uomo gigantesco, e vide che era
Ivan. Il russo lo abbranc forte e lo trattenne. Ma
bene! grid al colmo della gioia. Ti ho trovato,
pulcino mio! Il povero Ivan ti cercava dappertutto, e
piangeva perch il suo amico era scomparso.
Lasciami andare, Ivan gridava Simon. Ooh, disse
Ivan ma io vengo con te e ti do tutto quello che
vuoi. Il mio cuore ed il mio denaro sono tuoi,  tutto
tuo; ho avuto diciassette anni anch'io, ero un agnellino
del Signore, e stanotte voglio tornare come allora.
Lasciami andare, grid Simon ho fretta. Ivan
lo stringeva da fargli male, e intanto gli dava delle
pacche amichevoli. Lo so, lo so diceva. Ora abbi
fiducia in me, mio piccolo amico. Niente potr separarci.
Stanno arrivando gli altri, li senti? e passeremo
una serata che te la ricorderai ancora quando sarai
nonno.
Tutt'a un tratto schiacci il ragazzo contro di s,
come un orso che abbranchi una pecora. Nel sentirsi
cos addosso il ripugnante calore di quel corpo, il
massiccio corpo di un uomo, l'agile ragazzo and
su tutte le furie. Pens a Nora che lo stava aspettando,
come un esile battello nell'aria velata, e a se stesso
imprigionato nel focoso abbraccio di un animale irsuto.
Colp Ivan con tutta la sua forza. Ti ammazzo,
Ivan, grid se non mi lasci andare ti ammazzo.
Oh, dopo mi ringrazierai disse Ivan, e si mise a
cantare. Simon annasp nella tasca in cerca del coltello
e lo tir fuori aperto. Non poteva sollevare la
mano, ma affond con furia la lama sotto il braccio
dell'uomo. Quasi immediatamente sent sgorgare il
sangue, che prese a scorrergli nella manica. Ivan smise
di colpo di cantare, lasci il ragazzo ed emise due
lunghi, profondi rantoli. Dopo un attimo cadde sulle
ginocchia. Povero Ivan, povero Ivan gemette. Poi
cadde bocconi. In quel momento Simon sent gli altri
marinai che si avvicinavano cantando lungo il vicolo.
Rimase un istante immobile, asciug il coltello
e guard il sangue che si allargava in una pozza scura
sotto il corpo massiccio. Poi corse via. Quando si ferm
un secondo per decidere da che parte andare, sent
alle sue spalle i marinai che urlavano intorno al
compagno morto. Pens: Devo scendere gi al mare,
cos potr lavarmi la mano. Ma nel momento
stesso in cui lo pensava, gi stava correndo dalla parte
opposta. Dopo un poco si trov sul sentiero che aveva
percorso il giorno prima, e gli parve familiare come se
l'avesse percorso centinaia di volte.
Rallent il passo per guardarsi intorno, e all'improvviso
vide Nora ferma oltre la siepe; gli era vicinissima,
quando lui la scorse alla luce della luna.
Vacillando, col fiato mozzo, cadde in ginocchio. Per un
momento non riusc a parlare. La ragazzina lo guardava.
Buonasera, Simon disse con la sua vocetta timida.
 tanto che ti aspetto e dopo un istante soggiunse:
Ho mangiato la tua arancia.
Oh, Nora, proruppe il ragazzo ho ucciso un
uomo!. Lei lo fiss, ma non si mosse. Perch hai
ucciso un uomo? gli domand poi. Per venire qui
spieg Simon. Perch cercava di fermarmi. Ma era
mio amico. Si rialz lentamente in piedi. Mi voleva
bene! grid il ragazzo, e a questo punto scoppi
in lacrime. S disse lei in tono riflessivo. Certo,
perch dovevi arrivare qui in tempo. Puoi nascondermi?
Perch mi stanno inseguendo. No, rispose
Nora nasconderti non posso. Perch mio padre 
parroco qui a Bdo, e puoi star certo che ti consegnerebbe,
se sapesse che hai ucciso un uomo. Allora,
disse Simon dammi qualcosa per pulirmi le mani.
Che cos'hanno, le tue mani? domand la ragazza,
e fece un piccolo passo avanti. Lui gliele mostr. 
sangue tuo?. No, disse lui  suo. Ella torn
a ritrarsi. Mi detesti, adesso? domand Simon.
No, non ti detesto. Ma tieni le mani dietro la
schiena.
Non appena lui nascose le mani, Nora gli si avvicin,
dall'altra parte della siepe, e gli gett le braccia
al collo. Premette il suo giovane corpo contro quello
di lui, e gli diede un tenero bacio. Egli sent il suo viso,
freddo come il chiaro di luna, sul proprio viso, e
quando lei si scost ebbe un capogiro, e non sapeva
se quel bacio fosse durato un secondo od un'ora. La ragazza
si teneva ben diritta nella persona, e aveva gli
occhi spalancati. Ora, gli disse con orgogliosa solennit
ti prometto che non mi sposer mai in vita
mia. Il ragazzo continuava a tenere le mani dietro la
schiena, come se lei gliele avesse legate in quella posizione.
E adesso devi scappare, disse Nora perch
stanno arrivando. Si guardarono negli occhi.
Non dimenticarti di Nora disse la ragazza. Lui le
gir le spalle e corse via.
Scavalc una siepe, e non appena si ritrov nell'abitato
prese a camminare. Non sapeva proprio dove
andare. Quando giunse a una casa che risonava di
musica e di chiasso ne varc lentamente la soglia. La
stanza era affollata; stavano ballando. Dal soffitto pendeva
una lampada che diffondeva su di loro il suo chiarore;
la polvere che si alzava dal pavimento rendeva
l'aria torbida e scura. Nella stanza c'erano alcune donne,
ma molti uomini ballavano tra loro, e con aria
grave o ridente pestavano i piedi in terra. Simon
era arrivato da pochi minuti quando la folla si addoss
contro le pareti per lasciare spazio a due marinai
che volevano esibirsi in una danza del loro paese.
Simon pens: Da un momento all'altro quei russi
verranno a cercare l'assassino del loro compagno,
e vedendo le mie mani sapranno che sono stato io.
Quei cinque minuti in cui rimase contro il muro
della sala da ballo, in mezzo a quei danzatori allegri
e sudati, furono importantissimi per il ragazzo. Se ne
rese conto lui stesso, come se durante quei minuti
stesse maturando e diventasse come gli altri. Egli non
lusingava il proprio destino, e nemmeno se ne doleva.
Aveva ucciso un uomo e aveva baciato una ragazza,
ecco tutto. Non pretendeva nient'altro dalla vita,
e la vita non pretendeva nient'altro da lui. Era Simon,
un uomo come gli uomini che lo circondavano,
e sarebbe morto, come tutti gli uomini finiscono col
morire.
Si rese conto che fuori di lui stava succedendo qualcosa
solo quando si accorse che era entrata una donna:
ora stava ferma nello spazio vuoto al centro della
stanza, e si guardava intorno. Era una donna attempata,
bassa e massiccia, col costume dei lapponi, e
aveva preso un atteggiamento cos maestoso e fiero
da far credere che fosse la padrona del locale. Era
chiaro che in quella sala la conoscevano quasi tutti, e
che avevano anche un po' paura di lei, sebbene alcuni
ridessero; il baccano cess immediatamente non appena
lei apr bocca.
Dov' mio figlio? domand con voce acuta e
stridula, come quella di un uccello. Subito il suo
sguardo cadde su Simon, ed ella si fece strada attraverso
la folla che si apriva davanti a lei, tese la vecchia
mano scarna e bruna e lo afferr per il gomito.
Vieni subito a casa con me gli disse. Stanotte
non devi star qui a ballare. Tra un po' rischi di ballare
una bella sarabanda!.
Simon si ritrasse, perch ebbe il sospetto che fosse
ubriaca. Ma quando lei lo guard dritto in faccia coi
suoi occhi gialli, gli parve di averla gi incontrata e
pens che forse non avrebbe fatto male a darle retta.
La vecchia attravers la sala tirandoselo dietro, e lui
la segu senza dire una parola. Non alzargli il pelo
a suon di frustate, Sunniva le grid uno dei presenti.
Tuo figlio non ha fatto niente di male, voleva
solo vedere il ballo.
Nel preciso momento in cui varcavano la soglia, ci
fu una certa confusione in strada, una turba di gente
arrivava di corsa, e un tizio, nell'entrare in quella casa,
si scontr con Simon, guard un attimo lui e la
vecchia, poi tir avanti.
Mentre i due procedevano lungo la strada, la vecchia
si tir su la sottana e ne cacci l'orlo nella mano
del ragazzo. Pulisciti la mano disse. Non erano
andati molto lontano quando giunsero a una casupola
di legno e si fermarono; la porta era cos bassa
che dovettero chinarsi per passare. Mentre la vecchia
lappone entrava per prima, sempre tenendo Simon
per il braccio, lui si guard un attimo intorno. La
notte si era fatta nebbiosa; la luna era circondata da
un ampio alone.
La stanza della vecchia era stretta e oscura, con una
sola finestrella; una lanterna posata sul pavimento la
rischiarava a malapena. Era sovraccarica di pelli di
renna e di lupo, e di corna di renna, di quelle che i
lapponi intagliano per farne bottoni e impugnature di
coltello, e l'aria era fetida e soffocante. Non appena
furono entrati, la donna si gir verso Simon, gli afferr
la testa e con le dita ricurve gli spart i capelli
e glieli pettin all'ingi come li portano i lapponi. Poi
gli ficc sul capo un berretto lappone e fece un passo
indietro per guardarlo meglio. Ora siediti sul mio
sgabello disse. Ma prima dammi il coltello.
Aveva un tono e dei modi cos imperiosi che il ragazzo
non pot far altro che obbedire; si sedette sullo sgabello,
e non riusciva a stornare gli occhi dal viso della
donna, che era piatto e bruno, e come spalmato di
sudicio nella rete di sottilissime rughe che lo ricopriva.
Si era appena seduto quando sent i passi di
molte persone che si avvicinavano per poi fermarsi
accanto alla casa; qualcuno buss alla porta, attese un
istante, torn a bussare. La vecchia si mise in ascolto,
immobile come un topo.
No disse il ragazzo alzandosi.  inutile, perch
stanno cercando proprio me. Lascia che mi consegni
nelle loro mani, per te sar meglio cos. Dammi il
tuo coltello lo rimbecc lei. E quando Simon glielo
porse, se lo immerse nel pollice con tanta forza che ne
sprizz il sangue, che lei lasci poi gocciolare su tutta
la sottana. Avanti, grid entrate!.
La porta si apr e sulla soglia comparvero due dei
marinai russi, che restarono fermi l sull'uscio; fuori
c'era altra gente. venuto qualcuno, qui da voi?
si informarono. Stiamo cercando un uomo che ha
ucciso un nostro amico, e poi  riuscito a scappare.
Avete visto o sentito venire qualcuno da questa parte?.
La vecchia lappone si gir di scatto a guardarli,
e alla luce della lampada i suoi occhi brillarono come
l'oro. Se ho visto o sentito qualcuno? grid. Voi
che giuravate morte impazzando per tutta la citt, ecco
quel che ho sentito. Mi sono spaventata, e anche
questo mio povero sciocchino si  spaventato, e cos
ho finito col ferirmi il pollice mentre tagliavo le fettucce
del tappetino che sto facendo. Il ragazzo  troppo
impaurito per aiutarmi, e il tappetino  rovinato.
Vedrete se non me lo faccio ripagare! Se state cercando
un assassino, entrate e frugate pure, e la prossima
volta che ci vediamo vi riconoscer di certo.
Era cos furibonda che saltellava sui due piedi, e muoveva
la testa di qua e di l come un rabbioso uccello
da preda.
Il russo entr, guard in giro per la stanza, poi
guard lei, che aveva la mano e la sottana tutte macchiate
di sangue. Andiamo, Sunniva, non ci maledire
le disse timidamente. Sappiamo bene quello
che sei capace di fare quando ti ci metti. Eccoti un
marco che ti ripagher del sangue che hai versato.
Lei protese la mano, e lui le mise sul palmo una moneta.
La vecchia ci sput sopra. E allora andate via,
adesso, e tra noi non ci sar cattivo sangue disse
Sunniva, e chiuse la porta alle loro spalle. Poi si cacci
il pollice in bocca e ridacchi piano.
Alzatosi dallo sgabello, il ragazzo le si ferm davanti
e la fiss in viso. Si sentiva come se stesse oscillando
a una grande altezza dal suolo, reggendosi a
malapena ad un appiglio. Perch mi hai aiutato?
le domand. E non lo sai? gli rispose lei. Non
mi hai ancora riconosciuta? Ma non puoi aver dimenticato
il falcone pellegrino che si era impigliato
nella drizza della tua nave, la Charlotte, mentre attraversava
il Mediterraneo. Quel giorno il vento squassava
la nave, e il mare era in tempesta, ma tu ti sei
arrampicato sulle sartie dell'albero maestro per aiutare
quell'uccello a liberarsi. Quel falcone ero io.
Noi lapponi voliamo spesso a quel modo, per vedere
il mondo. La prima volta che ti ho incontrato stavo
andando in Africa a trovare mia sorella, la pi giovane
di tutti noi, e i suoi figli. Anche lei  un falcone,
quando vuole. Allora viveva a Takaunga, dentro
una vecchia torre in rovina, che laggi chiamano minareto.
Si avvolse un lembo della sottana intorno
al pollice e lo strapp coi denti. Noi non dimentichiamo
disse. Io ti ho beccato il pollice, quando
tu mi hai presa;  giusto, quindi, che stasera mi ferissi
il pollice per te.
Gli and vicina, e gentilmente gli strofin sulla
fronte i due indici bruni simili ad artigli. Dunque,
gli disse tu sei un ragazzo pronto ad uccidere un uomo
per non arrivare tardi all'appuntamento con la fidanzata,
eh? Siamo solidali, noi donne di questa terra.
Ora ti segner la fronte, cos le ragazze sapranno
che tipo sei non appena ti guardano, e ti avranno in
simpatia per questo. Giocherell con i capelli del
giovane, e se li attorcigli intorno al dito.
Adesso sta' bene a sentire, uccellino mio disse.
In questo preciso momento, il cognato di un mio
pronipote si trova con la sua barca vicino all'approdo;
deve portare un carico di pelli fino a una nave
danese ancorata al largo. Far in tempo a riportarti
sulla tua nave prima che arrivi il secondo. La Hebe
salpa domattina, non  cos? Ma quando sarai a bordo,
restituiscigli il berretto che ti ho prestato. Poi
prese il coltello di Simon, se lo strofin ben bene nella
sottana e glielo porse. Ecco il tuo coltello disse.
Non lo caccerai pi nel corpo di nessuno; non sar
necessario, perch d'ora in avanti navigherai per i mari
come un marinaio leale. Abbiamo gi abbastanza
guai coi nostri figli.
Il ragazzo, sbalordito, cominci a balbettare qualche
parola di ringraziamento. Aspetta, gli disse la
donna ora ti preparo una tazza di caff, cos ti riprendi
un poco intanto che io ti lavo la giacca. E and
a mettere sul focolare un vecchio bricco di rame.
Dopo un po' gli porse una tazza senza manico piena di
un liquido bollente, forte e nero. Ora hai bevuto
con Sunniva gli disse; hai ingollato un po' di saggezza,
perci in futuro i tuoi pensieri non si perderanno
tutti come gocce di pioggia nel mare salato.
Quando lui fin di bere e pos la tazza, la vecchia
lo accompagn alla porta e gliela apr. Simon rimase
stupito nel vedere che era quasi giorno. La casa era
cos in alto che il ragazzo vedeva il mare di fronte a
s, e una bruma lattiginosa tutt'intorno. Le diede la
mano per salutarla.
Lei lo guard negli occhi. Noi non dimentichiamo
gli disse. E tu, tu mi hai dato un colpo sulla
testa in cima all'albero maestro. E io te lo rendo. E
detto questo gli diede un ceffone sull'orecchio, con
tanta forza da lasciarlo stordito. Ora siamo pari
disse lei; e con un lungo sguardo dei suoi occhi maliziosi
e luccicanti, spingendolo un poco oltre la soglia,
lo salut con un cenno del capo.
Cos il marinaio torn sulla sua nave, che doveva
salpare la mattina dopo, e visse abbastanza per poter
raccontare la sua storia.
...
LE PERLE.

Circa ottant'anni or sono, un giovane ufficiale delle
guardie, figlio cadetto di un'antica famiglia di signorotti
di campagna, spos a Copenaghen la figlia
di un ricco mercante di tessuti, figlio a sua volta di
un venditore ambulante che era originario dello Jutland.
A quei tempi un matrimonio del genere era
molto inconsueto. Fu un avvenimento di cui si parl
molto, e qualcuno ne trasse una ballata che si cantava
per le strade.
La sposa aveva vent'anni, ed era una vera bellezza,
una fanciulla robusta coi capelli neri e il colorito sano,
e di forme cos squisite che pareva tornita in un
solo blocco di legno. Aveva due vecchie zie nubili,
sorelle di quel nonno venditore ambulante, che il crescente
benessere della famiglia aveva sottratto di punto
in bianco a una vita di parsimonia e di dura fatica
per assiderle come due regine in un salotto. Quando
alle due sorelle arrivarono le prime voci sul fidanzamento
della nipote, subito la pi anziana and a farle
visita, e nel corso della conversazione le raccont una
storia.
Mia cara, le disse quand'ero bambina, il giovane
barone Rosenkrantz si fidanz con la figlia di un
ricco orefice. Ti par possibile una cosa del genere? La
tua bisnonna conosceva la ragazza. Il fidanzato aveva
una sorella gemella, che era dama di Corte. Costei si
rec in casa dell'orefice per vedere la futura sposa.
Quando se ne fu andata, la ragazza disse al fidanzato:
"Tua sorella ha riso di me, per come mi vesto e perch
quando ha parlato in francese non ho saputo risponderle.
Ha un cuore di pietra, me ne sono accorta
subito. Se vogliamo essere felici, non devi rivederla
mai pi, non potrei sopportarlo". Il giovanotto,
perch la fidanzata non si disperasse, le promise che non
avrebbe mai pi rivisto la sorella. Subito dopo, una domenica,
and a pranzo dalla propria madre e port
con s la fanciulla. Mentre la riaccompagnava a casa,
ella gli disse: "Ogni volta che mi guardava, tua
madre aveva le lacrime agli occhi. Per te aveva sperato
una moglie diversa. Se mi ami, devi rompere ogni rapporto
con tua madre". Anche stavolta il giovane innamorato
promise che avrebbe fatto quello che lei desiderava,
sebbene gli costasse molto, perch sua madre
era vedova e lui era il suo unico figlio maschio.
Quella stessa settimana mand alla fidanzata un mazzo
di fiori, che le fece consegnare dal proprio cameriere.
L'indomani ella gli disse: "Non tollero l'espressione
con cui mi guarda il tuo cameriere. Voglio che
lasci il servizio dal primo del mese prossimo".
"Mademoiselle", le disse il barone Rosenkrantz, "io non
posso avere una moglie che si lascia turbare dall'espressione
del mio cameriere. Eccovi il vostro anello.
Addio per sempre".
La vecchia signorina andava avanti nel suo racconto
senza stornare nemmeno per un attimo gli occhietti
scintillanti dal viso della nipote. Era una donna molto
energica, e da un pezzo aveva preso la decisione di vivere
per gli altri, assumendosi il ruolo di coscienza
della famiglia. Ma in realt, non avendo pi da nutrire
n paure n speranze personali, era soltanto un
vecchio e gagliardo parassita morale di tutto il clan,
e in special modo dei suoi membri pi giovani.
Jensine, la sposa, era una creatura giovane ed esuberante,
e quindi estremamente appetibile per un parassita.
E va anche detto che la fanciulla e la vecchia zitella
avevano parecchi tratti in comune. Ora la giovane
continu a versare il caff con viso amabile, ma dietro
quella maschera era furibonda, e si disse: Questa
la zia Maren me la pagher cara. Ma, come accade
spesso, era rimasta profondamente colpita dal mnito
della zia, e continuava a rimuginarci sopra.
Dopo il matrimonio, che fu celebrato nella cattedrale
di Copenaghen in una bella mattina di giugno,
gli sposi partirono per la Norvegia in viaggio di nozze.
Andarono per mare verso il nord, addirittura sino
ad Hardanger. A quei tempi un viaggio in Norvegia
era un'impresa romantica, e gli amici di Jensine le domandarono
perch mai non fossero andati a Parigi,
ma lei era contenta di cominciare la sua vita di sposa
in una terra desolata, e di essere sola col marito.
Pensava di non avere alcun bisogno n alcun desiderio
di accumulare nuove impressioni ed esperienze. E in
cuor suo soggiungeva: che Dio mi aiuti.
I pettegoli di Copenaghen sostenevano che lui si
fosse sposato per il denaro e lei per il titolo nobiliare,
ma avevano torto. Era stato un vero matrimonio d'amore,
e la luna di miele, a rigor di termini, fu un
idillio. Jensine non avrebbe mai sposato un uomo che
non amava; nutriva un profondo rispetto per il dio
dell'amore, e negli anni precedenti l'aveva supplicato
ogni giorno con la preghiera: Perch tardi ancora?.
Ma adesso si domandava se egli non l'avesse
esaudita con troppa dovizia, e capiva che i suoi libri
non l'avevano illuminata molto sulla vera natura
dell'amore.
I paesaggi della Norvegia, tra i quali aveva avuto
la sua prima esperienza della passione, contribuirono
all'impressione travolgente che ella ne ebbe. Il paese
era nel suo momento pi incantevole. Il cielo era azzurro,
i ciliegi selvatici fiorivano dovunque e colmavano
l'aria di una fragranza dolceamara, e le nottate
erano cos luminose che si poteva leggere a mezzanotte.
Jensine, in crinolina e con un bastone da montagna,
si inerpicava lungo i ripidi sentieri al braccio del
marito - e anche da sola, robusta e agile com'era. Si
fermava sulle vette, con le vesti squassate dal vento,
e non cessava pi di stupirsi. Aveva vissuto in Danimarca,
era stata per un anno in una pensione a Lubecca,
e si era fatta l'idea che la terra dovesse estendersi
orizzontalmente, piatta o appena ondulata,
davanti ai sui piedi. Ma tra queste montagne tutto stranamente
sembrava impennarsi in verticale, come certi
grandi animali che si drizzano sulle zampe di dietro
- e tu non sai se per giocare o per schiacciarti. Non
aveva mai raggiunto tali altitudini, e l'aria le andava
alla testa come un vino. E c'era acqua dappertutto,
acqua che avventandosi gi dalle montagne alte sino
al cielo, si acquietava in laghi sereni o si sbizzarriva
in argentei ruscelli o in ruggenti cascate adorne dei
colori dell'iride. Era come se la Natura medesima si
abbandonasse clamorosamente al riso od al pianto.
Da principio tutto questo le riusc cos nuovo che le
parve che le sue vecchie idee sul mondo venissero
squassate in qua e in l al pari delle sue sottane e dei
suoi scialli. Ma ben presto tutte quelle impressioni si
trasformarono in un senso di profondissimo sgomento,
un panico quale non aveva mai provato prima.
Era cresciuta in un ambiente dove predominavano
la cautela e la previdenza. Suo padre era un onesto
commerciante, timoroso di perdere il proprio denaro
non meno che di deludere i clienti. Talvolta questo
duplice pericolo l'aveva precipitato nella malinconia.
Sua madre era stata una ragazza timorata di Dio, e faceva
parte di una setta pietista; le sue vecchie zie erano
persone di rigidi princpi morali, e tenevano in
grande considerazione i giudizi della gente. Vivendo
in quella casa, Jensine talvolta si era creduta un essere
temerario, e aveva desiderato l'avventura. Ma in
quel mondo romantico e selvaggio, e clta di sorpresa
e sopraffatta dalle selvagge, ignote, formidabili
forze nel proprio cuore, si guardava intorno in cerca
di sostegno. Dove lo avrebbe trovato? Il suo giovane
sposo, che l'aveva portata l e col quale era tutta sola,
non poteva aiutarla. Anzi, era proprio lui la causa
della sua agitazione, ed egli era anche, ai suoi occhi,
il pi esposto ai pericoli del mondo esterno. Perch
subito dopo il matrimonio Jensine si era resa conto
- e forse l'aveva oscuramente saputo sin dal loro primo
incontro - che egli era un uomo assolutamente
impavido, ignaro di quel che fosse la paura.
Ella aveva letto molte storie di eroi, e li aveva ammirati
con tutta l'anima. Ma Alexander non era come
gli eroi dei suoi libri. Perch infatti non si poteva dire
che sfidasse o sormontasse i pericoli di questo mondo :
ne ignorava l'esistenza. Per lui le montagne erano un
campo di gioco, e con tutti i fenomeni della vita,
incluso l'amore, egli si trastullava come con dei compagni.
Tra cent'anni, tesoro mio, sar tutt'uno le
diceva. A Jensine pareva impossibile che lui fosse
riuscito a sopravvivere fino allora, ma poi ragionava
che la vita del marito era stata, sotto tutti i punti
di vista, molto diversa dalla sua. Ora aveva l'orrenda
sensazione di essere l, in un mondo di vette e di
abissi inauditi, nelle mani di una persona che ignorava
totalmente la legge della gravitazione. E i suoi
sentimenti per lui si fecero cos esasperati da rasentare
da una parte un profondo sdegno morale, come se lui
l'avesse deliberatamente ingannata, e dall'altra una
tenerezza estrema, quale avrebbe potuto provare per
un bimbo abbandonato e indifeso. Queste due passioni
erano le pi forti di cui fosse capace la sua natura;
esse si scatenarono dentro di lei, e finirono col trasformarsi
in un'ossessione. Le tornava alla mente la
favola del bambino mandato in giro per il mondo
a imparare la paura, e si convinceva che per il bene
suo e del marito, per difendersi non meno che per proteggerlo
e salvarlo, toccava a lei insegnargli a temere.
Lui non sapeva niente di quel che le passava per
la testa. Era innamorato di lei, la ammirava e la rispettava.
Ella era innocente e pura; discendeva da
gente capace di arricchirsi col proprio ingegno; sapeva
il francese ed il tedesco, e conosceva la storia e la
geografia. Per tutte queste qualit Alexander aveva un
rispetto reverenziale. Si aspettava che lei potesse riserbargli
delle sorprese, perch non si conoscevano molto
a fondo, e prima delle nozze avevano potuto parlarsi
a quattr'occhi solo poche volte. Per giunta, non pretendeva
di capire le donne ed era convinto che l'imprevedibilit
facesse parte della loro grazia. Le ubbie
ed i capricci della sua giovane sposa confermarono la
sua convinzione che ella fosse, come gli era apparso
sin dal loro primo incontro, ci di cui aveva bisogno
nella vita. Ma in lei voleva trovare un'amica, e gli
venne fatto di pensare che in vita sua non aveva mai
avuto un vero amico. Non le parl dei suoi amori del
passato - in realt, non gliene avrebbe potuto parlare
neppure se l'avesse voluto - ma quanto al resto le
disse tutto ci che riusciva a ricordare di s e della
propria vita. Un giorno le raccont di quella volta
che a Baden-Baden aveva giocato d'azzardo, scommetitendo
fino all'ultimo centesimo, e di come poi alla
fine avesse vinto. Non sapeva che lei, al suo fianco,
pensava: Insomma,  un ladro, o se non proprio un
ladro, un ricettatore, che non vale certo pi di un ladro.
Altre volte le parlava scherzosamente dei debiti
che aveva avuti in passato, e dei sotterfugi a cui doveva
ricorrere per evitare di imbattersi nel suo sarto.
Questi discorsi erano veramente inquietanti per Jensine.
Perch i debiti, ai suoi occhi, erano un abominio,
e le sembrava contro natura che lui ci avesse
sguazzato in mezzo senza provare la minima angoscia,
confidando che la fortuna avrebbe pagato per lui.
Tuttavia, rifletteva, lei stessa, la ragazza ricca che Alexander
aveva sposata, anche lei era giunta in tempo,
compiacente strumento della fortuna, a giustificare tanta
fiducia persino agli occhi del sarto. Lui le parl di un
duello che aveva fatto con un ufficiale tedesco, e le
mostr la cicatrice che gliene era rimasta. E quando
alla fine la prese tra le braccia, sulle alte cime montuose,
perch tutti i cieli potessero vederli, in cuor
suo ella grid: Se  possibile, che sia allontanato da
me questo calice.
Quando si accinse ad insegnare al marito la paura,
Jensine aveva in mente il racconto della zia Maren,
e fece voto di non chiedere mai grazia: lui e soltanto
lui doveva chiederla. Poich il legame tra loro era
la pietra angolare della sua esistenza, era logico che
prima di tutto ella tentasse di spaventarlo facendogli
balenare la possibilit di perderla. Era una ragazza
semplice, e fece ricorso a misure elementari.
Da quel momento, nelle loro escursioni, divenne
pi temeraria di lui. Si spingeva sull'orlo dei precipizi,
appoggiandosi al parasole, e gli domandava
quanto fosse profondo il baratro. Attraversava con
passo incerto angusti e fragili ponticelli, sospesi a
grande altezza su precipitosi torrenti, e nel frattempo
continuava a chiacchierare disinvolta. Durante un
temporale si spinse al largo sul lago in una piccola
barca a remi. Di notte sognava i pericoli della giornata
e si destava gridando, e lui allora la stringeva tra
le braccia per consolarla. Ma la sua audacia non le
serv a niente. Il marito fu sorpreso e deliziato nel
vedere quella riservata fanciulla trasformarsi in una
Valchiria. Attribu quel cambiamento alla vita coniugale
e ne fu non poco lusingato. Lei stessa fin col
domandarsi se a quelle imprese non fosse stata spinta
anche dall'orgoglio e dalle lodi del marito, oltre che
dalla propria decisione di soggiogarlo. Allora si infuri
con se stessa, e con tutte le donne, ed ebbe piet
di lui e di tutti gli uomini.
Talvolta Alexander andava a pesca. Quando questo
avveniva, Jensine era contenta di potersene restare
da sola e di raccogliersi nei propri pensieri. Allora
la giovane sposa - esile figuretta vestita di stoffa scozzese -
si aggirava solitaria tra i colli. Una o due volte,
durante quelle passeggiate, pens al padre, e il ricordo
della sua ansiosa preoccupazione per lei le colm gli
occhi di lacrime. Ma si affrett a scacciarlo dalla propria
mente; toccava soltanto a lei il compito di sistemare
questioni di cui il padre non sapeva proprio
nulla.
Un giorno, mentre si riposava seduta su un masso,
le si avvicinarono alcuni bambini che pascolavano le
capre, e si fermarono a guardarla. Lei li chiam e diede
loro delle caramelle che aveva nella sua borsa di rete.
Da bambina Jensine aveva adorato le sue bambole,
e nei limiti in cui una fanciulla pudica di quei
tempi osava farlo, aveva desiderato dei bambini suoi.
Ora, con subitaneo sgomento, pens : Non avr mai
dei figli! Finch dovr lottare in questo modo contro
di lui, non avremo mai un figlio!. Quell'idea la
sconvolse cos profondamente che subito si alz e riprese
il cammino.
Durante un'altra delle sue passeggiate solitarie le
avvenne di pensare a un giovanotto che lavorava
nell'ufficio di suo padre e che era stato innamorato di lei.
Si chiamava Peter Skov. Era un brillante uomo d'affari,
e lei lo conosceva da sempre. Quando aveva avuto
il morbillo, ricord, lui andava a trovarla tutti i
giorni e le leggeva qualcosa ad alta voce, e le faceva da
cavaliere quando andava a pattinare, e aveva sempre
il timore che lei potesse raffreddarsi, o cadere, o precipitare
in una crepa del ghiaccio. Da dove si era fermata,
poteva vedere in lontananza la piccola figura del
marito. S, pens questa  la cosa migliore che io
possa fare. Quando torner a Copenaghen, allora, sul
mio onore, che  ancora mio, - sebbene su questo
punto avesse qualche dubbio - Peter Skov sar il
mio amante.
Il giorno delle nozze Alexander aveva donato alla
sposa un vezzo di perle. Quelle perle erano appartenute
a sua nonna, che era tedesca di nascita, una vera
bellezza e un bel esprit. Ella gliele aveva lasciate perch
le desse a sua volta alla futura moglie. Alexander
le aveva molto parlato della nonna. A tutta prima, le
aveva detto, si era innamorato di lei perch somigliava
un poco a sua nonna. La preg di portare quel filo di
perle tutti i giorni. Jensine non aveva mai avuto un
vezzo di perle, ed era orgogliosa di quello. Da ultimo,
quando cos spesso sentiva il bisogno di un aiuto, aveva
preso l'abitudine di tormentare quelle povere perle
con mano nervosa, e di stringerle tra le labbra. Se
continui a fare cos, le disse un giorno Alexander
finirai col rompere il filo. Lei lo fiss. Era la prima
volta che gli sentiva preannunciare una disgrazia.
Questo perch voleva molto bene alla nonna, si
domand lei o perch bisogna essere morti per contare
qualcosa ai suoi occhi?. Da allora le capit
spesso di pensare alla vecchia signora. Anche lei proveniva
dal suo medesimo ambiente ed era stata un'estranea
nella famiglia e tra gli amici del marito. Era
riuscita ad avere quella collana di perle dal nonno di
Alexander, e grazie ad essa a farsi ricordare dalle future
generazioni. Quelle perle, si domandava, erano
un simbolo di vittoria o di sottomissione? Jensine
fin col considerare la nonna come la sua migliore
amica nella famiglia. Da brava nipotina le sarebbe piaciuto
farle una visita e consultarla sui propri guai.
La luna di miele stava per concludersi, e quella
strana guerra, di cui soltanto uno dei belligeranti era
consapevole, non si era ancora risolta. I due giovani
erano tristi di dover andare via. Solo adesso Jensine
capiva appieno la bellezza del paesaggio intorno a lei,
perch, dopotutto, aveva finito col farsene un alleato.
Lass, rifletteva, i pericoli del mondo erano evidenti,
li avevi sempre sotto gli occhi. A Copenaghen la vita
sembrava sicura, ma poteva dimostrarsi ancora pi
temibile. Pens alla sua bella casa che la aspettava
laggi, con le tende di merletto, i lampadari e gli
armadi colmi di biancheria. Non sapeva proprio figurarsi
come sarebbe stata la sua vita in quella casa.
Il giorno prima di quello in cui dovevano imbarcarsi
soggiornarono in un piccolo villaggio, di dove con
un calesse si poteva raggiungere in sei ore l'approdo
del vaporetto. Avevano fatto una passeggiata di prima
mattina. Quando Jensine si sedette al tavolo della
colazione e si sciolse i nastri della cuffia, la collana
le si impigli nel braccialetto e le perle ruzzolarono
su tutto il pavimento, come se dai suoi occhi sgorgasse
un profluvio di lacrime. Alexander, carponi, prese
a raccoglierle ad una ad una e a posargliele in grembo.
Lei rimase immobile, turbata da un lieve sgomento.
Aveva rotto l'unico oggetto al mondo che aveva
avuto il terrore di rompere. Che cosa profetizzava questo
per loro? Sai quante sono? gli domand. S,
rispose lui, ancora in ginocchio sul pavimento il
nonno regal la collana alla nonna per festeggiare le
nozze d'oro, con una perla per ognuno di quei
cinquant'anni di matrimonio. Ma in sguito, per ogni
suo compleanno, le ha regalato un'altra perla da aggiungere
al vezzo. Sono cinquantadue.  facile da ricordare;
 il numero delle carte da gioco. Finalmente
Alexander riusc a recuperarle tutte e le avvolse
nel suo fazzoletto di seta. Ora non posso pi metterle
finch non arriveremo a Copenaghen disse lei.
Proprio in quel momento entr l'albergatrice che
portava il caff. Not la catastrofe e subito si offr
di aiutarli. Il calzolaio del villaggio, disse, sapeva infilare
le perle. Due anni prima era venuto in gita da
quelle parti un gentiluomo inglese con la moglie ed un
gruppo di amici, e quando la giovane signora aveva
rotto il suo filo di perle, proprio come era accaduto
a Jensine, il calzolaio gliele aveva infilate di nuovo in
modo esemplare. Era un uomo anziano e onestissimo,
anche se molto povero, e zoppo. Da giovane, durante
una tormenta, si era sperduto tra le montagne e l'avevano
ritrovato solo due giorni dopo, tanto che gli avevano
dovuto amputare tutti e due i piedi. Jensine disse
che avrebbe portato le perle al calzolaio, e l'albergatrice
le indico la strada per arrivare alla sua casa.
Vi and da sola, mentre il marito chiudeva i bauli,
e trov il calzolaio nella sua buia botteguccia. Era un
vecchietto piccolo e magro con un grembiale di cuoio,
e un sorriso timido e come furtivo su un volto segnato
da lunghi patimenti. Jensine cont le perle ad una ad
una sotto i suoi occhi, poi le affid gravemente nelle
sue mani. Lui le guard, e le promise che sarebbero
state pronte per il mezzogiorno dell'indomani. Dopo
aver preso con lui tutti gli accordi, ella continu a
starsene seduta su un seggiolino, con le mani in grembo.
Tanto per dire qualcosa gli domand come si chiamasse
quella signora inglese che aveva rotto il suo filo
di perle, ma lui non se ne ricordava.
Ella volse lo sguardo intorno. Era una stanza povera
e nuda, con un paio di quadretti sacri alle pareti.
Stranamente le pareva di essere arrivata a casa.
Un uomo onesto, duramente provato dal destino, aveva
trascorso i suoi lunghi anni in quella stanzetta. Era
un luogo dove qualcuno lavorava e subiva pazientemente
le avversit, preoccupato per il pane quotidiano.
Ella era ancora cos vicina ai suoi libri di scuola
che li ricordava tutti, e ora le torn alla mente ci
che aveva letto sui pesci d'alto mare, che sono cos
abituati a sopportare il peso di migliaia e migliaia di
braccia d'acqua che se li si porta alla superficie scoppiano.
Possibile che anche lei fosse un pesce d'alto
mare, si domandava, capace di sentirsi a suo agio soltanto
sotto la pressione dell'esistenza? E suo padre, suo
nonno e tutti gli altri antenati, erano cos anche loro?
Che cosa doveva fare un pesce d'alto mare, se aveva
per marito uno di quei salmoni che tra quelle
montagne aveva visti saltare nei torrenti? O un pesce
volante? Salut il vecchio calzolaio e and via.
Mentre tornava a casa vide un uomo che procedeva
a passo rapido sul sentiero davanti a lei, un uomo
piccolo e robusto, col cappello e il soprabito neri. Si
ricord di averlo gi visto; le sembrava persino che alloggiasse
nel suo stesso albergo. Lungo il sentiero c'era
una panchina dalla quale si godeva una vista magnifica.
L'uomo vestito di nero vi si sedette, e Jensine,
che stava vivendo la sua ultima giornata tra quei monti,
si accomod all'altra estremit. Lo sconosciuto la
salut sollevando leggermente il cappello. Ella aveva
creduto che fosse un uomo anziano, ma ora vide che
doveva avere poco pi di trent'anni. Aveva un viso
volitivo, occhi chiari e penetranti. Dopo un attimo,
con un lieve sorriso, le rivolse la parola. Vi ho vista
uscire dal calzolaio disse. Non avrete perso la vostra
suola"1" sulle montagne?. No, gli ho portato
delle perle rispose Jensine. Gli avete portato delle
perle? ripet lo sconosciuto in tono divertito. E
pensare che io vado da lui per farmene dare!. Lei si
domand se non fosse un po' pazzo. Quel vecchio
continu lo sconosciuto ha nella sua bicocca un'autentica
miniera dei nostri antichi tesori nazionali -
perle se cos preferite - di cui proprio adesso io vado
alla ricerca. Se per caso vi interessano le favole, in
Norvegia non c' chi possa raccontarvene di cos belle
come il nostro calzolaio. Una volta sognava di diventare
uno studioso e un poeta - lo sapevate? - ma 
stato duramente colpito dalla sorte, e ha dovuto mettersi
a fare il calzolaio.
Dopo una pausa prosegu : Mi  stato detto che voi
e vostro marito siete qui in viaggio di nozze e venite
dalla Danimarca.  una cosa molto insolita; queste
montagne sono alte e pericolose. Chi di voi due ha
scelto di venire qui? Voi?. S disse lei. S le
fece eco lo sconosciuto. Lo pensavo. Che egli possa
essere l'uccello che spicca il volo verso l'alto, e tu la
brezza che lo sostiene. Conoscete questa citazione? Vi
dice qualcosa?. S rispose lei, un po' stupita.
Verso l'alto disse lui, e si appoggi allo schienale,
in silenzio, con le mani congiunte sul bastone. Dopo
un poco prosegu : Le vette! E chi pu dirlo? Noi
due stiamo compatendo il calzolaio che per sua sventura
ha dovuto rinunciare ai suoi sogni di esser poeta, di
conquistarsi la fama e un grande nome. Come facciamo
a sapere se invece non gli sia toccata la pi grande
fortuna? La celebrit, gli applausi della folla!
Francamente, mia giovane signora, forse  meglio farne
a meno. Forse nel comune commercio non servono
nemmeno a comprare a un prezzo ragionevole un'insegna
da ciabattino, e l'arte di suolare le scarpe. Pu
darsi che sia meglio liberarsene a prezzo di costo. Voi
che cosa ne pensate, signora?. Penso che abbiate
ragione rispose lei lentamente. Egli le scocc un rapido
sguardo dei suoi occhi color azzurro ghiaccio.
Ma davvero! disse.  questo il vostro consiglio,
in una cos bella mattinata estiva? Ciabattino,
resta inchiodato al tuo deschetto! Secondo voi uno farebbe
meglio a preparare pillole e tisane per i malati
di questo mondo, uomini o bestie che siano?.
Ridacchi un poco. Che splendida facezia! Tra cent'anni
si legger in un libro: Una piccola dama venuta
dalla Danimarca gli diede il consiglio di restare
inchiodato al suo deschetto. Purtroppo lui non l'ha seguito.
Addio, signora, addio. Nel dire queste parole
si alz e riprese la sua passeggiata. Ella vide la sua nera
figura farsi sempre pi piccola tra i colli. L'albergatrice
venne a informarsi se avesse trovato il calzolaio.
Jensine guard lo sconosciuto che si allontanava.
Chi  quel signore? domand. La donna si ripar
gli occhi con la mano. Oh, quello disse;  un
uomo colto, un grand'uomo,  qui per raccogliere storie
e ballate d'altri tempi. Una volta era farmacista.
Ma ha avuto un teatro a Bergen, e ha scritto anche
dei lavori teatrali. Si chiama Ibsen.
Il mattino dopo, dal porticciolo giunse la notizia
che il battello sarebbe arrivato pi presto del previsto,
e loro dovettero partire in tutta fretta. L'albergatrice
mand il figlioletto a ritirare le perle di Jensine.
I viaggiatori erano gi seduti nel calesse quando
il piccolo riport le perle, avvolte in un foglio strappato
da un libro e legate con uno spago incerato.
Jensine apr l'involtino e stava per contare le perle, ma
poi ci ripens e, invece, se le mise al collo. Non dovresti
contarle? le domand Alexander. Ella gli rivolse
una lunga occhiata. No rispose. Rimase silenziosa
per tutto il percorso. Quelle parole le risonavano
nell'orecchio: Non dovresti contarle?. Gli
sedeva al fianco, trionfante. Ora sapeva che cosa prova
un trionfatore.
Alexander e Jensine tornarono a Copenaghen in un
periodo in cui quasi tutti erano fuori citt e non c'erano
molte riunioni mondane. Ma le mogli degli amici
di Alexander, tutti giovani ufficiali, andavano a trovarla
spesso, e nelle sere d'estate le giovani coppie si
recavano insieme al Tivoli. Tutti loro avevano molta
stima di Jensine.
La sua casa si ergeva su uno dei vecchi canali della
citt e guardava sul Museo Thorwaldsen. Talvolta lei
si fermava accanto alla finestra, contemplava i battelli,
e il suo pensiero tornava ad Hardanger. In tutto quel
frattempo non si era mai tolte le perle e nemmeno le
aveva contate. Era sicura che dovesse mancarne almeno
una. Le pareva di sentirsi intorno al collo un peso
diverso. Che cosa poteva aver sacrificato, pensava, per
conquistarsi la vittoria sul marito? Un anno, o due
anni, della loro vita coniugale prima delle nozze d'oro?
Quelle nozze d'oro sembravano molto lontane, e tuttavia
ogni anno era prezioso; e come poteva, lei, dar
via uno di quegli anni?
Negli ultimi mesi dell'estate si cominci a parlare
della possibilit di una guerra. La questione dello
Schleswig-Holstein era diventata pressante. Un proclama
reale danese del mese di marzo aveva respinto
tutte le rivendicazioni tedesche sullo Schleswig. Ora,
a luglio, una nota tedesca esigeva, sotto pena di un intervento
confederale, che il proclama fosse ritrattato.
Jensine era un'ardente patriota fedele al Re, che
aveva dato al popolo la sua libera costituzione. Quelle
voci la misero in una terribile agitazione. Pensava ai
giovani ufficiali amici di Alexander, cos frivoli coi
loro storditi e vanagloriosi discorsi sul pericolo in cui
si trovava il paese. Se voleva discutere seriamente della
crisi, doveva andare dalla propria famiglia. Col marito
non poteva parlarne affatto, ma in cuor suo sapeva
bene che lui era convinto dell'invincibilit della
Danimarca come lo era della propria immortalit.
Leggeva i giornali dalla prima all'ultima pagina.
Un giorno, sul Berlingske Tidende, trov la seguente
frase: Per la nazione  un momento molto
grave. Ma noi confidiamo nella nostra giusta causa, e
siamo impavidi.
Fu, forse, la parola impavidi a farle prendere
il coraggio a due mani. Si accomod sulla sua sedia
accanto alla finestra, si tolse le perle dal collo e se le
mise in grembo. Per un momento rimase con le mani
congiunte sulla collana, come se stesse pregando.
Poi le cont. Ce n'erano cinquantatr. Non riusciva
a credere ai propri occhi, e le cont di nuovo; ma non
si era sbagliata, le perle erano cinquantatr e quella
centrale era la pi grossa.
Jensine rimase l seduta a lungo, stordita. Sua madre,
lei lo sapeva bene, credeva nel Diavolo. In quel
momento anche la figlia ci credette. Non si sarebbe
stupita se avesse udito una risata scaturire da dietro
il sof. Che i poteri dell'universo, pensava, si fossero
alleati per farsi beffe di una povera ragazza?
Quando finalmente riusc di nuovo a connettere, si
ricord che prima che il marito le regalasse la collana,-
il vecchio orefice della famiglia ne aveva riparato
il fermaglio. Dunque conosceva le perle, e avrebbe
potuto dirle che cosa pensare. Ma era cos profondamente
spaventata che non os andarci di persona, e
solo alcuni giorni dopo preg Peter Skov, che era andato
a trovarla, di portare il vezzo dall'orefice.
Peter torn a farle visita e le disse che l'orefice si
era messo gli occhiali per esaminare le perle, e poi,
sbalordito, aveva dichiarato che dall'ultima volta che
le aveva viste ce n'era una in pi. S, me l'ha regalata
Alexander lo interruppe Jensine, arrossendo
violentemente della propria bugia. Peter pens,
come aveva pensato l'orefice, che da parte di un tenentino
fare un costoso regalo all'ereditiera che aveva presa
in moglie era, in fondo, una generosit a buon mercato.
Ma le ripet le parole del vecchio. Il signor
Alexander aveva detto si dimostra un raro conoscitore
di perle. Non esito a dichiarare che quest'unica
perla vale quanto tutte le altre messe insieme.
Jensine, atterrita ma sorridente, ringrazi Peter, che tuttavia
se ne and rattristato, perch aveva l'impressione
di averla contrariata o spaventata.
Da qualche tempo Jensine non si sentiva troppo
bene, e quando, a settembre, ci fu un periodo di caldo
afoso e opprimente, ella ne fu molto provata, e non
riusciva pi a dormire. Il padre e le vecchie zie erano
molto preoccupati per lei e cercarono di convincerla
a recarsi nella villa paterna sullo Strandvej, fuori citt.
Ma Jensine non volle lasciare n la sua casa n il
marito; e del resto era convinta che non si sarebbe mai
rimessa finch non avesse risolto il mistero delle perle.
Dopo una settimana decise di scrivere al calzolaio
di Odda. Se, come le aveva detto Herr Ibsen, egli
era stato un tempo uno studioso e un poeta, certamente
sapeva leggere ed avrebbe risposto alla sua lettera.
Nella situazione in cui si trovava, le pareva di
non avere altro amico al mondo all'infuori di quel
vecchio zoppo. Magari fosse potuta tornare nella sua
botteguccia, tra quelle pareti nude, su quello sgabellino
a tre zampe. Di notte sognava di essere l. Lui le
aveva sorriso gentilmente; sapeva tante favole. Forse
sapeva come consolarla. Solo per un attimo trem all'idea
che forse era morto; in quel caso non avrebbe
mai saputo.
Nelle settimane seguenti la minaccia della guerra
si fece pi cupa. Suo padre si preoccupava dell'avvenire
e della salute di re Frederik. In queste nuove circostanze
il vecchio mercante cominci a inorgoglirsi
del fatto che sua figlia fosse sposata con un soldato,
mentre prima quell'idea non aveva mai nemmeno sfiorato
la sua mente. Lui e le vecchie zie trattavano con
grande rispetto Alexander e Jensine.
Un giorno, un po' controvoglia, Jensine domand
esplicitamente al marito se ci sarebbe stata la guerra.
S, rispose subito lui con grande sicurezza la
guerra ci sar senz'altro. Non si pu evitarla. E continu
a fischiettare qualche nota di un inno militare.
Ma non appena guard il viso della moglie s'interruppe.
Hai paura? le domand. Spiegargli ci che
provava all'idea della guerra a lei parve impresa disperata,
e persino sconveniente. Hai paura per me?
insistette lui. Lei storn il viso. Mia cara, le disse
lui essere la vedova di un eroe sarebbe proprio la
parte per te. Gli occhi le si colmarono di lacrime,
lacrime di sofferenza ma anche di collera. Alexander
le si avvicin e le prese la mano. Se muoio, le disse
mi sar di consolazione il ricordo che ti ho baciata
tutte le volte che tu me l'hai permesso. La baci
ancora una volta, e soggiunse: Sar una consolazione
anche per te?. Jensine era una ragazza sincera.
Quando le si faceva una domanda, cercava di trovare
la risposta giusta. Ora pens: Sarebbe una consolazione,
per me? Ma in cuor suo non riusc a trovare
la risposta.
Tra una cosa e l'altra a Jensine non mancavano
certo le preoccupazioni, tanto che si era quasi dimenticata
del calzolaio, e allorch una mattina trov la
sua lettera sul tavolo della colazione, per un momento
credette che fosse la lettera di un postulante, dato
che ne riceveva molte. Un attimo dopo divenne pallidissima.
Il marito, seduto di fronte a lei, le domand
che cosa avesse. Senza rispondergli, lei si alz, si rifugi
nel proprio salottino e, fermandosi accanto al
caminetto, apr la lettera. Quei caratteri accuratamente
tracciati le ricordarono il viso del vecchio, come
se lui avesse mandato il proprio ritratto.

Cara, giovane signora danese diceva-la lettera.
S, ho aggiunto quella perla al vostro vezzo. Volevo
farvi una piccola sorpresa. Eravate cos trepidante
per le vostre perle, quando me le avete portate, come
se aveste paura che ve ne rubassi una. Anche i
vecchi, come i giovani, qualche volta devono divertirsi
un poco. Se vi ho spaventata, vi prego di perdonarmi
lo stesso. Quella perla l'avevo da due anni, da
quando ho infilato di nuovo la collana della signora
inglese. Ho dimenticato di infilare anche quella, e
me ne sono accorto soltanto dopo. L'ho tenuta per due
anni, ma non sapevo che cosa farmene.  meglio che
la tenga una giovane signora. Mi ricordo che stavate
seduta sul mio seggiolino, cos giovane e cos graziosa.
Vi auguro buona fortuna, e che il giorno stesso
in cui riceverete questa mia lettera possa accadervi
qualcosa di piacevole. Possiate portare a lungo quelle
perle, con cuore umile, una ferma fiducia in Nostro
Signore, e un pensiero amichevole per me, che sono
vecchio, qui a Odda. Addio.
Il vostro amico, Peiter Viken.

Jensine aveva letto la lettera stando con i gomiti
appoggiati sulla mensola del camino, per frenare il
tremito. Quando sollev lo sguardo, incontr gli occhi
gravi della propria immagine riflessa nello specchio
che vi era sopra. Erano severi; era come se le
dicessero: Sei veramente una ladra, o se non proprio
una ladra, una ricettatrice, che non  meglio di
una ladra. Rimase cos a lungo, inchiodata dov'era.
Infine pens:  tutto finito. Ora so che non vincer
mai questa gente che non conosce n l'inquietudine
n la paura.  come nella Bibbia: Io tender insidie
al loro calcagno, ma essi schiacceranno la mia testa. E
Alexander, per quanto lo riguarda, avrebbe dovuto
sposare la signora inglese.
Con sua profonda sorpresa, constat che ci le era
indifferente. Alexander stesso era diventato una figura
piccolissima nello sfondo della vita; quello che
lui faceva o pensava non aveva la minima importanza.
Che lei stessa fosse stata presa in giro, contava ben
poco. Tra cent'anni pensava sar tutt'uno.
Che cosa aveva importanza, allora? Cerc di pensare
alla guerra, ma scopr che nemmeno quella ne
aveva. Sentiva uno strano stordimento, come se le
pareti le stessero crollando intorno, ma non in modo
sgradevole. Non rimane dunque proprio nulla di
notevole sotto la ricorrente visita della luna? pens.
Alle parole la ricorrente visita della luna gli
occhi dell'immagine nello specchio si spalancarono; le
due giovani donne si fissarono intensamente. Qualcosa,
decise, aveva un'enorme importanza, qualcosa che
era venuto al mondo adesso, e tra cent'anni sarebbe
esistito ancora. Le perle. Tra cent'anni, vide, un giovanotto
le avrebbe offerte a sua moglie e le avrebbe
raccontato la storia della giovane Jensine, proprio
come Alexander le aveva date a lei, e le aveva parlato
della nonna.
Il pensiero di quei due giovani tra cent'anni le suscit
una cos profonda tenerezza che gli occhi le si
colmarono di lacrime, e la rese felice, come se essi
fossero due suoi vecchi amici che aveva appena ritrovati.
Non chiedere grazia? pens. Perch mai? S,
invece, chieder grazia a piena voce. Ora non riesco
proprio a ricordarmi perch non volessi farlo.
La piccolissima figura di Alexander, accanto alla
finestra della stanza vicina, le disse: La pi anziana
delle tue zie sta venendo a trovarci con un grande mazzo
di fiori tra le braccia.
Lentamente, molto lentamente, Jensine distolse gli
occhi dallo specchio e torn al mondo del presente. Si
avvicin alla finestra. S, disse sono i fiori di
Bella Vista, che era il nome della villa di suo padre.
Dalla loro finestra, marito e moglie guardarono gi
nella strada.

Note.

1. Gioco di parole costruito sulla similarit di pronuncia tra sole
(suola) e soul (anima) {N.d.T.}.
...
GLI INVINCIBILI PADRONI DI SCHIAVI.

Ce pauvre Jean disse una sera d'estate del 1875,
nella sala di un albergo di Baden-Baden, un vecchio
Generale russo con la barba tinta. Quel povero Jean.
 proprio una brava persona, niente da dire, un'ottima
persona. Voi conoscete Jean, non  vero? Il cameriere
addetto al mio tavolo, il pi vecchio cameriere
dell'albergo. Be', state a sentire se non  un brav'uomo.
Tutte le mattine, col caff, io ho l'abitudine di
mangiare una pesca-noce - una pesca-noce, badate
bene, non una pesca o un'albicocca - ma dev'essere veramente
buona, matura ma non troppo. Stamane, dunque,
Jean mi si  avvicinato per parlarmi. Era pallido,
ve l'assicuro; pallido come un morto. Ho pensato che
stesse male. "Eccellenza", mi dice " terribile", e poi
non riesce pi a spiccicar parola. "Che cosa c' di terribile,
amico mio?" gli domando. " scoppiata una
guerra in Europa?". "No", dice lui "ma  terribile;
 accaduta una cosa tremenda. Eccellenza, oggi non
abbiamo trovato le pesche-noci". E a questo punto
due grosse lacrime gli sono scivolate sul viso. SI, 
proprio un brav'uomo.
Colui al quale il Generale stava parlando era un
danese di nome Axel Leth, un giovanotto prestante
e ben vestito, che non era molto loquace e proprio per
questo veniva scelto molto spesso come ascoltatore dagli
ospiti della stazione termale che avevano qualcosa
da dire.
Il Generale aveva appena finito di raccontare la sua
storia allorch una vecchia dama inglese si un a loro.
Subito il russo raccont anche a lei l'episodio di Jean
e della pesca-noce. L'inglese ascolt con l'espressione
derisoria e sprezzante con la quale sempre accoglieva
qualunque cosa le venisse detta a quell'ora.
 qui le dtes-vous? ribatt. Jean? Lo conosco
da molto prima di voi. Nove anni fa si fer il pollice
con un trinciante mentre mi stava servendo il pollo,
e io stessa glielo bendai. Lui non voleva assolutamente.
Era offeso e scandalizzato che mi disturbassi per
lui. Sono convinta che quello sciocco avrebbe preferito
perdere il pollice. E da allora, naturalmente, si
butterebbe nel fuoco per me, anzi, sarebbe pronto a
morire.
Non aspett che il Generale le rispondesse, si volse
verso il giovane Leth e gli scocc un lieve sorriso
per sottolineare la sua indifferenza nei confronti del
russo. Ieri sera disse vi avevo promesso di raccontarvi
qualche altro particolare sulla parata di Monaco.
Axel, che era stato allevato dalla nonna e perci
aveva imparato a prestare ascolto alle signore anziane,
atteggi il viso a una solerte attenzione.
Io l'ho trovato uno spettacolo commovente disse
la vecchia dama. Perch capisco Re Ludwig. L'eremita
cantore! Un poeta francese gli si  rivolto con
queste parole: "Seul roi de ce sicle, salut!". Questa
frase esprime alla lettera i miei sentimenti. Per me
la sua solitudine a Neuschwanstein  squisita e maestosa,
sublime. Lui non pu vivere a Monaco. Non
pu respirare l'aria corrotta dalla folla, n sopportarne
lo sgradevole odore. Non pu gustare l'arte alla
presenza dei profani, e cos molto spesso, al Residenz
Thtre, le rappresentazioni vengono allestite soltanto
per lui.  un vero aristocratico. Al Sommo Ordine dei
Difensori dell'Immacolata Concezione della Beata
Vergine, di cui  gran maestro, non pu essere eletto
nessun candidato che non sia in grado di dimostrare
tutti i suoi quarti di nobilt. Ma a Neuschwanstein, al
di sopra del mondo comune, il Re  felice. In quell'aria
e in quel silenzio montano egli si aggira, sogna,
e medita. L si sente vicino a Dio.
Non  molto popolare, a quanto ho sentito osserv
il Generale in tono leggero.
Chi ve l'ha detto? ribatt l'inglese in tono altezzoso.
Certamente nessuno che sia stato a Monaco.
L'emozione della folla in attesa di vedere il suo Re
mi ha commossa. Pochi tra loro l'avevano gi visto;
si mostra cos di rado. Quando  comparso, su un cavallo
bianco, l'entusiasmo  stato irrefrenabile. Sembrava
che tutti i cuori gli andassero incontro, come
un'onda. Lungo quei rozzi visi riarsi di artigiani e di
operai scorrevano le lacrime; mani callose e sudice alzavano
i bimbi perch lui li vedesse; voci grossolane
si spezzavano nel gridare in coro "Evviva il Re". Un
giorno indimenticabile.
Il Generale non disse nulla, e Axel, dandogli una
occhiata, vide che cambiava faccia. Stava guardando
con stupore ed esultanza verso la porta. Dalla sua espressione
il giovane intu che doveva essere entrata
una bella sconosciuta. La signora inglese gir a sua
volta lo sguardo, e immediatamente anche il suo viso
mut. Axel si volse. Nella sala erano entrate due donne,
che prima di allora non aveva mai viste a Baden-Baden,
chiaramente una signorina dell'alta societ con
la sua dame de compagnie o governante.
La prima, che attrasse immediatamente l'attenzione
dei presenti, era una bellissima fanciulla, dotata
di una tale freschezza che fu come se nella stanza sovraccarica
di mobili e di velluti ella recasse con s
una brezza marina o un acquazzone estivo, e ad Axel
fece tornare alla mente quel che un recensore aveva
detto di una giovane attrice tedesca: Essa entra in
scena seguita da un paesaggio silvano. Lo sbalordimento
e l'ammirazione che la sua leggiadria avevano
suscitati furono, per, subito seguiti da un sorrisetto
di stupore o addirittura di scherno, perch la sua
snella, forte, fiorente figura era costretta, con due o
tre anni di ritardo, in un corto vestito da scolara, e
i suoi capelli erano sciolti sulle spalle. Quell'abito
le dava una curiosa parvenza di bambola, e suscitava
negli spettatori quel senso di divertita tenerezza che
si prova nel guardare, per l'appunto, una bella, grossa
bambola.
La ragazza era tutt'altro che piccola, una rosa dall'alto
stelo. In realt, guardandola, si era portati a
pensare che quando il suo Creatore l'aveva sollevata
per contemplarla, ella gli fosse scivolata nella mano
possente, e che questo movimento avesse impresso
a tutte le sue giovani forme una lieve spinta all'ins.
Gli snelli polpacci delle gambe slanciate - in calze
bianche e graziose scarpette - erano alti, e alta era
l'immatura pienezza dei fianchi, mentre le ginocchia
e le cosce, che nella rapida falcata del passo si disegnavano
sotto le balze della gonna, erano sottili e
diritte. Il suo giovane seno prorompeva appena pi
gi delle ascelle, alto al di sopra della vita sottile.
La sua gola candida era lunga e arrotondata, stranamente
nobile e statuaria in una persona cos giovane.
I suoi stessi capelli sembravano negare la legge
della gravitazione. Dietro il nastro che li allontanava
dalla fronte, si spandevano quasi orizzontalmente.
Quella folta chioma era di un colore molto raro, un
pallido rosso corallo, senza sfumature dorate, quale
si vede nelle conchiglie. Il bel volto liscio e roseo
della fanciulla non era deturpato da alcun artificio,
non da un velo di cipria o di belletto, non da una
sola ruga. Gli occhi, profilati dalla sottile striatura nera
delle ciglia, erano incastonati in quel viso dalla
pelle levigata, come due schegge di vetro color azzurro
cupo. Gli zigomi erano un po' alti, e anche il
naso era leggermente all'ins. Ma il tratto che pi
colpiva di quel viso era la bocca, una bocca imbronciata,
carnosa, fiammeggiante, come una rosa rossa.
Guardandola ci si poteva domandare se tutta la figura
cos dritta e altera non esistesse che per portare in
giro per il mondo quella bocca fresca e arrogante.
Indossava con meticolosa eleganza un vestito di
mussola bianca con un nastro rosa alla cintura. Aveva
un vellutino nero intorno al collo, ma nessun altro
ornamento. Camminava rapida, con un'andatura ardita
e sdegnosa, splendidamente vitale, come se al
tempo stesso, e con tutta la sua forza, si concedesse ed
insieme si negasse al mondo. Axel, il sognatore, cit
nella propria mente una poesia che aveva letto poco
tempo prima:

D'un air placide et triomphant,
Tu passes ton chemin, majestueuse enfant.

La donna che la seguiva era una distinta signora
vestita di seta nera, con una sottile catena d'oro che
le scendeva sul torace magro, e occhiali azzurrati.
Era severa in ogni tratto, la governante modello.
Tuttavia aveva qualcosa di particolare, una felina elasticit
nei movimenti, e una pacata, seria risolutezza. Le
due donne, insieme, formavano una coppia pittoresca,
e ad accentuare l'armonia dell'insieme, le austere trecce
della pi anziana avevano un pallido riflesso di
quel color corallo che splendeva nei riccioli ondeggianti
della fanciulla. Era come se l'artista si fosse
trovato sulla tavolozza un rimasuglio di quel colore
e non avesse avuto l'animo di sprecare una cos superba
mescolanza.
Nom d'un chien disse il Generale rivolto ad
Axel.
Dopo cena torn ad avvicinarglisi, con due rose
sulle guance avvizzite, ringiovanito dal pi rapido corso
della sua immaginazione.
Posso darvi qualche informazione sulla nostra incantevole
creatura disse. E gli comunic il nome della
ragazza, che, spieg, era quello di una famiglia
molto antica, e si ingolf in un mucchio di particolari
sulla storia e le parentele di quel casato. Il nome della
fanciulla era Marie, ma la governante la chiamava
Mizzi. Il padre di Mizzi, gli pareva di ricordare, era
stato un famoso giocatore d'azzardo. Gli avevano detto
che si era risposato da poco. E non c'era davvero
bisogno che me lo dicessero, comment il Generale
la povera bambina  chiaramente vittima di
una matrigna gelosa - giunta all'et in cui nelle donne
il veleno entra in circolo e intossica il loro organismo -
che le darebbe un topicida, se ne avesse il
coraggio, ma che invece l'ha mandata qui, con quella
gesuita in gonnella come carceriera. Voi che ne dite,
amico mio, la prender a frustate? Vestire quella
giovane come una bambina  un peccato mortale e
una beffa; saprebbe portare un diadema come nessun'altra
delle donne qui presenti. Che andatura! E
che innocenza! Tuttavia  furibonda con tutti noi,
e ce la far pagare. Quanto vorrei avere la vostra
et!.
Nel salotto c'era stata un po' di musica; una signora
aveva cantato e un anziano gentiluomo tedesco
aveva suonato una fuga di Bach. Ma non appena
l'orologio sulla mensola del camino batt le dieci, la
governante gett uno sguardo alla ragazza e le mormor
rispettosamente qualcosa. Mizzi si alz subito,
come un soldato alla parata. Mentre si dirigeva verso
la porta le cadde il fazzoletto. Due giovanotti, uno
vestito di nero e l'altro in uniforme, si precipitarono
a raccoglierlo, ma Mizzi non li degn di uno sguardo.
Fu la dama di compagnia a riceverlo contegnosamente
dalle loro mani e a ringraziarli con un piccolo inchino
cerimonioso; dopo di che tenne aperta la porta
per lasciar passare la fanciulla e scomparve con lei.
Quella sera, sul tardi, Axel usc sulla terrazza a
fumare un sigaro, e rimase a lungo a guardare le luci
della citt e poi le stelle nel firmamento. Lo faceva
spesso.
Aveva ancora nelle orecchie gli echi dei vivaci discorsi
tenutisi nel salotto, e riflett che la conversazione
ha fra gli uomini una funzione centrifuga, che
muove perennemente verso l'esterno, lontano da
quello che si ha nella mente. I villeggianti di quella
stazione termale lui li conosceva soltanto dalle sue
conversazioni con loro; di conseguenza non li conosceva
affatto, ed essi non conoscevano lui. Gli altri
ospiti dell'albergo gli avevano detto che il Generale
era stato sospettato di avere ucciso la moglie col veleno.
Di questo egli non parlava. Ma quando era
solo, nel suo letto e nei suoi sogni, era sincero, il vecchio
Generale, era un probo assassino? Cerc di immaginarsi
tutti i suoi conoscenti, l'uno dopo l'altro
- il Generale, la vecchia dama inglese - immersi nel
sonno, com'erano probabilmente a quell'ora. L'idea
gli riusc malinconica, e torn a cancellarli dalla propria
mente.
Rivolse invece il proprio pensiero alla giovane ragazza
che aveva vista quel giorno per la prima volta.
Anche lei in quel momento doveva essere addormentata;
e tutta rosea nel sonno, fresca come i suoi
lini, con le palpebre serrate ed i capelli rossi sparsi
sul cuscino, seria, dormiva come fanno i bambini, per
i quali il sonno  un dovere, un compito grave. Pens
a lei molto a lungo, e sent che poteva farlo senza
offenderla; un giardiniere che cammini di notte in un
roseto avrebbe avuto la stessa delicatezza. Adesso ella
era libera di vagabondare dove preferiva, e lui si domand
che cosa stesse sognando.
Potrei innamorarmi di lei? si domand. Gli era
gi capitato di innamorarsi; in parte era a Baden-Baden
per questo, ed era cos giovane da nutrire la convinzione
che non si sarebbe innamorato mai pi. Ma
sarebbe voluto essere un suo fratello, o un vecchio
amico, con un certo diritto di aiutarla, se mai lei gli
avesse chiesto aiuto. La malattia, e la conseguente necessit
di recarsi in una stazione termale, lo avevano
molto avvilito, facendolo vergognare di se stesso. Ora,
su quel terrazzo, avvolto dall'aria notturna, gli parve
che il mondo fosse ancora pieno di forza e di speranza.
Era come se in quell'albergo dietro di lui dormisse
un'amica, e quando lei si fosse svegliata loro due si
sarebbero capiti.
E poi, pens con tristezza probabilmente ci
separeremo e ognuno di noi se ne andr per la sua
strada, e non ci saremo detti nemmeno una parola.
Cos  la vita.
Nel giro di pochi giorni, tutti i calabroni e le falene
della stazione termale svolazzavano intorno alla
nuova rosa, cos bella e fresca, e al sottile puntello
nero al quale era legata. La difficolt di avvicinarla,
e qualcosa di patetico nella sua stessa figura, suscitavano
l'ardire e la cavalleria dei corteggiatori. Ognuno
si sentiva come san Giorgio alle prese col drago
e con la principessa in catene. Se fosse stato possibile
indurre la principessa a collaborare coi suoi partigiani
e a giocare un tiro mancino al drago, la situazione
sarebbe potuta diventare quanto mai piccante.
Ma ci si avvide che ella era inflessibilmente leale
con la sua dama di compagnia, e che non si riusciva
a strapparle n un sorriso n uno sguardo dietro la
schiena di Miss Rabe. La distinta figura della donna
prese un aspetto sgomentante. Di quale segreto
potere era dotata, per tenere cos totalmente sottomessa
una creatura giovane e vigorosa?
La vecchia signora inglese scelse la strada pi saggia,
e con grande benevolenza si mostr condiscendente
con la governante. Quella strategia le procur
una sorpresa. Rimase sinceramente colpita dal tatto,
dalle doti e dagli ottimi princpi di Miss Rabe, e dichiar
a tutti che di governanti cos ce n'era una su
mille. E come compenso per la briga che si era presa,
per due o tre giorni fu la persona pi importante nei
giardini del Casin, perch adesso poteva presentare
gli ospiti a Mizzi. In quell'occupazione faceva sfoggio
di tutta l'abilit di una entremetteuse del bel mondo
d'altri tempi, e per ogni favore si considerava compensata
se le si rivolgevano complimenti e attenzioni.
In nome della loro vecchia amicizia, Axel fu il
primo giovanotto che ella, profondendosi in sorrisi,
present alla ragazza.
Con un certo stupore ed un po' di ironia verso se
stesso, Axel si innamor di Mizzi. Era un tipo di amore
che gli era nuovo, pi contemplativo che possessivo.
Lo rallegrava persino vederla circondata di ammiratori,
dato che a una ragazza carina nulla si addice
pi del successo: Mizzi, dal canto suo, accettava l'omaggio
della jeunesse dore della stazione termale
con estrema e dignitosa semplicit, come se in quello
zelante gareggiare non vedesse che il normale comportamento
dei giovanotti verso una fanciulla, e quindi
permetteva alla sua vitalit di espandersi in un
elemento che le era cos congeniale. I sentimenti del
giovane avevano anche le loro svolte fantasiose; spesso,
come in sogno, lui vedeva la fanciulla sullo sfondo
di un libro, o di una canzone, o di un luogo familiare
in Danimarca.
Una cosa di lei lo affascinava soprattutto - che arrossisse
cos facilmente e con tanta intensit, per motivi
suoi, a lui incomprensibili. A infiammarle il volto non
era mai un complimento, o uno sguardo ardente, e
nemmeno, alla fine di un valzer, una stretta alle sue
dita sottili. I suoi spasimanti lei li fissava tranquillamente
negli occhi, anche quando erano loro ad arrossire
ed a balbettare. Ma talvolta, mentre sedeva tutta
sola ascoltando la musica nel parco, o mentre un vecchio
gentiluomo dell'albergo la intratteneva parlandole
di politica, una lenta, intensa vampata le si diffondeva
su tutto il viso, dalle clavicole alla radice dei
capelli, facendolo ardere e bruciare - come se ella
stesse ferma sotto la vetrata purpurea di una chiesa -
per poi lentamente ritrarsi e spegnersi. Era gi di per
s uno spettacolo attraente ed insolito. Ma per Axel era
molto di pi: un simbolo e un mistero, un manifestarsi
del suo essere, una muta confessione, pi
significativa di qualunque dichiarazione. Quali forze
dentro di s quella semplice e forte creatura sospettava
o temeva, perch il solo avvertirle dovesse sconvolgerle
il sangue?
La fantasia di Axel si sbizzarriva sui rossori della
fanciulla. Se la immaginava felice, vezzeggiata,
nell'armonia di una casa sua, e si domandava se in
quell'ambiente sarebbe arrossita allo stesso modo. Intenta
ad un lavoro d'ago accanto a una finestra, o fermandosi
a contemplare un paesaggio durante una passeggiata
col marito, sarebbe d'un tratto divenuta tutta
rosea come un cielo mattutino? Egli pensava: Un
marito appena sposato potrebbe forse ricevere dalla
moglie un complimento pi divino, pi superbo, pi
generoso e pi sincero di quest'improvviso insorgere
del suo sangue?. Ma era anche pericoloso. Per un
marito anziano sarebbe stato allarmante; per un uomo
debole o vanesio poteva preannunciare la perdizione.
Axel era consapevole del rischio, perch lui
stesso, prima di incontrare Mizzi, si era sentito debole
ed indegno. E se, dopo cinque o dieci anni di vita
coniugale, un marito avesse sorpreso la moglie ad arrossire
tacitamente e con tanta intensit ai propri pensieri?
Quale capo d'accusa contro tutta la natura di
un uomo, pens lui - e in nome di qualcosa di ancora
pi potente del Re.
Talvolta aveva l'impressione che la sua giovane amica
arrossisse a certe frasi particolarmente banali che
venivano dette nella conversazione, come se avesse
vergogna delle finzioni e della falsit dell'ambiente.
E se ne rallegrava, perch lui pure aveva sofferto
delle ipocrisie del suo mondo. Allora pensava:
Questa fanciulla in fiore ha un inflessibile rispetto per la
verit; la nostra vita frivola ie fa orrore - e avrebbe
desiderato parlarle delle idee che gli si agitavano nella
mente.
Questi erano pensieri piacevoli. Ma Mizzi destava
in lui anche altre idee, che gli rendevano il cuore greve.
Mentre nella propria fantasia vedeva la fanciulla
aggirarsi nei boschi e nelle stanze della sua casa a Langeland,
tutt'a un tratto si accorgeva che la figura di
Miss Rabe era l, accanto a lei, e si rifiutava di lasciare
la scena. Gli oscuri presentimenti che quella tetra
figura destava in lui erano pi difficili da combattere
che l'illusione dei suoi sogni ad occhi aperti,
perch erano concreti e palpabili. E infatti, cos ragionava,
avrebbe certo potuto abbattere il drago e involare
Mizzi. Sarebbe stata una dolce e gloriosa avventura;
proprio quella che i suoi rivali sognavano. Ma lui era
un giovanotto di buon senso e non si limitava alla
superficie delle cose. Quando si fosse allontanato di
galoppo, chi gli garantiva che in sella con s non
stesse portando Miss Rabe?
Era un osservatore; e scoprire che la graziosa fanciulla
non aveva mai vissuto un solo giorno - e probabilmente
sarebbe stata incapace di vivere un solo giorno -
senza un servitore alle costole l'aveva divertito.
Ella non aveva mai aperto una porta con le proprie
mani, n aveva mai allontanato una sedia dal tavolo,
n raccolto il proprio fazzoletto se le cadeva; non si
era mai nemmeno messo il cappello da sola. I suoi
assurdi vestiti da bambina, non meno che la sua raffinata
persona, erano sistemati e tenuti in ordine da
qualcun altro. Quando un giorno la cintura a nastro
le si sciolse, ella cerc di riannodarla, poi arross e
rimase immobile finch Miss Rabe non provvide a rifare
il fiocco. Bisognava vestirla e svestirla come una
bambola, riflett lui. La sua impotenza era identica
a quella di una persona senza mani. Tutta la sua
vita si basava sulla continua, attenta, instancabile fatica
degli schiavi. Miss Rabe era il silenzioso e onnipresente
simbolo del sistema; perci lui la temeva.
Axel era un giovanotto ricco, aveva ereditato una
bella propriet in Danimarca e, nel suo paese, era
un buon partito. Ma non era ricco quanto lo si era
nell'ambiente che stava frequentando adesso. Concluse
tristemente che alla moglie non avrebbe potuto dare
gli schiavi che per Mizzi erano una necessit di vita.
Si domandava se per lei la libert sarebbe stata
sufficiente a indennizzarla della loro perdita, se l'amore
e la sollecitudine di un marito sarebbero bastati
a sostituire i loro servigi. Oppure, nella stessa casa
del marito, come dire tra le sue braccia, ella avrebbe
rimpianto Miss Rabe? Questo era un dubbio fatale.
Del resto, lui diffidava di quel principio e lo
condannava. Era dolce, un po' buffo e insieme patetico
quando lo si vedeva rappresentato nella persona
di Mizzi, una persona sotto altri aspetti palesemente
pronta ad andare incontro al proprio destino. Ma quel
principio, in s e per s, era decisamente l'opposto
di quella che lui riteneva un'esistenza umana
dignitosa.
Molti dei suoi rivali potevano offrirle il tenore di
vita al quale era abituata. Tra questi c'era un principe
napoletano, e c'era un giovane olandese ricchissimo
che, a quanto gli era stato detto, aveva delle
propriet terriere nelle Indie Orientali. Axel aveva
simpatia per quest'ultimo, e lo trovava pi attraente
di quanto si giudicasse lui stesso. Talvolta era convinto
che anche Mizzi la pensasse cos.
Axel era un giovane scrupoloso; durante le lunghe
ore insonni rifletteva molto su questi problemi. Se almeno
per una volta, pensava girando il capo sul cuscino,
Mizzi avesse raccolto il guanto che aveva lasciato
cadere, o sistemato in un vaso colmo d'acqua i
fiori che lui le portava! Ma no, lei si limitava a posarli
garbatamente su un tavolo, e nell'acqua li metteva
Miss Rabe.
Un sabato sera ci fu un ballo all'albergo; un'orchestra
sonava i valzer di Strauss. Axel ball con Mizzi.
La fanciulla sembrava un fiore, e lui glielo disse.
Parlarono anche delle stelle, e lui le narr che certi filosofi
sostenevano che anch'esse, proprio come la terra,
erano abitate da creature vive. Mentre stavano per
riprendere a danzare si trovarono vicini al Generale
russo. Egli stava fissando una coppia che piroettava per
la sala.
Miei cari amici, disse il Generale pensate un
po' che strano animale  l'uomo, e come per lui la
met sia sempre di pi che l'intero. Guardate l...
e disse i nomi dei due. Sono sposati da una quindicina
di giorni; delle loro nozze hanno parlato tutti
i giornali. Sono Romeo e Giulietta! Le loro famiglie
sono divise da un'antica inimicizia, e per molto tempo
i genitori di entrambi si sono opposti al matrimonio.
Ora essi sono in luna di miele, in un castello tra le
colline, a quindici miglia da qui. Finalmente sono
soli, liberi di abbandonarsi alle gioie dell'amore. E che
cosa fanno? Percorrono quindici miglia in carrozza
per venire qui a ballare, perch c' un'ottima orchestra
e un buon pavimento, e loro sono tutti e due famosi
ballerini di valzer. Secondo alcuni, ballare  la
pregustazione o il surrogato del fare all'amore.
Badate bene, si pu anche dire che ne sia l'essenza. La met
 pi che l'intero. Ma lo  soggiunse alteramente il
Generale soltanto per un animo aristocratico. Il borghese
potrebbe venir qui per vanit. E una giovane
coppia di contadini, dopo il primo valzer, lascerebbe la
sala da ballo per il fienile.
A questo punto Axel e Mizzi si allontanarono volteggiando.
Poich quella sera Axel trovava tutto incantevole,
anche la piccola conferenza del Generale gli
parve affascinante. Si immagin di essere con Mizzi in
luna di miele tra quelle colline, e di portarla in quell'albergo
a ballare perch la met  pi che l'intero.
Poi, mentre piroettavano, si accorse che Mizzi lo stava
guardando, o meglio, poich in lei non erano gli occhi
il particolare saliente, si accorse che il suo viso e
la sua bocca erano rivolti verso di lui. Il viso era
animato, risoluto, perentorio come una sfida. Ma il
ballo era finito, e mentre lui la stava accompagnando
al suo posto accanto alla vecchia dama inglese,
dall'altra parte della sala, ella gli disse, con voce sommessa
e gentile, che lei e Miss Rabe sarebbero partite da
Baden-Baden il gioved. Quella notizia fece precipitare
Axel dal colmo della felicit nell'abisso. Per un
attimo la sala rutilante di luci gli si oscur davanti
agli occhi. Poi riflett che aveva ancora tre giorni di
tempo.
A circa un'ora di cammino dalla stazione termale,
tra le colline e le pinete, c'era un piccolo padiglione
di legno, costruito in stile romantico, come una torre
di vedetta, con un bastione in cima. La scala che portava
al tetto era cos malandata che nessuno ci si avventurava,
ma Axel, passando l davanti, aveva pensato
che di lass si doveva godere una magnifica vista.
E la domenica prese una carrozza e si fece condurre
in quel luogo per starsene in solitudine e raccogliersi
nei prpri pensieri. Il pomeriggio era cos tranquillo,
cos dorato, che gli parve di essere riuscito chi sa come
ad infilarsi in un dipinto, un'opera d'arte italiana, in
cui stava d'incanto. L'odore di resina fresca emanato
dai pini accentuava quell'illusione. Quando, dopo aver
mandato via il suo fiacre, sal sulla sommit della torre,
rimase molto deluso; gli alberi erano cresciuti tanto
che nascondevano il paesaggio. Ma alzando gli occhi
vide l'azzurro cielo estivo screziato di rade nuvole
bianche. Sulla terrazza c'erano un tavolo e un paio di
sedie, molto sciupati dal sole e dalla pioggia. Stare
cos in alto pareva un sogno, e il mondo sembrava
lontanissimo. Mentre guardava gi sporgendosi dal
parapetto, vide uscire dalla pineta un graziosissimo
capriolo, che attravers la strada e si tuff tra le felci
dalla parte opposta. Sul prato sotto di lui c'era una
panchina rustica. Axel si tolse il cappello.
Era l gi da un poco, assorto nei propri pensieri,
e di tanto in tanto prendeva la matita e annotava qualche
parola, quando, dal sentiero nella pineta, sent
delle voci che si facevano via via pi distinte. Due
donne stavano parlando, ma il discorso fu interrotto
da una delle due, che prese a singhiozzare disperatamente,
come una bambina sperduta, come Gretel nel
bosco tenebroso, prigioniera della strega. Soffocate da
quel pianto desolato, gli giunsero alcune parole tremule.
Era la voce di Mizzi. Axel si alz. Prov l'impulso
di correre in suo aiuto, e avrebbe potuto perfino
gettarsi dal parapetto, se un attimo dopo non avesse
clto in quei singhiozzi un tono querulo, un po' piagnucoloso,
che non si sarebbe mai aspettato di sentire
nella voce di Mizzi, come quello di una bambina che
chieda di essere consolata e vezzeggiata. Per un istante
fu travolto da un impeto di gelosia; poi si domand
se Mizzi, l nel bosco, non si stesse confidando con
qualche amica dell'albergo. Avrebbe voluto andar via,
ma era troppo tardi, adesso che l'aveva sentita piangere.
Forse avrebbero continuato la loro passeggiata,
pens. Ma si erano fermate, e lui cap che si stavano
sedendo sulla panchina. Era una scena molto strana
e drammatica. Lui le dominava dall'alto come un uccello
da preda che stesse insidiando due colombe.
Non poteva fare a meno di sentire.
Ma se tu lo ami, sorellina cara, disse l'una non
 una disgrazia. Lui ti ama. Tutti ti amano e ti trovano
incantevole.
Era la voce di Miss Rabe. Ma per lui era una voce
nuova, di molti anni pi giovane di quella che aveva
udita in precedenza, pi squillante e pi libera. Una
voce che le saliva dal cuore. Ma era anche una voce
molto stanca.
Mizzi rispose dopo un lungo silenzio. Per tutto il
dialogo, ci fu sempre quella lunga pausa prima di
ogni sua frase. No disse, e anche la sua voce era
mutata, libera, e le saliva dal cuore; e come la voce
dell'altra ragazza, era anch'essa molto stanca. Non lo
amo. Non si pu amare uno sciocco, un credulone.
Com' possibile amare una persona che si sta ingannando?
Io li sto ingannando tutti, Lotti. Non amo nessuno
di loro. No, nessuno.
Ci nonostante, tesoro, disse Miss Rabe, che
qui nei boschi, a quanto pareva, si chiamava Lotti tu
saresti infelice se loro non ti amassero.
Una pausa. Poi Mizzi disse: S, mi ammirano.
Perch credono che io sia come loro - protetta, ricca, abituata
a tutte le cose belle della vita. S, lui mi ammira,
mi paragona ad un fiore, cos bella e soave e pura.
Pensa che non sappia nulla del mondo. Se sapesse
quanto lo conosco bene, invece, mi amerebbe? No,
non lui.
Non lo sapr mai disse Lotti.
No, naturalmente disse Mizzi. Quello stupido.
Poi, dopo una pausa, continu: Ma se lo sapesse?
Se gli dicessero che vado a comprare il cavolo
al mercato e me lo porto fino a casa in una cesta?
Se gli dicessero che do il mangime alle galline e pulisco
il pollaio? Se sapesse che stendo il bucato!.
Adesso che si erano sedute, pens Axel, non avrebbero
alzato la testa a guardare in su. Spi cautamente
oltre il parapetto. Gli davano le spalle, teneramente
abbracciate. Mizzi aveva reclinato la testa sulla spalla
di Lotti; il suo cappello era posato sulla panchina; i
suoi meravigliosi capelli coprivano in parte l'esile dorso
dell'altra.
Qui, per, qualche piccolo svago ce l'hai disse
Lotti. Ieri sera hai ballato. Magari avessi potuto
ballare anch'io.
S disse Mizzi con voce altera e cattiva. Non ti
sei ancora stancata di essere Miss Rabe?.
E i miei vestiti, poi! proruppe Mizzi con una
voce che la disperazione rendeva rauca. Ci scoppio
dentro! L'anno prossimo mi sar impossibile indossarli.
E dove diamine andr, allora? Dovr sprofondare
sottoterra, visto che non ho n scialli, n cappelli con
le piume di struzzo, n vestiti con lo strascico, come
le altre donne. Sono cos romantici, tutti quanti!
grid beffarda. Credono che abbia una collana di
perle, orecchini, braccialetti, e che la mia matrigna
non me li faccia mettere per pura cattiveria. Se sapessero
che non ho niente, niente, proprio niente!. E
scoppi in lacrime.
In ogni caso, l'anno venturo sarai ancora pi attraente
disse Lotti.
Quanto ti odio disse Mizzi. Quanto ti disprezzo,
quando mi blandisci come se fossi una bambina.
Tanto varrebbe che tu mi dicessi che sarei ancora pi
attraente senza nulla addosso.
Oh, Mizzi disse Lotti.
S, disse Mizzi lo so.  una cosa terribile da
dire. Ma tanto varrebbe che tu la dicessi. Vorrei essere
morta.
Singhiozzava come se le si spezzasse il cuore. Lotti la
accarezzava e continuava a ripeterle: Non piangere.
Ma Mizzi non le badava affatto. Infine disse :
Moriamo insieme, Lotti. Il mondo  troppo orribile.
In qualche altro luogo sar diverso, un po' diverso.
Pensa com' grande il mondo, con tutte le sue stelle!
Gli scienziati sono convinti che lass ci siano delle
persone, come sulla terra. Sono sicura che l sar un
po' meglio. Dopo una lunga pausa disse: Che pap
abbia buttato via tutti quei soldi nei Casin!.
Pap doveva essere all'altezza della sua reputazione
disse Lotti.
S disse Mizzi con un filo di voce. Povero
pap.
Rimasero a lungo senza parlare. Poi, con un tremito
nella voce, come se anche lei si rendesse conto della
temerariet della sua affermazione, Lotti si decise a
parlare: Forse, disse se Axel Leth sapesse tutto,
ti amerebbe lo stesso.
Questa volta la risposta di Mizzi, proferita con
voce sommessa e roca, fu immediata. Non potrei sopportarlo
disse la ragazza. Preferisco morire!.
Dopo qualche minuto disse : Vieni. Andiamo via.
Se arriva qualcuno vede subito che per venire quass
non abbiamo nemmeno preso una carrozza.
Dir a tutti che il medico ti ha ordinato di passeggiare
disse Lotti.
Poco dopo, tuttavia, si alzarono e si allontanarono
lungo il sentiero.
Non appena le vide scomparire nella verde pineta,
strettamente avvinte, Axel incroci le braccia sul tavolo
e su quelle appoggi la fronte. In sguito non
avrebbe saputo dire se, nel rifugio delle proprie braccia,
avesse riso o pianto.
Rimase cos per circa un'ora. Poi torn a raddrizzarsi,
appoggi il gomito sul tavolo e il mento sulla
mano, e riflett sulla situazione.
Era dotato di notevole senso artistico. Le due tragiche
sorelle nel bosco, coi riccioli rossi incendiati dal
sole, erano state cos armoniose nelle loro stesse contorsioni
che gli erano apparse come un gruppo classico,
due Laocoonti fanciulle, avvinte l'una nelle braccia
dell'altra, e tutt'e due nelle spire mortali del serpente.
Mai pi le avrebbe viste separate. Mizzi poteva
per un istante volgere il giovane viso sdegnato e
sgomento verso di lui, ma il suo abbraccio, il suo cuore
erano per Lotti. L'idea di fare all'amore con una
delle due era assurda e scandalosa quanto quella di
fare all'amore con una di due sorelle siamesi. Erano
le spire stesse del serpente a tenerle insieme. Prima
di alzarsi da quel tavolo, il suo ultimo pensiero fu
questo: che era stata una fortuna, una di quelle fortune
di cui bisognerebbe ringraziare la Provvidenza,
che fosse capitato a lui di sorprendere quella conversazione
nel bosco, a lui e non a un altro qualsiasi dei
giovanotti della stazione termale. Gli altri avrebbero
potuto giudicare le sorelle Laocoonti due avventuriere
venute in quell'albergo con l'intento di accalappiare
un marito ricco. Un'idea del genere era lontanissima
dalla loro mente. Erano venute a Baden-Baden
come gli uccelli migratori vanno verso i loro luoghi,
secondo le stagioni, perch in quel periodo si andava
a Baden-Baden o in un posto analogo. Se non fossero
state l, sarebbero state in qualche altra stazione
termale. E dovunque fossero state, perch in qualche
luogo dovevano pur essere, la loro situazione ed il loro
problema sarebbero rimasti identici. E si allontan
lentamente da quel luogo, pi saggio di quanto non
fosse allorch vi era giunto.
All'albergo, quella sera, tutti erano molto tristi per
la prossima partenza di Mizzi. E proprio quella sera,
Axel ne era convinto, un giovane ufficiale doveva
averle dichiarato il proprio amore. La vecchia dama
inglese domand a Miss Rabe quali fossero i loro
programmi di viaggio. La dama di compagnia spieg
che tornavano a casa passando per Stoccarda. Il giovane
olandese osserv che anche lui doveva andare a
Stoccarda, poteva avere l'onore di accompagnare le signore
fin l? Al che il principe italiano, che aveva
continuato a rammaricarsi, esclam subito che lui pure
doveva andare a Stoccarda per affari, poteva condividere
quell'onore? Miss Rabe e Mizzi si scambiarono
una breve occhiata, poi accettarono. Mizzi era radiosa,
quella sera, il suo colorito era pi vivo, come se l'ondata
di quel dolore collettivo la sostenesse. Appariva
pi matura. Due o tre volte, nel corso della serata,
Axel colse il suo sguardo fisso su di lui; ma non si
parlarono.
La mattina dopo Axel and in citt e ordin un
grande mazzo di rose per Mizzi. Sul biglietto scrisse
i versi di Goethe:

Die Sterne, die begehrt man nicht,
Man freut sich ihrer Pracht.

Si era proposto di scrivere ancora qualcosa, di esprimerle
il suo dolore all'idea di non rivederla pi.
Ma non lo fece perch gli ripugnava dire una bugia.
Nel pomeriggio, mentre tutti gli ospiti dell'albergo
erano in gita sulle colline per un picnic di addio a
Mizzi, lui lasci detto che era stato chiamato a Francoforte
per una settimana e prese il treno per
Stoccarda.
Era gi stato a Stoccarda, una volta che era diretto
in Italia. Al suo vecchio albergo chiese l'indirizzo di
una sartoria, e qui commission un soprabito molto
lungo e una uniforme da domestico, completa di tutto,
da portar via il giorno dopo. Si compr anche un cappello,
e nel nastro fece fissare una piccola coccarda.
Conosceva i colori della famiglia di Mizzi perch li
aveva visti in un gioco a pegni.
Quando era venuto a Stoccarda la volta precedente,
era andato con un amico a visitare il teatro, dove gli
avevano fatto conoscere anche i segreti del retroscena.
Ora egli consult il truccatore del teatro, e gli disse
che c'era in ballo una scommessa molto importante:
doveva assumere l'aspetto e i panni di un anziano,
rispettabile domestico di famiglia. L'esperto professionista,
un italiano, si butt nell'impresa come se ne
andasse della sua vita, e subito tronc di netto le spiegazioni
del cliente per suggerirgli una filza di ispirati
accorgimenti. E prese a girargli intorno per studiare
da tutti i lati la sua faccia e la sua figura.
Il gioved mattina, quando Axel gli port il costume
consegnatogli dal sarto, egli trov che era perfetto
in ogni particolare. La moglie dell'italiano, evidentemente
a parte del segreto, venne ad aiutare il marito
per gli ultimi tocchi. Gli imbiancarono i capelli,
a cui aggiunsero due brevi favoriti, gli scurirono leggermente
la faccia, su cui tracciarono qualche ruga,
gli mutarono la forma delle sopracciglia. Tutto era
fatto con arte sopraffina. I due artisti, alla fine, erano
raggianti e pieni di orgoglio. Quando, al loro invito,
lui si guard nel lungo specchio, trasal lievemente,
tanto la figura riflessa gli era estranea. Quel personaggio,
in cappello e guanti, era un venerando, fidato servitore
pieno di amor proprio.
Torn all'albergo, stando bene attento a camminare
adagio. Si esercit nella propria parte per le
strade di Stoccarda, e fece delle utili esperienze. Scopr
che nel recitare si sentiva pi nervoso alla presenza
del portiere dell'albergo e del cocchiere che davanti
alle dame ed ai gentiluomini. All'albergo prenot
le camere ed ordin il pranzo per due signore, precisando
che il tavolo doveva essere adorno di fiori. Prima
di mezzogiorno era di ritorno a Baden-Baden.
Quando, anni dopo, ripensava alla sua avventura,
ancora si stupiva nel ricordare la calma e la sicurezza
con cui l'aveva vissuta. Era una giornata grigia; ci fu
un breve acquazzone, come se a Baden-Baden anche
la natura piangesse nel veder partire Mizzi. A quanto
parve, nessuno dubit dell'autenticit del vecchio domestico.
All'albergo egli si present umilmente al portiere
dicendo di essere Frantz, il domestico di Mizzi,
e lo preg di far sapere alla sua signora che Frantz
era arrivato e aspettava i suoi ordini nell'atrio.
Un fattorino port su il messaggio, e un attimo dopo
Mizzi scese le scale, con uno spolverino grigio e
un infantile cappello di paglia legato sotto il mento,
sicch si incontrarono ai piedi della scalinata, dove lui
ristava col cappello in mano. Ella scese rapidamente,
con passo agile, ma un po' in allarme, con gli occhi
spalancati. Non appena lo vide si ferm di colpo,
come se avesse visto un fantasma. Egli sent che lo stava
analizzando da capo a piedi; e che aveva notato la coperta
da viaggio che teneva sul braccio, e la coccarda
sul cappello. La vide trascolorare e farsi mortalmente
pallida; le si sbiancarono perfino le labbra, tanto da
far pensare che stesse per svenire. Ma con uno sforzo
riusc a riprendersi, scese gli ultimi due scalini e gli
si ferm di fronte. In quel momento due signore,
ospiti dell'albergo, entrarono di corsa dalla porta principale,
posarono i loro ombrellini e scossero le ampie
sottane per riassettarle, lamentandosi della pioggia. Si
avvicinarono alla fanciulla con affettuose espressioni
di rammarico. Dunque ci lasciate oggi stesso, bambina
cara esclamarono. Diedero uno sguardo ad
Axel e le domandarono:  il vostro domestico?.
S disse Mizzi, pallidissima e sbalordita, con le
labbra tremanti. L'avete fatto venire perch vi accompagni
durante il viaggio? domand una delle
signore.  stata una decisione saggia.  spiacevole
per le donne viaggiare da sole. Ora, guardando al
di sopra della testa di Mizzi, Axel scorse Miss Rabe
in cima alle scale. Sembra un vecchio garbato disse
la signora. Come si chiama?. Frantz disse
Mizzi.
Tutti accorsero per vedere partire Mizzi. La sua
carrozza ra colma di fiori. Axel chiudeva il corteo in
una carrozza con tutto il bagaglio. Aveva gi preso i biglietti
e riservato i posti per le due signore, e adesso
le aiut a salire sul treno. Una bambina che alloggiava
nell'albergo e che aveva fatto amicizia con Mizzi
scoppi in lacrime e le diede una rosa bellissima, enorme.
Mizzi si chin a baciare la piccola, coi capelli che
le spiovevano sul viso, e si appunt la rosa sul seno.
Dal finestrino del proprio scompartimento Axel vide
lo sventolio dei fazzoletti bianchi mentre il treno lasciava
lentamente Baden-Baden.
Per tutto il giorno egli si mosse e parl con pacatezza,
come un uomo che sappia di essere lo strumento
del destino. Anche la prossima separazione da Mizzi,
che egli sentiva come un dolore fisico, sembrava stranamente
fortificarlo, e confermarlo nei suoi propositi.
Convers un poco con i suoi compagni di viaggio, e
aiut una giovane donna con un neonato e due ceste
pesanti. Un operaio gli diede un giornale e gli tenne
un'animata concione politica.
Mizzi lo guard due volte. Quando il treno si ferm
in una piccola stazione, ella scese a far quattro passi
con uno dei suoi cavalieri di Baden-Baden, che la riparava
con l'ombrello. L'altro rimase accanto allo
sportello della vettura con Miss Rabe, che non aveva
voluto avventurarsi sotto quella pioggia fitta. Accanto
allo steccato c'erano dei bambini che vendevano frutta.
L'accompagnatore di Mizzi corse a comprarne,
porgendo rapidamente l'ombrello ad Axel. Cos i due si
ritrovarono l'uno accanto all'altra e, per cos dire, soli.
Mizzi non storn lo sguardo, anzi, lasci che i suoi
occhi gli dicessero quello che pensava di lui. Axel trasal
sotto quello sguardo. Era come se lei lo avesse
schiaffeggiato, pens. La ragazza lo avrebbe ucciso, se
avesse potuto, perch era furibonda e impavida, senza
alcun timore. Ma ad impedirle di parlargli in tono
concitato, e persino di guardarlo per pi che un secondo
o due, c'era un simbolo sacro, pi forte di lei: la
coccarda coi suoi colori sul cappello che lui aveva in
testa. Quando Miss Rabe la chiam, ella permise che
lui le camminasse accanto, reggendo l'ombrello, lungo
tutto il marciapiede.
Durante quel percorso, un centinaio di passi, il rapporto
tra Axel e Mizzi matur e si fiss definitivamente.
Quando si fermarono, fu gettato nel suo ultimo e
inalterabile stampo. La figura di Axel Leth era scomparsa
e Frantz, il domestico, ne aveva preso il posto.
Axel se ne rese conto e cap, stringendo l'ombrello
in pugno - con venerazione, perch adesso era in livrea -
che la dipendenza del padrone di schiavi dagli
schiavi  potente come la morte e crudele come la
tomba. Mentre stringe il suo parapioggia, lo schiavo
stringe nella propria mano la vita del suo padrone.
Axel Leth, del quale Mizzi era innamorata, poteva
tradirla; questo l'avrebbe irritata, forse perfino rattristata,
ma nonostante tutta la sua collera e la sua malinconia
lei sarebbe stata ancora la medesima persona.
La sua stessa esistenza, invece, confidava nella lealt
di Frantz, il suo servo, e nella sua devozione, nel
suo consenso e nel suo aiuto. Un suo tradimento
avrebbe spezzato l'integrit del suo essere. Se non
fosse stata sicura in qualsiasi momento che Frantz era
pronto a morire per lei, non poteva vivere. Se nella
sua stessa casa, continuava a ragionare Axel tra s e s,
un innamorato la tediava, o se un adoratore geloso le
faceva una scena, bastava che lei chiamasse Frantz e gli
chiedesse di accompagnare l'ospite alla porta, e lo scalmanato
pretendente, che avrebbe sfidato un padre ed
un marito, sarebbe rimasto sopraffatto davanti al potere
di Frantz, e l'avrebbe seguito senza dir parola.
Tornato nella propria vettura Axel pens: Se
adesso ci fosse un incidente ferroviario, lei penserebbe
prima di tutto alla mia salvezza.
A Stoccarda le due signore si affidarono completamente
al loro vecchio domestico. Lui le accompagn
all'albergo, e il portiere lo riconobbe subito e gli diede
le chiavi.
Ma ora che la comprensione tra loro tre si era stabilita
e confermata, Axel intu anche il motivo immediato
dell'agitazione delle sorelle e del timore che avevano
di lui. Erano convinte che lui volesse seguirle
sino alla fine del viaggio, braccarle, per cos dire, fin
nella loro tana. Loro viceversa avevano deciso di andarsene
via al mattino presto, senza che nessuno ne
sapesse nulla, e tremavano come due uccellini presi
al laccio nel vedere minacciata la loro libert di scomparire.
Ma quell'idea non gli aveva nemmeno sfiorato
la mente, e gli dispiacque che loro lo giudicassero cos
male. Sicch, dopo aver fatto portar su il loro bagaglio
ed essersi accertato che fosse tutto a posto,
domand rispettosamente a Miss Rabe se avesse altri
ordini da dargli, perch in caso contrario lui sarebbe
partito quella sera stessa per tornare nella loro residenza,
in modo da poter accogliere le signore al loro
arrivo. Mentre lei lo congedava, a lui non sfugg il
profondo sollievo che le si diffuse sul volto. Mizzi in
quel momento gli volgeva le spalle, ma egli sent che
anche lei era scossa da una grande emozione; tuttavia
non si gir, non disse una sola parola.
Axel si ferm gi nell'atrio, da solo - e da quella
sera per lui l'atrio fu sempre la stanza centrale di un
albergo, il luogo dove tutto andava avanti. Aveva assolto
il suo compito, se ne sarebbe dovuto andare. Ma
non era possibile che tutto finisse cos, pensava;
doveva esserci ancora qualcosa, una parola o uno sguardo;
doveva vederla ancora una volta, quando sarebbe
scesa per la cena. Mentre la gente entrava nella sala
da pranzo, lui gett uno sguardo attraverso la porta
e not con piacere che sul loro tavolo c'erano dei fiori.
Nell'atrio c'erano anche i due gentiluomini di
Baden-Baden; avrebbero cenato nella stessa sala delle
due signore, bench non avessero osato chiedere di
poterle raggiungere al loro tavolo. Stavano aspettando
di scortarle. Finalmente le due sorelle scesero le scale,
e Axel pens che, nonostante tutte le loro sventure,
apparivano stranamente, pateticamente felici e
disinvolte, in armonia con la vita. Entrarono nella
sala, soddisfatte. Adesso, dunque, lui l'aveva vista ancora
una volta, e poteva avventurarsi sotto la pioggia.
Stava gi aprendo la porta d'ingresso quando la voce
limpida e sommessa di Mizzi lo chiam. Frantz
disse. Era uscita dalla sala da pranzo e si era fermata
in mezzo all'atrio. Adesso in lei non c'era n turbamento
n fastidio. Nonostante le sue vesti, appariva
cos adulta, assolutamente eroica, come una martire.
Ecco la lettera, Frantz disse, e gli porse una busta.
Quando lui la prese, le loro dita si sfiorarono. Molte
volte lui le aveva baciato la mano, molte volte l'aveva
tenuta stretta a s ballando il valzer, ma nessun contatto
fra loro era mai stato significativo come quel
fuggevole sfiorarsi di un istante.
Dall'albergo Axel and direttamente nei locali del
truccatore, dove aveva lasciato i suoi abiti. Il vecchio
non c'era, ma sua moglie, con mano abile, lo aiut
a svestirsi e a struccarsi, domandandogli con discrezione
se avesse poi vinto la scommessa. S, disse lui,
l'aveva vinta. Quando la penosa operazione fu terminata,
lei lo fece voltare verso lo specchio. Ecco di nuovo
Axel Leth, quale era stato prima, di nessuna importanza
per nessuno al mondo, e Frantz scomparso
per sempre. Dove sarebbe andato Axel Leth? Poteva
andare dovunque! Ma and a Francoforte, spinto da
un vago rispetto per la verit.
Quando si era fatto impacchettare gli abiti di
Frantz, ne aveva tolta la busta. Anche la lettera apparteneva
a Frantz, e lui non aveva un vero diritto di
aprirla, ma poteva darsi che contenesse un messaggio
per Axel Leth, un messaggio affidato a Frantz. Dentro
c'era una rosa, un po' appassita, ma ancora vellutata e
umida, la rosa che la bimba aveva data a Mizzi alla
stazione.
Quando Axel torn a Baden-Baden, tutti rimpiangevano
ancora un poco Mizzi, anche se i nuovi arrivi
avrebbero presto cancellato quella malinconia. Egli
decise che la sua cura era terminata e stabil il giorno
della sua partenza per la Danimarca. La vecchia signora
inglese era la pi fedele tra gli amici di Mizzi, e
ben due volte chiese ad Axel di accompagnarla nella
sua passeggiata per parlargli della fanciulla. Era convinta
che lui avesse chiesto la sua mano e fosse stato
rifiutato, e ora gongolava nel girargli il coltello nella
ferita. Faceva le lodi della ragazza, la definiva una gran
dama sul punto di sbocciare, una fanciulla educata
secondo gli alti princpi del tempo antico, assolutamente
incontaminata, una rosa, un giovane cigno.
Vista l'attuale situazione politica e l'atteggiamento ribelle
dei giovani, non si poteva davvero giurare che tra
cent'anni sarebbero ancora esistite al mondo delle vere
signore come quella, degne dell'adorazione degli
uomini, e allora l'uomo, povera creatura incostante,
che fine avrebbe fatta? E che carnagione! Che belle
gambe!
Una volta, nella solitudine della terrazza, Axel pianse
sulla vanit del mondo. Tuttavia conserv la sua
fatalistica, rassegnata disposizione d'animo.
Due giorni dopo il suo ritorno and a passeggio
fino a una cascata tra le colline. Dopo una settimana
di pioggia il tempo era ancora grigio, i sentieri
tra gli alberi erano inzuppati, lo scroscio della cascata
era come un canto, un'elegia, la voce dei boschi silenti
e fradici, e l'odore dell'acqua era di una freschezza
quasi dissetante. Axel sedette e pens a Mizzi.
Che cosa aveva in serbo l'avvenire per le due sorelle,
pens, che erano state cos integre da smentire
la vita, le fautrici di un ideale, sempre in fuga da
una realt ottusa, le nobili, sublimi dame che erano
incapaci di vivere senza schiavi? Perch nessuno schiavo,
riflett Axel, poteva sospirare e struggersi per la
propria liberazione pi di quanto loro non sospirassero
e non si struggessero per i loro schiavi; e la libert
per gli schiavi non sarebbe mai potuta essere un'essenziale
condizione di esistenza, il vero afflato della vita,
pi di quanto per le due sorelle lo fossero gli
schiavi.
Molto probabilmente l'anno successivo si sarebbero
scambiate le parti; Lotti sarebbe stata la padrona
di schiavi e Mizzi la schiava. Lotti avrebbe potuto
trasformarsi in una gran dama invalida, immobilizzata
su una poltrona a rotelle, perch era una parte che
si poteva recitare senza l'ausilio di gioielli e di piume,
della cui mancanza, quel pomeriggio nel bosco, Mizzi
si era tanto rammaricata. E Mizzi sarebbe stata la sua
accompagnatrice, modesta nella semplice uniforme da
infermiera, paziente di fronte ai capricciosi sbalzi di
umore della sua padrona. Era un sollievo pensare che
in tal caso avrebbero potuto ancora piangere tra i boschi,
l'una nelle braccia dell'altra, e baciarsi come
sorelle.
Rimase a fissare la cascata. Il flusso limpido, che
pareva una colonna di luce tra il musco e i sassi,
conservava inalterati, per tutte le ore del giorno e della
notte, i suoi nobili contorni. Proprio dal centro della
colonna scaturiva un'altra cascatella, l dove l'acqua
scrosciante batteva su un sasso. Anche quella spiccava
immutabile, come una fresca fenditura nel marmo della
cateratta. Se fosse tornato dopo dieci anni, l'avrebbe
trovata identica, con la stessa forma, come un'opera
d'arte armoniosa e immortale. Tuttavia, ad ogni secondo
nuove molecole d'acqua si scagliavano oltre l'orlo
di roccia, irrompevano nel precipizio e scomparivano.
Era una corsa, un turbine, un'incessante
catastrofe.
Nella vita, egli pens, esistono fenomeni analoghi?
C' un corrispondente, paradossale modo di essere, un
equilibrato, classico, statico avventarsi e fuggire? In
musica esiste, e si chiama Fuga:

D'un air placide et triomphant,
Tu passes ton chemin, majestueuse enfant.
...
IL BAMBINO CHE SOGNAVA.

Nella prima met del secolo scorso viveva a Sealand,
in Danimarca, una famiglia di contadini e pescatori
che, dal loro luogo di origine, venivano chiamati
Plejelt e che, qualunque cosa facessero, sembravano
incapaci di cavarsela. Un tempo avevano posseduto
un po' di terra qua e l, e barche da pesca, ma
avevano sempre finito col perdere tutto, e ogni nuova
iniziativa era andata a catafascio. Riuscivano per un
pelo a tenersi alla larga dalle prigioni danesi, ma si
abbandonavano senza ritegno a tutti quei peccati e
quelle debolezze che gli esseri umani possono concedersi
senza violare la legge: vagabondaggio, ubriachezza,
gioco d'azzardo, figli illegittimi e suicidio. Di
loro il vecchio giudice distrettuale diceva: Quei Plejelt
non sono cattivi, in fondo; ne ho avuti di peggio.
Sono prestanti, sani, simpatici, persino dotati, a modo
loro. Ma non hanno imparato a vivere, questo  il
guaio. E se non si sbrigano a mettercisi d'impegno,
non so proprio come finiranno, se non divorati dai
topi.
Lo strano fu che - come se questa triste profezia
fosse giunta all'orecchio dei Plejelt e li avesse spaventati
a morte - negli anni successivi parve per l'appunto
che ci si fossero messi d'impegno. Uno di loro si imparent
con una rispettabile famiglia contadina, un
altro ebbe un colpo di fortuna nella pesca delle aringhe,
un terzo fu convertito dal nuovo parroco e ottenne
l'incarico di campanaro. Soltanto una delle figlie
non sfugg al destino del clan, ma anzi parve accumulare
sul proprio capo tutto il fardello di colpe
e di sfortuna della sua trib. Durante la sua breve,
tragica vita, il destino la trascin dalla campagna a
Copenaghen, e l, non ancora ventenne, ella mor nella
pi nera miseria, lasciando solo al mondo il suo
figlioletto. Il padre del bambino, che in questo racconto
non ha altro motivo di comparire, le aveva dato
cento talleri. E questi cento talleri la madre morente
li affid, insieme col bambino, a una vecchia lavandaia,
orba da un occhio, che si chiamava Madame Mahler
e nella cui casa lei aveva abitato. Da vera Plejelt
qual era, preg Madame Mahler di aver cura del suo
bimbo finch duravano i soldi, contentandosi di un
temporaneo sollievo.
Alla vista di quel denaro, sul volto di Madame
Mahler fiorirono due rose; fino a quel momento non
aveva mai visto cento talleri tutti in una volta. Nel
guardare il bambino sospir profondamente; poi si
prese sulle spalle anche quell'incarico, insieme con
tutti gli altri fardelli che la vita vi aveva gi
accumulati.
In questo modo il bambino, che si chiamava Jens,
ebbe i primi contatti col mondo, e con la vita, nei
quartieri poveri della vecchia Copenaghen, in un cortile
nero come un pozzo, un labirinto di sudiciume, di
sfacelo e di cattivi odori. A poco a poco prese coscienza
anche di se stesso, e di qualcosa di eccezionale nella
sua esistenza. C'erano altri bambini, nel cortile, una
vera folla di bambini; ed erano tutti pallidi e sporchi
come lui. Ma sembrava che tutti appartenessero a
qualcuno; tutti avevano un padre ed una madre; c'era,
per ciascuno di loro, un gruppo di altri bimbi laceri
e schiamazzanti che essi chiamavano fratelli e sorelle,
e che li spalleggiavano nelle risse in cortile; facevano
chiaramente parte di un tutto. Egli cominci a meditare
sull'atteggiamento speciale che il mondo aveva
verso di lui, e sul motivo che lo provocava. Qualcosa
in quell'atteggiamento era come l'eco di una sensazione
del suo cuore: la sensazione che in realt lui
non apparteneva a quel luogo, ma a qualche altro posto.
Di notte faceva sogni caotici, multicolori; durante
il giorno i suoi pensieri continuavano a indugiare in
quei sogni, che talvolta lo facevano ridere da solo,
come il tintinnio di una campanella, e nel sentirlo Madame
Mahler crollava il capo, convinta che fosse un
po' debole di mente.
In casa di Madame Mahler capitava talvolta una
visitatrice, un'amica d'altri tempi, una vecchia sarta
dal viso bruno e schiacciato e con la parrucca nera.
Tutti la chiamavano Mamzell Ane. Da giovane aveva
fatto lavori di cucito in molte case signorili. Portava
un fiocco rosso al collo, e si atteggiava a giovinetta, con
mille vezzi e mossette civettuole. Ma nel suo petto incavato
albergava anche una grandezza d'animo che
le consentiva di infischiarsene della sua attuale miseria
nel ricordo dello splendore che i suoi occhi avevano
contemplato in giorni lontani. Madame Mahler era
una donna di scarsa immaginazione; solo con riluttanza
prestava orecchio agli interminabili, sublimi soliloqui
della sua amica. Dopo un poco, Mamzell Ane
cercava comprensione nel piccolo Jens. Davanti alla
seria attenzione del bimbo la sua fantasia metteva le
ali; ed ella rievocava ed esaltava la magnificenza dei
rasi, dei velluti e dei broccati, delle nobili sale e
delle scalee marmoree. Alla luce di innumerevoli candele,
la padrona di casa veniva abbigliata per un ballo;
suo marito, con una decorazione sul petto, entrava
per offrirle il braccio, mentre la carrozza e la pariglia
aspettavano in strada. Nella cattedrale si celebravano
grandi matrimoni, e anche funerali, con tutte le dame
vestite di nero come magnifiche, tragiche colonne.
I bambini chiamavano i genitori Pap e Mamma; avevano
bambole e cavalli di legno con cui giocare,
pappagalli parlanti in gabbie dorate, e cani ai quali si insegnava
a camminare sulle zampe di dietro. La mamma
li baciava, e dava loro chicche e tanti nomignoli
affettuosi. Le stanze, ben calde dietro le tende seriche,
erano colme anche d'inverno del profumo di fiori
che si chiamavano eliotropio e oleandro, e i lampadari
di cristallo che pendevano dal soffitto avevano anch'essi
la forma di splendidi fiori tra le fronde.
Nella mente del piccolo Jens, l'idea di questo mondo
cos augusto e radioso si intrecciava con quella del
proprio inesplicabile isolamento nella vita, per confluire
poi in un sogno, una fantasia immensa. Lui era
cos solo nella casa di Madame Mahler perch la sua
vera casa era una di quelle dimore dei racconti di
Mamzell Ane. Nelle giornate interminabili in cui
Madame Mahler se ne stava davanti alla sua tinozza
o portava il bucato in citt, lui vagheggiava, giocandoci,
l'immagine di questa casa e delle persone che ci
vivevano e lo amavano con tanto trasporto. Mamzell
Ane, dal canto suo, not l'effetto che la sua epopea
faceva sul bimbo, si rese conto di avere finalmente
trovato l'ascoltatore ideale, e fu ancor pi ispirata
da questa scoperta. Il rapporto tra i due si trasform
in una specie di storia d'amore; per la propria felicit,
per la propria esistenza stessa, Jens e Mamzell
Ane avevano bisogno l'uno dell'altra.
Mamzell Ane era una rivoluzionaria, sia per scelta
spontanea, sia per una qualche rudimentale, ardente ed
utopistica visione del suo cuore casto e orgoglioso,
perch aveva sempre vissuto tra gente sottomessa e irriflessiva.
Per lei il significato e il fine dell'esistenza
erano la grandiosit, la bellezza e l'eleganza. Per nessuna
ragione al mondo avrebbe voluto che scomparissero
dalla terra. Ma le sembrava crudele e scandaloso
che tanti uomini e tante donne dovessero vivere e
morire senza questi sublimi valori umani - proprio
cos, senza nemmeno conoscerli -, che dovessero essere
poveri, deformi e malvestiti. Tutti i giorni ella
aspettava con ansia quel giorno di giustizia in cui si
sarebbero capovolte le sorti, e gli umiliati e offesi
sarebbero finalmente entrati nel loro paradiso di bellezza
e di eleganza. Ci nonostante, ora faceva di tutto
per non riversare nell'anima del bambino neanche una
stilla della sua amarezza e della sua ribellione. Perch
via via che la loro amicizia cresceva, lei in cuor suo
acclamava il piccolo Jens legittimo erede di tutta la
magnificenza per la quale lei aveva pregato invano.
Lui non avrebbe dovuto lottare per ottenerla; tutto
era suo di diritto, e gli sarebbe caduto in grembo spontaneamente.
Forse l'esperta e ispirata zitella aveva notato
anche come il ragazzo non avesse la minima inclinazione
per l'invidia e il rancore. Nelle loro lunghe,
felici conversazioni lui accettava il mondo di
Mamzell Ane serenamente e senza timori, proprio -
non fosse stato per il fatto che lui di quel mondo non
aveva nulla - come lo accettavano i bambini felici
che vi erano nati.
Per un breve periodo della sua vita, Jens fece parte
della propria felicit agli altri bambini del cortile.
Lui, spiegava, non era affatto quel deficiente a malapena
tollerato dalla vecchia Madame Mahler; era invece
il favorito della fortuna. Aveva un pap e una
mamma e una bella casa con dentro questo e quest'altro,
e una carrozza, e i cavalli nella scuderia. Era
viziato, e poteva avere tutto quello che chiedeva. Per
strano che possa sembrare, i bambini non risero di
lui, n in sguito lo tormentarono col loro scherno.
Avevano quasi l'aria di credergli. Solo che non potevano
comprendere n seguire le sue fantasie; non ci
fecero troppo attenzione, e dopo un po' se ne
disinteressarono completamente. Cos Jens smise di dividere
col mondo il segreto della propria felicit.
Tuttavia alcune delle domande fattegli dai bambini
gli avevano dato molto da pensare, tanto che egli
domand a Mamzell Ane - perch ormai tra loro la
confidenza era assoluta - com'era accaduto che lui
avesse perso ogni contatto con la sua famiglia e fosse
finito in casa di Madame Mahler. Mamzell Ane trov
difficile rispondergli; quel fatto non riusciva a spiegarselo
nemmeno lei. Concluse che doveva essere una
delle tante conseguenze della confusione e della corruzione
del mondo. Dopo averci pensato sopra ben
bene, ella gli diede - solennemente, al modo di una
Sibilla - una spiegazione. Non era per nulla insolito,
disse, n nella vita n nei romanzi, che un bambino,
specie un bambino di elevata e prospera condizione
sociale e teneramente amato dai propri genitori,
sparisse misteriosamente e si perdesse. E dette queste parole
si ferm di colpo, perch perfino alla sua anima
impavida e provata dalla sorte quell'argomento pareva
troppo tragico per soffermarcisi oltre. Jens accett
la spiegazione con lo stesso spirito con cui gli era stata
data, e da quel momento si vide come quel malinconico,
ma non straordinario fenomeno che  un bambino
scomparso e perduto.
Ma quando Jens aveva sei anni Mamzell Ane mor,
lasciandogli i suoi pochi beni terreni : un consunto ditale
d'argento, un bel paio di forbici e una seggiolina
nera con delle rose dipinte sopra. Per Jens quegli
oggetti avevano un valore immenso, e ogni giorno li
contemplava con aria grave. Ma proprio nello stesso
periodo Madame Mahler constat che i cento talleri
si stavano esaurendo. Era rimasta offesa dal grande
interesse che la sua amica aveva riversato sul bambino,
e aveva deciso di rifarsi. Da quel momento Jens
l'avrebbe aiutata nel suo lavoro di lavandaia. Il bambino
quindi scopr che la sua vita non gli apparteneva
pi, e il ditale, le forbici e la sedia furono trasferiti
nella stanza di Madame Mahler, unici resti, o uniche
prove tangibili, dello splendore che lui e Mamzell
Ane avevano conosciuto e condiviso.
Mentre ad Adelgade succedevano questi avvenimenti,
a Bredgade, in una casa lussuosa, viveva una
giovane coppia di sposi che si chiamavano Jakob e
Emilie Vandamm. I due erano cugini; lei infatti era
l'unica figlia di uno dei pi grossi armatori di Copenaghen,
e lui il figlio della sorella di questo magnate
- tanto che, non fosse stata donna, col tempo
la giovane dama sarebbe diventata il capo della ditta.
Il vecchio armatore, che era vedovo, abitava i due lussuosi
piani inferiori della casa insieme con la sorella,
vedova anch'essa. La famiglia era molto unita e i due
giovani erano fidanzati sin da bambini.
Jakob era un giovanotto grande e grosso, d'intelligenza
pronta e di indole tranquilla. Aveva molti amici,
ma nessuno di questi avrebbe potuto contestare il
fatto che a soli trent'anni stava diventando grasso.
Emilie non era una bellezza classica, ma aveva una
figura estremamente aggraziata ed elegante, e la vita
pi sottile di tutta Copenaghen; era flessibile e morbida
nell'andatura e in tutti i suoi movimenti, e aveva
la voce sommessa e modi gentili e riservati. Quanto
alle sue qualit morali, era la degna discendente di
una lunga stirpe di capaci e onesti mercanti: retta,
assennata, leale ed un tantino ipocrita. Dedicava molto
del suo tempo alle opere di carit, nelle quali faceva
una minuziosa distinzione tra i poveri meritevoli e i
poveri immeritevoli. Dava ricevimenti sontuosi ed eleganti,
ma invitava solo le persone del suo ambiente.
Un suo vecchio zio, che aveva girato il mondo ed era
un ammiratore del bel sesso, alla domenica, a pranzo,
la stuzzicava dall'altro capo del tavolo. C'era,
affermava il gentiluomo, un che di squisitamente piccante
nel contrasto tra la flessibilit del suo corpo e la
rigidezza della sua mente.
C'era stato un tempo in cui, all'insaputa di tutti,
il suo corpo e la sua mente si erano sentiti all'unisono.
Quando Emilie aveva diciott'anni, e Jakob era imbarcato
su una nave che solcava i mari della Cina, ella
si era innamorata di un giovane ufficiale di marina
che si chiamava Charlie Dreyer e che tre anni prima,
quando aveva soltanto ventun anni, si era distinto
nella guerra del 1849, tanto da ottenere una decorazione.
Emilie, allora, non era fidanzata ufficialmente col
cugino. E non credeva proprio che a Jakob si sarebbe
spezzato il cuore, se lei avesse sposato un altro.
Tuttavia aveva degli strani, improvvisi timori; l'intensit
dei propri sentimenti la sgomentava. Quando,
in solitudine, meditava sulla situazione, il sentirsi cos
totalmente alla merc di un'altra persona le sembrava
indegno di lei. Ma non appena rivedeva Charlie
tornava subito a dimenticare le proprie paure, e non
finiva mai di stupirsi che la vita avesse in s tanta
dolcezza. La sua migliore amica, Charlotte Tutein,
una volta che si svestivano insieme dopo un ballo le
disse: Charlie Dreyer fa la corte a tutte le ragazze
carine di Copenaghen, ma non intende sposarne nessuna.
Credo che sia un vero dongiovanni. Emilie sorrise
allo specchio. Il cuore le si inteneriva al pensiero
che Charlie, giudicato cos male da tutti, soltanto
lei lo conosceva com'era davvero: leale, fedele e
sincero.
La nave di Charlie era sul punto di partire per le
Indie Occidentali. La sera prima della partenza egli
si rec alla villa del padre di Emilie per congedarsi
dalla famiglia, e vi trov la fanciulla, sola. I due giovani
passeggiarono nel giardino; c'era la luna. Emilie
colse una rosa bianca, rorida di rugiada, e gliela diede.
Mentre, appena fuori del cancello, si stavano salutando,
egli le afferr tutt'e due le mani, se le strinse
contro il petto, e in un solo, appassionato, ardente
sussurro la supplic, dal momento che nessuno lo
avrebbe visto tornare indietro al suo fianco, di farlo
rimanere con lei quella notte, sino al mattino dopo,
quando sarebbe partito per una meta cos lontana.
Ai giovani delle generazioni pi tarde probabilmente
sar quasi impossibile capire o rendersi conto dell'orrore
e del disgusto che l'idea, anzi la parola stessa
della seduzione destava nell'animo delle giovani fanciulle
di quell'epoca lontana. Emilie non sarebbe potuta
essere pi atterrita e sconvolta se avesse scoperto
che lui si proponeva di tagliarle la gola.
Egli dovette ripetere la sua proposta prima che lei
capisse, e non appena cap le parve che la terra le si
aprisse sotto i piedi. Per lei fu come se l'unico uomo
tra tutti, quello che lei amava e di cui aveva fiducia,
volesse gettarle addosso l'onta suprema, volesse travolgerla
nel disastro e nella vergogna, le chiedesse di tradire
la memoria di sua madre e tutte le vergini del
mondo. Gli stessi sentimenti che provava per lui la
rendevano sua complice in quel crimine, ed ella si
rese conto che era perduta. Charlie la sent barcollare,
e la prese tra le braccia. Con un soffocato grido
di angoscia lei si sottrasse all'abbraccio, fugg via, e
con tutta la sua forza spinse il pesante cancello di
ferro; glielo sprang in faccia come se fosse la gabbia
di un leone infuriato. Da quale parte del cancello era
il leone? Le forze la abbandonarono; ella si aggrapp
alle sbarre, mentre dall'altra parte della cancellata il
disperato, infelice amante vi si appoggiava contro,
annaspava tra una sbarra e l'altra per afferrare le sue
mani, le sue vesti, e la implorava di aprirgli. Ma lei
indietreggi e fugg in casa, nella sua camera, dove
per non riusc a trovare che la disperazione nel suo
cuore, e un vuoto penoso in tutto il mondo
all'intorno.
Sei mesi dopo Jakob torn a casa dalla Cina, e tra
l'esultanza delle famiglie fu festeggiato il loro fidanzamento.
Un mese pi tardi ella venne a sapere che
Charlie era morto di febbre a St. Thomas. Prima ancora
che avesse compiuto vent'anni Emilie era sposata
e padrona della sua bella casa.
Molte fanciulle di Copenaghen si sposavano allo
stesso modo - par dpit -, e allora, per non perdere il
rispetto di se stesse, negavano quel loro primo amore
e dei pregi dei mariti facevano una vera questione
d'onore, l'unica che per loro esistesse, al punto che
non sapevano pi distinguere tra verit e menzogna,
perdevano il loro equilibrio morale e vagolavano attraverso
la vita senza nessuna presa sulla realt. A
Emilie fu risparmiato questo destino per l'intervento,
chiamiamolo cos, dei vecchi Vandamm, i suoi antenati,
e per l'istinto e i principi del sano commercio
che da loro si era trasmesso nel sangue della loro discendente.
I suoi vecchi, quei saldi e risoluti mercanti,
non avevano mai chiuso gli occhi quando redigevano
i loro bilanci; nei tempi avversi, avevano fermamente
guardato in faccia la bancarotta e la rovina;
erano i leali, inflessibili servi dei fatti. Cos, adesso,
anche Emilie fece l'inventario dei profitti e delle perdite.
Aveva amato Charlie; egli era stato indegno del
suo amore; e lei non doveva mai pi amare nessuno
allo stesso modo. Si era trovata sull'orlo di un abisso,
e soltanto la grazia di Dio aveva impedito che ora
ella fosse una donna perduta, scacciata dalla casa paterna.
Il marito che aveva accettato era una brava persona,
e un capace uomo d'affari; era anche grasso,
infantile, diverso da lei. Dalla vita, ella aveva avuto
una casa che le piaceva e una posizione sicura e armonica
in seno alla sua famiglia e nella societ di
Copenaghen; era molto grata di questi doni, e non li
avrebbe mai messi in pericolo. In quel momento della
sua vita, e con tutta la forza della sua giovane anima,
ella abbracci un credo che le imponeva la pi fanatica
e ferma sincerit. Gli antichi Vandamm avrebbero
potuto applaudirla, o avrebbero potuto giudicare eccessivo
il suo codice; loro avevano accettato di correre
dei rischi, quand'era necessario, e ben sapevano che
nel commercio  pericoloso schivare il pericolo.
Jakob, dal canto suo, era innamorato della moglie
e la apprezzava pi di qualunque gioiello. Anche per
lui, come per gli altri giovanotti che appartenevano alla
borghesia rigorosamente virtuosa di Copenaghen,
la prima esperienza amorosa era stata volgarissima. Ma
egli aveva conservato l'ingenuit del cuore, e l'aspirazione
a una vita limpida e proba, aggrappandosi
a un ideale pi puro di femminilit, rappresentato
soprattutto dalla giovane cugina che doveva sposare,
l'innocente fanciulla bionda che aveva lo stesso sangue
di sua madre ed era stata educata come lei. Aveva
portato quell'immagine con s ad Amburgo e ad Amsterdam,
e la caratteristica della sua indole, che la
moglie definiva infantilismo, l'aveva spinto ad agghindarla
come una bambola o un'immagine sacra;
laggi in Cina essa era divenuta estremamente eterea e
romantica, e lui soleva ripetersi alcune frasi che aveva
sentito dire dalla fanciulla, e a rievocarne la voce
dolce e sommessa. Adesso era felice di trovarsi di
nuovo in Danimarca, sposato e in casa propria, e di
constatare che la moglie era perfetta come l'immagine
che lui ne aveva. Talvolta sentiva un vago desiderio
di trovare in lei un accenno di debolezza, o un saltuario
bisogno di ricorrere alla sua forza, quella forza
che per il momento serviva solo a farlo apparire pi
goffo accanto alla delicata figuretta della moglie. Le
dava tutto ci che voleva, ed era tanto orgoglioso della
sua superiorit che le lasciava tutte le decisioni
che riguardavano la casa e la vita mondana. Solo
nelle opere caritatevoli accadeva che marito e moglie
non fossero d'accordo e che Emilie, giudicandolo
troppo credulone, gli facesse qualche predica. Sei
veramente assurdo, Jakob gli diceva. Tu credi a
tutto ci che ti dice questa gente - non perch non
puoi farne a meno, ma perch in realt desderi con
tutta l'anima di crederci. Tu non desderi credere
a ci che ti dicono? le domandava lui. Non vedo
proprio come si possa desiderare di credere o di non
credere rispondeva lei. Io desidero accertare la
verit. Se una cosa non  vera, soggiungeva a me
poco importa sapere che cos'altro sia.
Jakob si era appena sposato quando, un giorno,
ricevette una lettera da una postulante a cui era stato
rifiutato un favore, una domestica che in precedenza
aveva servito in casa del suocero, la quale lo informava
che mentre lui era in Cina sua moglie aveva avuto
una relazione con Charlie Dreyer. Lui sapeva che questa
era una menzogna, quindi strapp la lettera e non
ci pens pi.
Non avevano figli. Questa per Emilie era una grave
afflizione; sentiva che stava mancando ai propri doveri.
Dopo cinque anni di matrimonio, Jakob, assillato
dalle continue sollecitazioni della madre, e col chiodo
fisso dell'avvenire dell'azienda, sugger alla moglie che
avrebbero dovuto adottare un bambino per garantirne
il futuro. Emilie, sdegnata, respinse con veemenza
quell'idea; ai suoi occhi aveva tutta l'aria di una commedia,
e le ripugnava gravare l'azienda di suo padre
di un erede per finta. Jakob le fece una dissertazione
sugli Antonini, ma con scarsi risultati.
Quando per, sei mesi dopo, lui torn sull'argomento,
con sua grande sorpresa ella scopr che non le
riusciva pi tanto ostico. Senza saperlo, forse lo aveva
accolto nella propria mente ed aveva lasciato che vi
mettesse radici, perch ormai le appariva familiare.
Ascolt il marito, lo guard, ed ebbe un empito di
affetto per lui. Se  questo che desidera da tanto
tempo, pens non devo oppormi. Ma in cuor
suo, in modo chiarissimo e freddo, e sgomenta della
propria freddezza, sapeva la ragione vera di tanta indulgenza :
la consapevolezza profonda che non appena
avessero adottato un bambino lei non avrebbe pi
avuto l'obbligo di dare un erede all'azienda, un nipote
al padre, un figlio al marito.
Furono proprio le loro piccole divergenze a proposito
dei poveri meritevoli e immeritevoli a invischiare
la giovane coppia di Bredgade negli eventi narrati
in questo racconto. D'estate essi vivevano nella
villa del padre di Emilie sullo Strandvej, e Jakob andava
e veniva dalla citt in calessino. Un giorno decise
di approfittare dell'assenza di sua moglie per far
visita ad un mendicante indubbiamente indegno, un
vecchio capitano di lungo corso che un tempo aveva
prestato servizio su una delle sue navi. Si addentr nei
meandri della citt vecchia, dove era difficile passare
in carrozza, e dove comunque essa costituiva uno spettacolo
cos eccezionale che la gente si riversava fuori
dalle sue tane per ammirarla. Nell'angusto vicolo di
Adelgade un ubriaco agit le braccia davanti al cavallo
che, spaventato, fece uno scarto e scaravent
a terra un bambino che spingeva una pesante carriola
carica di bucato. La carriola e il bucato finirono miseramente
nel rigagnolo. Subito si raccolse sul posto
una piccola folla, che per non espresse n sdegno n
partecipazione. Jakob ordin al cocchiere di mettere
il bambino sul sedile. Il piccolo era sporco di fango
e di sangue, ma non era ferito gravemente, e nemmeno
spaventato. Aveva l'aria di prendere quell'incidente
come un'avventura, o come se fosse capitato a
un altro. Perch non ti sei scostato, sciocchino? gli
domand Jakob. Volevo vedere il cavallo rispose
il bambino, e soggiunse: Ora lo vedo benissimo, da
qui.
Da uno degli astanti, che pag perch riportasse la
carriola a casa, si fece dire dove abitava il bambino e lo
riaccompagn lui stesso. Lo squallore della casa di Madame
Mahler, e la stessa ottusa, cieca insensibilit della
donna lo colpirono sgradevolmente; eppure non
era certo la prima volta che entrava in una casa di
povera gente. Ma qui egli rimase colpito da una strana
incongruit tra quel cortile ed il bambino che ci
viveva. Era come se Madame Mahler, senza saperlo,
ospitasse, e bistrattasse, un piccolo, mansueto animale
selvatico, o un elfo. Nel tornare alla villa, Jakob pens
che il bambino gli aveva ricordato sua moglie; aveva
un modo di fare riservato, disinteressato, si poteva
dire, dietro il quale si indovinavano una forza e una
resistenza incorruttibili e a tutta prova.
Quella sera Jakob non parl dell'episodio, ma successivamente
torn in casa di Madame Mahler per informarsi
del bambino, e dopo qualche tempo raccont
l'avventura alla moglie, e un po' timidamente,
quasi per scherzo, le sugger che avrebbero dovuto prendere
con loro quel bambino abbandonato e cos
grazioso.
E quasi per scherzo lei accett quell'idea. Era meglio
cos, pens, piuttosto che adottare un bambino di
cui conosceva i genitori. Da quel giorno, talvolta era
proprio lei a soffermarsi su quell'argomento quando
non riusciva a trovare nient'altro su cui intrattenere
il marito. Consultarono l'avvocato di famiglia, e incaricarono
il loro vecchio medico di visitare il bambino.
Jakob fu sorpreso e grato dell'arrendevolezza di
sua moglie. Ella lo ascoltava con gentile interesse
quando le esponeva i suoi progetti, e talvolta arrivava
persino ad esprimere le proprie idee sull'educazione.
Negli ultimi tempi Jakob aveva trovato l'atmosfera
familiare sin troppo perfetta, e si era concesso
un'avventura in citt. Ora si accorse di averne abbastanza
e la tronc. Fece ad Emilie dei regali, e accett
che lei dettasse le proprie condizioni per adottare il
piccolo. E Emilie gli disse che avrebbe potuto portare
il bambino in casa il primo di ottobre, al loro ritorno
in citt dalla campagna, ma che lei si sarebbe riservata
la decisione definitiva sino ad aprile, dopo sei
mesi che il bambino viveva con loro. Se per quella
data non lo avesse ritenuto idoneo ai loro progetti,
lo avrebbe affidato a qualche onesta e caritatevole famiglia
alle dipendenze della ditta. E sino ad aprile
loro per il bambino sarebbero stati soltanto lo zio e
la zia Vandamm.
Alla famiglia non parlarono del progetto, e questa
circostanza accrebbe il nuovo sentimento di cameratismo
che si era stabilito tra loro. Come sarebbe
stato diverso, si disse Emilie, se lei avesse aspettato
un bambino nel modo ortodosso delle donne. C'era
davvero qualcosa di pulito e di decoroso nel sistemare
le cose di natura a proprio criterio. E anche mormor
a se stessa, lasciando scorrere lo sguardo sullo
specchio nel conservare la linea.
Allorch poi venne il momento di prendere contatto
con Madame Mahler, tutto si concluse facilmente.
Lei non era davvero tipo da contrastare i voleri dei
superiori; e, sia pur vagamente, stava gi prendendo
in considerazione i suoi futuri rapporti con una famiglia,
che doveva di certo mettere insieme un bel
po' di biancheria da lavare. Soltanto la prontezza con
cui Jakob le restitu le somme spese in passato per
il bambino le lasciarono in cuore l'eterno rimpianto
di non aver chiesto di pi.
All'ultimo momento Emilie fece un altro patto. A
prendere il bambino sarebbe andata lei sola. Era importante
che il rapporto tra il piccolo e lei si stabilisse
opportunamente sin dal principio, e in quella
occasione non si fidava del senso dell'opportunit di
Jakob. Cos, quando tutto fu pronto per accogliere
il bambino nella casa di Bredgade, soltanto Emilie si
rec in carrozza ad Adelgade per prenderne possesso,
con la coscienza a posto nei confronti dell'azienda e
del marito, ma gi un po' stanca di tutta la faccenda.
Nella strada, nei pressi della casa di Madame Mahler,
una folla di bambini scarmigliati stava chiaramente
aspettando l'arrivo della carrozza. Fissarono Emilie,
ma distolsero subito gli occhi non appena lei
li guard a sua volta. Mentre sollevava la sua ampia
gonna di seta e passava in mezzo a quella marmaglia
per attraversare il cortile, fu presa dallo scoramento.
Il suo bambino era come loro? Anche lei, come Jakob,
era stata molte volte nelle case della povera gente.
Era uno spettacolo triste, ma non poteva essere
altrimenti. I poveri li abbiamo sempre con noi. Ma
quel giorno, poich un bimbo di quell'ambiente doveva
entrare nella sua casa, per la prima volta lei si
sent personalmente coinvolta nel bisogno e nella miseria
del mondo. Fu sopraffatta da un nuovo e profondo
senso di disgusto e di orrore, e un istante dopo
da una nuova, pi profonda piet. Combattuta tra
questi due stati d'animo entr nella stanza di Madame
Mahler.
Madame Mahler aveva lavato il piccolo Jens e gli
aveva lisciato i capelli con l'acqua. Un paio di giorni
prima gli aveva anche frettolosamente detto come stavano
le cose, informandolo della sua ascesa nella scala
sociale. Ma poich era una donna priva di immaginazione,
e per giunta persuasa che il bambino fosse
mezzo ebete, non si era davvero presa la briga di spiegargli
bene la faccenda. Il bambino aveva accolto
la notizia in silenzio; domand soltanto come avessero
fatto suo padre e sua madre a trovarlo. Oh,
all'odore gli disse Madame Mahler.
Jens aveva comunicato quella novit agli altri bambini
della casa. L'indomani, li inform, il suo pap
e la sua mamma, in tutta la loro magnificenza, sarebbero
venuti a prenderlo per portarlo via con loro.
E lo fece meditare il fatto che quell'evento suscitasse
tanta emozione in quello stesso mondo del cortile
che aveva accolto con indifferenza le sue fantasticherie
in proposito. Per lui, quella realt e le sue fantasticherie
erano la stessa cosa.
Era salito in piedi sulla seggiolina di Mamzell Ane
per guardare fuori della finestra ed assistere all'arrivo
della madre. Era ancora in piedi lass quando entr
Emilie, e inutilmente Madame Mahler fece un gesto
perch scendesse. La prima cosa che Emilie not
del bambino fu che non stornava lo sguardo dal suo,
ma la fissava dritto negli occhi. Non appena la vide,
un'espressione luminosa ed estatica gli si diffuse sul
volto. Per un momento i due si guardarono.
Il bambino aveva l'aria di aspettare che lei gli rivolgesse
la parola, ma poich Emilie rimaneva in silenzio,
indecisa, parl lui. Mamma, disse sono
contento che tu mi abbia trovato. Ti aspettavo da
tanto tempo!.
Emilie diede un'occhiata a Madame Mahler. Quella
scena era stata forse predisposta per commuoverla?
Ma il viso ottuso e inespressivo della vecchia la convinse
che non era cos, e lei torn a guardare il
bambino.
Madame Mahler era una donna grande e grossa.
La stessa Emilie, in crinolina e con un ampio mantello,
occupava un bel po' di spazio. Il bambino era di
gran lunga la figura pi piccola nella stanza, ma in
quel momento la dominava, come se ne avesse preso
il comando. Si teneva ben diritto, con la stessa espressione
radiosa: Ora sto per tornare a casa con
te disse.
Vagamente, con stupore, Emilie si rese conto che
per il bambino l'importanza di quel momento non
consisteva nella fortuna che era toccata a lui, ma nella
tremenda felicit e nell'appagamento che egli le
concedeva. E una strana idea, che non avrebbe nemmeno
saputo spiegare a se stessa, le attravers la mente.
Nella vita, pens questo bambino  solo come
me. Gli si avvicin con aria grave e gli disse
qualche parola gentile. Il bimbo protese la mano e
le tocc delicatamente i lunghi, serici capelli inanellati
che le ricadevano sul collo. Ti ho riconosciuta
subito le disse con orgoglio. Tu sei la mia mamma
che mi vizia. Ti riconoscerei tra tutte le signore,
da questi tuoi bei capelli lunghi. Fece scorrere dolcemente
le dita lungo la spalla e il braccio di Emilie,
e tast la sua mano guantata. Oggi hai tre anelli
disse. S disse Emilie con la sua voce sommessa.
Un rapido, trionfante sorriso gli illumin il volto. E
adesso mi baci, mamma disse, e divenne pallidissimo.
Emilie ignorava che tutta quell'emozione nasceva
dal fatto che non era mai stato baciato. Obbediente,
stupita di se stessa, si chin e gli diede un bacio.
L'addio di Jens a Madame Mahler fu a tutta prima
un po' cerimonioso, per due persone che si conoscevano
da tanto tempo. Perch lei gi lo vedeva
come una creatura nuova, il figlio di gente ricca, e gli
strinse la mano controvoglia, con espressione fredda.
Ma Emilie disse al bambino che prima di andar via
doveva ringraziare Madame Mahler che si era presa
cura di lui fino a quel momento, e lui lo fece di buon
grado e con molta disinvoltura. E anche stavolta,
come gi era accaduto alla vista del denaro al loro primo
incontro, le gote vizze e pelose della vecchia si fecero
di fiamma come quelle di una giovanetta. Era
stata ringraziata cos di rado, nella sua vita! Appena
giunto in strada lui si ferm di colpo. Guarda i miei
cavalli belli grassi! esclam. Emilie sal in carrozza,
sconcertata. Chi mai, dalla casa di Madame Mahler,
si stava portando a casa sua?
E una volta arrivata, mentre accompagnava il bambino
su per le scale e di stanza in stanza, il suo stupore
crebbe. Raramente le era accaduto di sentirsi cos
insicura. Nel bambino, dovunque lo portasse, c'era
sempre l'estasi del riconoscimento. Talvolta arrivava
persino a nominare ed a cercare cose di cui lei aveva
un vago ricordo dalla propria infanzia, o altre di cui
non aveva mai sentito parlare. La cagnetta che aveva
portata con s dalla vecchia casa abbai contro il piccolo.
Lei la prese in braccio, nel timore che lo mordesse.
Ma no, mamma, grid lui non mi morde
mica, mi conosce bene. Poche ore prima - si, pens,
fino al momento in cui, nella stanza di Madame
Mahler, aveva baciato il bimbo - lo avrebbe sgridato:
Vergogna, questa  una bugia!. Ora non disse
niente, e un attimo dopo il bambino si guard intorno
e le domand: Il pappagallo  morto?.
No, rispose lei stupefatta non  morto;  nell'altra
stanza.
Si rese conto che star sola col bambino la spaventava,
ma che la spaventava anche la presenza di una
terza persona. Allontan la bambinaia. Ormai era
l'ora del ritorno di Jakob, e lei, con una sorta di trepidazione,
tendeva l'orecchio per sentire i suoi passi
sulle scale. Chi stai aspettando? le domand Jens.
Per un istante lei non seppe con quale epiteto chiamare
Jakob. Poi, imbarazzata, rispose: Mio marito.
Quando entr nella stanza, Jakob trov la madre ed il
piccolo intenti a guardare insieme un libro illustrato.
Il bambino lo fiss: Dunque sei tu il mio pap!
proruppe. L'avevo immaginato sin dal primo momento.
Ma non potevo esserne proprio sicuro, no?
Allora non mi hai trovato all'odore. Mi sa che  stato
il cavallo a ricordarsi di me. Jakob guard la moglie;
lei teneva gli occhi sul libro. Ma da un bambino
lui non si aspettava certo discorsi logici, e ben presto
si misero a giocare insieme e Jens ruzzolava in giro
per la stanza. Nel bel mezzo di un gioco, il piccolo
punt le mani contro il petto di Jakob. Non ti sei
messo la tua decorazione disse. Dopo un istante Emilie
usc dalla stanza. Pens: Ho accettato di esaudire
il desiderio di mio marito, ma a quanto sembra
dovr portarne il peso da sola.
Jens prese possesso del palazzo di Bredgade, e lo
sottomise completamente, non certo con la forza o con
la potenza, ma nella veste di quel personaggio affascinante
ed irresistibile, forse il pi affascinante ed irresistibile
che esista al mondo: il sognatore i cui sogni
si avverano. La vecchia casa si innamor un poco di
lui. Tale  sempre il destino dei sognatori, quando
hanno a che fare con persone appena un po' sensibili
alla magia dei sogni. Il pi rinomato tra loro, il figlio
di Rachele, sub molte avversit e fu persino gettato
in prigione per questo. Tranne che nelle proporzioni,
Jens non somigliava affatto ai ritratti classici di
Cupido; eppure era evidente che l'armatore e sua
moglie, senza saperlo, si erano presi in casa un amorino.
Lui aveva le ali ed era alleato con le dolci e spietate
forze della natura, e il rapporto con ogni membro
della famiglia diventava una specie di aerea storia
d'amore. Proprio per la forza di quel magnetismo
Jakob aveva scelto il bambino come erede dell'azienda
sin dal loro primo incontro, ed Emilie aveva paura
di star sola con lui. Nemmeno il vecchio magnate e
i servitori della casa sfuggirono al loro destino - proprio
come a suo tempo non gli era sfuggito Putifarre,
capitano della guardia in Egitto. Prima ancora di sapere
dove fossero, avevano posto nelle sue mani tutto
quello che possedevano.
Una delle conseguenze di questa particolare malia
fu che tutti erano spinti a vedersi con gli occhi del
sognatore e costretti a vivere uniformandosi a un ideale,
e che per questa loro pi alta esistenza dipendevano
a poco a poco da lui. La casa sub una grande trasformazione,
nel periodo che Jens vi trascorse, ed era
diversa da tutte le altre case della citt. Divenne una
specie di Olimpo, la dimora degli di.
Il bambino, con la stessa ridente arroganza, era
orgoglioso tanto del vecchio armatore, che dominava
le acque dell'universo, quanto della incrollabile,
protettiva bont di Jakob e della serica raffinatezza di
Emilie. La vecchia governante, che prima si era lamentata
spesso della propria sorte, ora si era tramutata
in una onnipotente e benevola guardiana dell'umano
benessere, una Cerere in cuffia e grembiule. E per
lo stesso arco di tempo il cocchiere, un personaggio
monumentale, si innalz fino al cielo al di sopra della
folla, e sommando nella propria persona il vigore dei
due cavalli bai, trottava maestoso per Bredgade su
otto zoccoli ferrati e strepitanti. Soltanto dopo che
Jens era andato a letto, quando, immobile e zitto, col
viso affondato nel cuscino, stava esplorando nuovi pascoli
di sogno, soltanto allora la casa riprendeva l'aspetto
di una solida, razionale dimora di Copenaghen.
Jens, lui, era ignaro del suo potere. Poich la sua
nuova famiglia non lo rimproverava mai e non trovava
mai niente da ridire su di lui, non gli era nemmeno
passato per la mente che lo osservassero. Non
aveva preferenze per l'uno o per l'altro; tutti erano
personaggi del quadro che lui si faceva delle cose, e
l dovevano incastonarsi al proprio posto. Osservava
piuttosto, con acuta perspicacia, i rapporti che c'erano
tra loro. Un particolare e ricorrente fenomeno
della sua vita quotidiana non cessava mai di divertirlo
e di renderlo contento: che Jakob, cos grande e grosso,
fosse tanto riguardoso e sottomesso nei confronti
della sua esile moglie. Nel mondo che aveva conosciuto
sino allora, la corpulenza era tenuta in grande
considerazione. Quando, in sguito, Emilie ripensava
a quel periodo, le pareva che a volte il bambino
stesso avesse creato l'occasione per il manifestarsi di
quell'atteggiamento, per battere poi le mani felice e
trionfante, se cos si pu dire, come se quel piacevole
stato di cose fosse dovuto alla sua personale abilit. Ma
in altri casi gli mancava completamente il senso delle
proporzioni. Nel suo salottino Emilie aveva un acquario
con dei pesci rossi, davanti al quale Jens passava
ore ed ore muto come i pesci, e dalle sue osservazioni
lei cap che gli sembravano enormi - una preda
eccezionale, se si fosse riusciti a prenderli, e perfino
pericolosi per la cagnetta, se per disgrazia fosse caduta
nella vasca. E il bambino preg Emilie di lasciare
aperte le tende di quella finestra, di notte, perch
i pesci, quando le persone dormivano, potessero guardare
la luna.
Per Jakob, nei rapporti col bambino, ci fu un momento
di amore infelice, o per lo meno di ironia della
sorte, e non era nemmeno la prima volta che gli toccava
di subire quella malinconica esperienza. Sin da
quando era bambino lui stesso, aveva sempre desiderato
di proteggere le creature pi deboli di lui, e di
dare man forte e rendere giustizia a tutti gli esseri
fragili e indifesi che lo circondavano. Erano proprio
la fragilit e la debolezza in s e per s a ispirargli
un empito di affetto e un'ammirazione che rasentava
l'idolatria. Ma nella sua indole c'era una certa incoerenza,
quale spesso si incontra nei rampolli delle famiglie
di antico ceppo e molto ricche, i quali hanno
ottenuto troppo facilmente tutto quel che volevano, e
finiscono col desiderare l'impossibile. Amava infatti
anche il coraggio; il valore lo incantava dovunque ne
vedesse un esempio, e le persone piagnucolose che si
aggrappavano agli altri, specie se erano donne, gli davano
un lieve senso di disgusto e di ripugnanza.
Poteva sognare di difendere e di guidare sua moglie, ma
al tempo stesso il sorriso freddo e tollerante con cui
ella accoglieva ogni tentativo del genere da parte sua
era uno dei tratti pi ammalianti che trovava in lei.
Sicch egli si trovava in certo qual modo nella triste
e paradossale situazione del giovane innamorato che
adora appassionatamente la verginit. Ora impar che
proteggere Jens era ugualmente impossibile. Non gi
che il bambino rifiutasse la sua protezione o ne sorridesse,
come faceva Emilie; ne sembrava perfino grato,
ma la accettava come se fosse parte di un gioco o
di uno scherzo. Talch, quando erano a passeggio
insieme e Jakob, temendo che lui fosse stanco, se lo
metteva a cavalcioni sulle spalle, Jens pensava che l'omaccione
volesse giocare a fingersi cavallo o elefante,
proprio come lui voleva giocare a fingersi soldato
di cavalleria o mahout.
Emilie rifletteva con tristezza che in casa era lei
L'unica persona a non amare il bimbo. Con lui si sentiva
insicura, anche quando era incondizionatamente
accettata come la madre bellissima e perfetta, e se appena
appena ricordava che soltanto poco tempo prima
aveva progettato di allevare il piccolo a sua immagine
e somiglianza e aveva preso perfino qualche
appunto sull'educazione, si vedeva come un personaggio
comico. Per risarcirlo di quella mancanza di affetto,
portava Jens con s quando faceva due passi o
usciva in carrozza, ai giardini e allo zoo, gli spazzolava
i folti capelli e lo agghindava come una bambola.
Stavano sempre insieme. Talvolta la divertiva la gioia
strana, dignitosa e piena di grazia con cui il bimbo
accoglieva tutto ci che lei gli mostrava, e poi, l'istante
dopo, come gi era accaduto nella stanza di
Madame Mahler, si rendeva conto che per quanto
generosa potesse essere nei suoi riguardi, il donatore
sarebbe sempre stato lui. Le cognate e le giovani amiche
sposate, distinte signore con prole, si stupivano
nel vederla cos presa da quel trovatello - e poi, quando
meno se lo aspettavano, accadeva che una freccia
squisita centrasse in pieno anche il loro serico petto,
e allora cominciavano a parlare tra loro del delizioso
fanciullo di Emilie, con un tono di tenera canzonatura
come se stessero parlando di Cupido. Le chiedevano
che lo portasse a giocare coi loro bambini. Ma
Emilie declinava quegli inviti, ripetendo a se stessa
che prima doveva essere ben sicura che lui sapesse
comportarsi bene. A Capodanno, pensava, avrebbe dato
lei stessa un ricevimento di bambini.
Jens era andato a stare dai Vandamm in ottobre,
quando gli alberi nei parchi erano dorati e purpurei.
Poi il brivido di gelo nell'aria spinse tutti a chiudersi
in casa, e si cominci a pensare al Natale. Si sarebbe
detto che Jens sapesse tutto sull'albero di Natale,
sull'oca con le mele arrostite e sulla solenne e gioiosa
consuetudine di andare in chiesa la mattina di Natale.
Ma gli succedeva di confondere queste feste con altre
della stessa epoca, e allora se ne usciva a dire che tra
poco tutti si sarebbero mascherati, come fanno i bambini
a carnevale. Era come se, visti dal centro di quel
suo mondo giocoso e felice, i vari elementi che lo
costituivano apparissero molto meno chiari che visti
di lontano.
E via via che le giornate si accorciavano e la neve
copriva le strade di Copenaghen, nel bimbo ci fu un
cambiamento. Non era avvilito, ma stranamente raccolto
e compatto, come se stesse spostando il centro
di gravit del proprio essere, e ripiegasse le ali. Rimaneva
a lungo accanto alla finestra, cos immerso nei
propri pensieri che non sempre udiva quando lo chiamavano,
colmo di una conoscenza che quel mondo non
poteva condividere.
Perch in quei primi mesi d'inverno fu chiaro che
egli non era proprio il tipo di creatura a cui ci che
il mondo chiama fortuna pu dare una perenne tranquillit.
L'essenza della sua natura era il desiderio. Le
tiepide stanze dai tendaggi di seta, i dolciumi, i giocattoli
e i vestiti nuovi, la bont e la sollecitudine del
suo pap e della sua mamma erano tutte cose importantissime,
perch dimostravano che le sue visioni
erano vere; avevano un immenso valore in quanto davano
corpo ai suoi sogni. Ma in s e per s non significavano
quasi nulla per lui, e non avevano alcun
potere di trattenerlo. Lui non era n un gaudente n
un lottatore. Era un Poeta.
Emilie cercava di farsi dire da lui che cosa avesse
nella mente, ma non otteneva nulla. Poi, un giorno,
Jens si confid spontaneamente.
Sai, mamma, le disse in casa mia le scale erano
cos buie e piene di buchi che per salirle bisognava
andare a tentoni, e anzi era meglio addiritura camminare
a quattro gambe. C'era una finestra rotta dal
vento, e sotto, sul pianerottolo, c'era sempre un mucchio
di neve alto quanto me. Ma quella non 
casa tua, Jens disse Emilie. Casa tua  questa.
Il bambino si guard intorno. S, disse questa  la
mia casa bella. Ma ho un'altra casa che  tutta buia
e sudicia. Tu la conosci, ci sei stata. Quando c'era il
bucato steso, bisognava camminare a zigzag in quella
grande soffitta, altrimenti quei lenzuoli enormi,
fradici e freddi ti acchiappavano proprio come se fossero
vivi. Non tornerai pi in quella casa disse lei.
Il bambino la guard a lungo, con aria grave, e dopo
un istante disse: No.
Ma ci tornava. Lei poteva, manifestandogli l'orrore
ed il disgusto che quella casa le ispirava, impedirgli
di parlarne, come i bambini di laggi, con la loro indifferenza,
non lo avevano fatto parlare della sua casa
felice. Ma quando lo trovava muto e pensieroso accanto
alla finestra, o fra i suoi giocattoli, lei sapeva che
la sua mente era tornata l. E ogni tanto, dopo che
avevano giocato insieme e la loro intimit sembrava
particolarmente sicura, lui riprendeva il discorso.
Nella stessa strada di casa mia, le disse una sera
mentre stavano seduti l'uno accanto all'altra sul divano
davanti al camino c'era una vecchia pensione,
dove quelli che avevano un sacco di soldi potevano
dormire nei letti, mentre gli altri dovevano dormire
in piedi, con una corda sotto le braccia. Una notte
scoppi un incendio e bruci tutto. Allora quelli che
stavano a letto riuscirono appena ad infilarsi i calzoni,
ma quelli che dormivano in piedi, pensa, furono loro i
fortunati; uscirono subito. C' stato un uomo che ci ha
fatto sopra una canzone, sai?.
Ci sono dei giovani alberelli che quando vengono
piantati hanno radici esili e contorte, e non riusciranno
mai ad attecchire. Possono buttar fuori una profusione
di foglie e di gemme, ma sono destinati a morir
presto. Cos era per Jens. Aveva proteso i suoi piccoli
rami verso l'alto e sui lati, si era ottimamente
nutrito del piatto del camaleonte, mangiando l'aria
infarcita di promesse, e intanto aveva dimenticato di
mettere le radici. E adesso era giunto il momento in
cui, per legge di natura, la vivida, rigogliosa messe di
fiori doveva inevitabilmente appassire, disseccarsi e
andar perduta. Se la sua immaginazione avesse trovato
nuovi pascoli, pu anche darsi che per un poco egli
ne avrebbe tratto nutrimento, tardando cos la propria
fine. Due o tre volte, per divertirlo, Jakob gli aveva
parlato della Cina. Quel mondo strano e remoto aveva
affascinato la mente del bambino. Egli si soffermava
a contemplare con immensa eccitazione le figure
dei cinesi col codino, dei draghi e dei pescatori coi
pellicani, e fantasticava sui bizzarri nomi di Hongkong
e di Yangtzekiang. Ma gli adulti non capirono
l'importanza della sua nuova avventura fantasiosa e
cos, per mancanza di sostentamento, il nuovo, fragile
ramo fin col languire.
Poco tempo dopo il ricevimento per i bambini, al
principio dell'anno nuovo, il piccolo cominci a impallidire
e a reclinare il capo. Il vecchio medico venne
a visitarlo e gli somministr delle medicine del
tutto inutili. Era un sereno, incessante declino: la
pianta stava morendo.
Quando Jens fu messo a letto e stava, per cos dire,
legittimamente abbandonando la presa sul mondo della
realt, la sua fantasia prese l'abbrivo e se lo trascin
dietro, come la velatura di una piccola barca dalla
quale si getti in mare la zavorra. Adesso, intorno a
lui, c'era sempre qualcuno che ascoltava con aria
grave ci che diceva, senza interromperlo n contraddirlo.
Questo felice stato di cose lo mandava in estasi.
Per il sognatore, quel letto di malato divent un
trono.
Emilie stava tutto il tempo seduta al suo capezzale,
tormentata da un senso di impotenza che talvolta, di
notte, la spingeva a torcersi le mani. Per tutta la vita
si era sforzata di distinguere il bene dal male, il giusto
dall'ingiusto, la felicit dall'infelicit. E adesso,
rifletteva con sgomento, era nelle mani di un essere,
molto pi piccolo e pi debole di lei, che tra queste
cose non faceva alcuna differenza, che accoglieva la
luce e la tenebra, il piacere ed il dolore con lo stesso
spirito di coraggiosa, gaia approvazione ed amicizia.
Questo fatto, si diceva Emilie, escludeva la possibilit
che al capezzale del suo bimbo ammalato ci fosse bisogno
del suo conforto e della sua consolazione;
spesso pareva che esso abolisse addirittura la sua esistenza.
Nella confraternita dei poeti, Jens era un umorista,
un favolatore comico. In ogni singolo fenomeno della
vita, ad attirarlo e ispirarlo era il momento stravagante
e farsesco. Alla giovane donna seria e pallida quelle
fantasie parevano un sacrilegio, in una stanza di
morte; ma dopo tutto quella era la stanza di Jens.
Oh, c'erano tanti topi, mamma, diceva il bimbo
tanti topi. Tutta la casa ne era piena. Andavi a
prendere un pezzetto di lardo sulla mensola e paff! un
topo ti saltava addosso. Di notte mi zampettavano sulla
faccia. Metti il viso vicino al mio e ti faccio sentire
che effetto faceva. Qui non ci sono topi, tesoro
diceva Emilie. No, neanche uno riconosceva lui.
Quando non star pi male andr laggi a prendertene
uno. Ai topi piacciono le persone, pi di quanto
alle persone piacciano i topi. Perch loro pensano che
siamo buoni, saporiti da mangiare. C'era un vecchio
attore che viveva nel solaio. Da giovane recitava, e
aveva viaggiato molto. Adesso dava dei soldi alle ragazzine
perch lo baciassero, ma loro non volevano baciarlo,
dicevano che non gli piaceva il suo naso. Era
un naso strano, sai - tutto schiacciato all'ingi. E
quando loro gli dicevano di no, lui piangeva e si torceva
le mani. Ma si ammal e mor, e nessuno se ne
accorse. Per quando finalmente entrarono in casa
sua, pensa, mamma - i topi gli avevano mangiato il
naso! nient'altro, solo il naso! La gente invece non
mangia i topi nemmeno se ha proprio fame. Gi in
cantina c'era un ragazzo grasso che catturava i topi
in tanti modi strani, e poi li cucinava. Ma la vecchia
Madame Mahler diceva che lei lo disprezzava per questo,
e i bambini lo chiamavano Mastica-topi.
Poi tornava a parlare della casa di Emilie. Mio
nonno diceva ha i calli, i peggiori calli di Copenaghen.
Quando gli fanno proprio male lui geme e sospira.
Dice: "Ci saranno molte burrasche nel mare
della Cina.  una maledetta faccenda; le mie navi affonderanno".
Cos, vedi, io penso che i marinai diranno:
"C' una burrasca in questo mare;  una maledetta
faccenda; la nostra nave sta affondando". Ora
 tempo che il nonno, a Bredgade, vada a farsi togliere
i calli.
Soltanto negli ultimi giorni della sua vita Jens
parl di Mamzell Ane. Essa era stata, per cos dire,
la sua Musa, l'unica persona che conoscesse l'uno e
l'altro dei suoi mondi. Mentre la rievocava, il suo modo
di esprimersi cambi; si mise a declamare in tono
maestoso, solenne, come se parlasse di una forza elementare,
nota inevitabilmente a tutti. Se Emilie avesse
prestato attenzione a quelle fantasie, forse molte
cose le si sarebbero chiarite. Ma ella disse: No, non
la conosco, Jens. Oh, mamma, ma lei ti conosce
bene!. E soggiunse: Ha cucito lei il tuo abito da
sposa, tutto di raso bianco.  stato un lavoro lungo -
con tutte quelle guarnizioni! E il mio pap continu
il bambino, e rideva  venuto nella tua stanza, e sai
che cos'ha detto? Ha detto: "La mia rosa bianca".
Tutt'a un tratto si ricord delle forbici che Mamzell
Ane gli aveva lasciate, e le voleva, e quella fu l'unica
volta che Emilie lo vide impaziente ed irritato.
Per la prima volta in tre settimane ella usc e and
personalmente in casa di Madame Mahler per informarsi
di quelle forbici. Lungo la strada la potente,
enigmatica figura di Mamzell Ane prese ai suoi occhi
l'aspetto di una Parca, di Atropo stessa, con le
forbici in mano, pronta a recidere il filo della vita. Ma
nel frattempo Madame Mahler aveva venduto le forbici
a un sarto che conosceva, e neg recisamente
l'esistenza tanto delle forbici quanto di Mamzell Ane.
L'ultimo mattino di vita del bimbo, Emilie pos
sul letto la sua cagnetta, che gli era stata fedele compagna
di giochi. Allora quel piccolo muso nero e quel
corpicino tutto rattrappito parvero ricordargli il volto
della sua amica.  lei! grid.
La suocera di Emilie e persino il vecchio armatore
erano venuti tutti i giorni a vedere il malato. Tutta la
famiglia Vandamm si raccolse in lacrime intorno al
letto quando, alla fine, come un piccolo ruscello che
si getti nell'oceano, Jens si abbandon alla sconfinata,
definitiva unicit del sogno, e se ne lasci
sommergere.
Mor alla fine di marzo, con qualche giorno di anticipo
su quello che Emilie aveva fissato per decidere
se egli fosse degno di entrare nella famiglia Vandamm.
Il suo vecchio padre stabil all'improvviso che doveva
essere sepolto nella tomba di famiglia - irregolarmente,
perch non era stato ancora adottato in modo legale.
Cos il bambino fu deposto dietro una pesante
cancellata di ferro battuto, nella pi bella tomba
che un Plejelt avesse mai avuta.
Nei giorni successivi la casa di Bredgade parve come
rattrappirsi, e i suoi abitanti con essa. Erano tutti
un po' storditi, come dopo una caduta, e presi da un
triste senso di sfiducia. Nelle prime settimane dopo il
funerale di Jens, la vita parve a tutti loro stranamente
insulsa, una fatica dolorosa, priva di significato. I
Vandamm non erano abituati ad essere infelici, e non
erano preparati al senso di perdita in cui la morte del
piccolo li aveva lasciati. Jakob aveva l'impressione
di aver abbandonato un amico che in fondo si era
affidato con animo gioioso alla sua forza. Ora di quella
forza nessuno sapeva che farsene, e lui si vedeva come
uno scherzo di natura, il fantoccio impagliato di
un colosso. Ma nonostante tutto questo, dopo un poco
ci fu anche, nei sopravvissuti - come sempre alla
morte di un idealista -, un vago senso di sollievo.
Di tutti i Vandamm, soltanto Emilie mantenne la
sua statura, per cos dire, e il suo senso delle proporzioni.
Si pu dire perfino che quando la casa rovin
dal suo mondo nelle nuvole, fu lei a puntellarla e
a sostenerla. Prendere il lutto per un bambino che
non era suo le era parsa un'ostentazione, e pur rinunciando
ai balli e ai ricevimenti della stagione mondana
di Copenaghen, continuava tranquillamente a
dedicarsi come sempre ai suoi compiti domestici. Il
padre e la suocera, intristiti e sperduti nella vita di
tutti i giorni, si appoggiavano a lei per averne sostegno,
e poich in casa era la pi giovane, e sotto certi
aspetti pareva loro simile al bambino che se n'era
andato, riversavano su di lei la tenerezza e la sollecitudine
che prima avevano dedicate al piccolo, e che
adesso rimpiangevano di non avergli date con pi
larghezza. La vedevano cos pallida, dopo le lunghe
veglie al capezzale del malato, che confabulavano tra
loro e con Jakob alla ricerca di qualche svago che la
distraesse.
Ma dopo qualche tempo Jakob rimase colpito, e
spaventato, dal suo silenzio. A tutta prima si sarebbe
detto che ella non ritenesse necessario parlare, tranne
che per impartire qualche ordine in casa; e dopo fu
come se avesse dimenticato o perduto la facolt di
esprimersi. I timidi tentativi che lui fece per incoraggiarla
parvero sorprenderla e sconcertarla a tal punto
che gli manc il coraggio di insistere.
Un paio di mesi dopo la morte di Jens, Jakob condusse
la moglie a fare una passeggiata in carrozza
sulla strada che da Copenaghen porta ad Elsinore, lungo
il Sund. Era una bella giornata di maggio, mite e
limpida. Quando arrivarono a Charlottenlund lui le
propose di attraversare il bosco a piedi, mentre la
carrozza sarebbe andata ad aspettarli dall'altra parte.
Cos scesero davanti al cancello del parco, e per un
momento seguirono con lo sguardo la carrozza che si
allontanava lungo la strada.
Entrarono nel bosco, in un mondo verde. I faggi
erano germogliati gi da tre settimane, e la prima
trasparenza diafana e misteriosa degli inizi di maggio
era ormai finita. Ma il fogliame era ancora cos tenero
che il verde di quel mondo frondoso era pi vivido
all'ombra. Pi tardi, dopo il clmo dell'estate,
all'ombra il bosco sarebbe apparso quasi nero, e splendidamente
verde sotto il sole. Ora, l dove i raggi filtravano
attraverso le chiome degli alberi, il terreno
era incolore, sbiadito, come incipriato da uno spolverio
di sole. Ma dove il bosco era immerso nell'ombra,
splendeva e scintillava come una miriade di cristalli
e di gemme verdi. Ormai gli anemoni erano appassiti
e morti; la bella erba tenera era gi alta. E nel
cuore della foresta l'asperula era tutta fiorita; la messe
di minuscoli fiori bianchi a forma di stella sembrava
fluttuare, a poco pi di un palmo dal suolo, intorno
alle nodose radici dei vecchi faggi grigiastri, come
la superficie di un lago latteo. Era piovuto, durante
la notte; sul sentiero angusto i profondi solchi del
carro dei boscaioli erano inzuppati d'acqua. Ogni tanto,
lungo i bordi del sentiero, il globo grigio e nebuloso
di un soffione appassito coglieva un raggio di
sole; il fiore dei campi era venuto a far visita al bosco.
Camminavano lentamente. Si erano appena inoltrati
nel bosco quando tutt'a un tratto udirono il cuculo,
vicinissimo. Rimasero immobili ad ascoltare, poi
ripresero il cammino. Emilie lasci il braccio del marito
per raccogliere dalla strada il guscio di un piccolo
uovo d'uccello di un pallido azzurro, spezzato in
due; cerc di far combaciare le due met, e le tenne
sul palmo della mano. Jakob prese a parlarle di un
viaggio in Germania che aveva in animo di fare con
lei, e dei luoghi che avrebbero dovuto vedere. Ella
ascoltava docile, senza dir nulla.
Erano giunti sul limitare del bosco. Dal cancello
potevano spaziare con lo sguardo sull'ampia distesa
del panorama. Dopo la verde oscurit della foresta, il
mondo di fuori appariva incredibilmente scolorito, come
se la luce abbagliante del mezzogiorno lo avesse
calcinato. Ma dopo un poco i colori dei campi, dei
prati e dei radi boschetti si precisarono all'occhio,
uno per uno. C'era un tenue azzurro nel cielo, e
tenui cumuli bianchi di nuvole si innalzavano lungo
l'orizzonte. La segale ancora verde stava per spigare;
dove le dita della brezza la sfioravano, correva in lunghe,
lente ondate sul terreno. I casolari dal tetto di
paglia emergevano sulla terra fluttuante come isole
quadrate, bianche di calce; tutt'intorno le siepi di lill
protendevano il loro chiaro fogliame e, in cima,
grappoli di pallidi fiori. Udirono in lontananza il
rumore di una carrozza, e sulle loro teste il cinguettio
incessante di innumerevoli allodole.
Sul bordo della foresta c'era un albero abbattuto
dal vento. Emilie disse: Sediamoci un momento
qui.
Si sciolse i nastri del cappello e se lo pos in grembo.
Dopo un momento disse: Voglio parlarti di una
cosa e fece una lunga pausa. Durante tutta quella
conversazione nel bosco continu a fare cos, concedendosi
un lungo silenzio prima di ogni frase - non
proprio come se dovesse raccogliere le idee, ma come
se trovasse faticoso od inadeguato il parlare stesso.
Disse: Il bambino era mio figlio. Che cosa
stai dicendo? le domand Jakob. Jens era mio figlio
disse lei. Ti ricordi di avermi detto che quando
l'hai visto per la prima volta hai pensato che mi assomigliava?
Mi assomigliava davvero; era mio figlio.
Adesso Jakob avrebbe anche potuto spaventarsi, e
credere che lei fosse uscita di mente. Ma da ultimo,
per lui, le cose erano accadute in modo inaspettato;
era preparato all'assurdo. Cos rimase tranquillamente
seduto sul tronco, e fiss lo sguardo sui giovani arboscelli
di faggio nel terreno. Mia cara, le disse mia
cara, tu non sai quello che dici.
Ella rimase per un po' in silenzio, come se fosse
dispiaciuta che lui avesse interrotto il corso dei suoi
pensieri. Lo so, per gli altri  difficile capire disse
infine, in tono paziente. Se Jens fosse ancora qui,
forse potrebbe fartelo intendere meglio di quanto
possa riuscirci io. Ma cerca di capirmi continu.
Ho pensato che dovevi saperlo. E se non posso parlare
con te, non posso parlare con nessuno. Disse
questo con una sorta di grave preoccupazione, come
se davvero fosse minacciata dalla totale incapacit di
parlare. Lui ricord quanto, nelle ultime settimane,
si fosse sentito addosso il peso del silenzio della moglie,
e avesse cercato di farla parlare di qualcosa, di
qualunque cosa. No, mia cara, disse parla, non
ti interromper. In tono sommesso, come se gli fosse
grata di quella promessa, lei cominci:
Era figlio mio e di Charlie Dreyer. Tu una volta
hai incontrato Charlie in casa di pap. Ma  diventato
il mio amante quando tu eri in Cina. A queste parole
Jakob ricord la lettera anonima che aveva ricevuta
in passato. Mentre gli tornava alla mente lo sdegno
con cui aveva respinto quella calunnia e la pena
che si era data perch la moglie non ne sapesse nulla,
gli parve ben strano che dopo cinque anni dovesse
sentirsi ripetere la stessa cosa dalle sue stesse labbra.
Quando lui mi chiese di essere sua disse Emilie
fui per un momento in grave pericolo. Perch non
avevo mai parlato di queste cose con un uomo. Soltanto
con zia Malvina e con la mia vecchia bambinaia.
E le donne, per qualche ragione che non so, ritengono
che una simile richiesta sia indegna ed egoistica
da parte di un uomo, e insultante per una donna.
Perch ci permettete di pensare questo di voi? Tu che
sei un uomo, tu lo sai che me lo ha chiesto spinto dal
suo amore e dal suo grande cuore, per magnanimit.
Aveva dentro di s pi vita di quanta gliene occorresse.
Ha voluto darmela. Era la vita stessa; s, lui mi
ha veramente offerto l'eternit. E io, con tutti gli insegnamenti
sbagliati che avevo ricevuti, io come niente
avrei potuto respingerlo. Anche adesso, quando ci ripenso,
ho paura, come della morte. Eppure non dovrei
aver paura, perch so con certezza che se tornassi a
vivere quel momento, mi comporterei anche oggi come
allora. E fui salva dal pericolo. Non lo mandai
via. Lasciai che tornasse indietro con me attraverso
il giardino - perch eravamo gi davanti al cancello -
e che rimanesse con me tutta la notte sino al mattino
dopo, quando part per andare cos lontano.
Fece di nuovo una lunga pausa, poi continu: Ci
nonostante, per via del dubbio e della paura della
gente che avevo in cuore, io e il mio bambino dovemmo
subire molte prove. Se fossi stata una ragazza
povera, con soltanto cento talleri al mondo, sarebbe
stato meglio, perch saremmo rimasti uniti. S,
abbiamo subto molte prove.
Quando ho ritrovato Jens e l'ho portato a casa
con me, riprese dopo una pausa non lo amavo.
Tutti voi lo amavate, soltanto io non lo amavo. Era
Charlie che amavo. Tuttavia stavo con Jens pi di
tutti voi. Lui mi diceva molte cose che nessuno di
voi ha sentite. Ho visto che non avremmo potuto trovare
un altro come lui, che nessun altro era cos saggio.
Non sapeva che stava citando le Scritture, proprio
come non si era reso conto di citarle il vecchio
armatore quando aveva disposto che Jens fosse sepolto
nel campo dei suoi padri e nella grotta che ivi si apriva
- la magia del bambino morto giocava di questi
tiri. Ho imparato molto da lui. Era sempre sincero,
come Charlie. Era cos sincero che mi faceva vergognare
di me stessa. Alle volte mi sembrava che da
parte mia fosse ingiusto insegnargli a chiamarti
pap.
Da quando si  ammalato, disse io avevo in
mente una cosa sola: che se fosse morto, finalmente
avrei potuto prendere il lutto per Charlie . Prese il
cappello, lo tenne tra le mani, fissandolo, poi torn
a posarselo in grembo. E poi, disse alla fine non
ci sono riuscita. Fece una pausa. Tuttavia, se l'avessi
detto a Jens, lui ne sarebbe stato contento; ne
avrebbe riso. Mi avrebbe detto di comprare dei grandi
mantelli neri, e dei lunghi veli.
Era una fortuna, pens Jakob, che le avesse promesso
di non interrompere il suo racconto. Perch
se Emilie avesse voluto che parlasse, lui non avrebbe
trovato una sola parola da dire. Adesso, arrivata a
questo punto della storia, lei tacque a lungo, tanto
che Jakob, per un momento, credette che avesse finito,
e a quell'idea fu sopraffatto da una sensazione soffocante,
come se tutte le parole dovessero restargli conficcate
in gola.
Credevo ricominci lei tutt'a un tratto che
avrei dovuto soffrire, e soffrire moltissimo, per tutto
questo. Ma non  stato cos. C' una grazia, nel mondo,
di cui non sappiamo niente. Il mondo non  un
luogo spietato o crudele, come dice la gente. Non 
nemmeno giusto. Tutto ti  perdonato. Non si possono
offendere le belle cose del mondo, n ferirle; sono
troppo forti. Non potevi offendere n ferire Jens; nessuno
poteva farlo. E ora, dopo che  morto, disse
capisco tutto.
Rimase di nuovo immobile, seduta con eleganza
sul tronco d'albero. Per la prima volta da quando
aveva cominciato a parlare si guard intorno; il suo
sguardo percorse lentamente, quasi come una carezza,
lo sfondo della foresta.
 difficile spiegare che cosa si prova quando si capiscono
le cose disse. Non sono mai stata brava a
trovare le parole, non sono come Jens. Ma da quando
 arrivato il mese di marzo, da quando  cominciata
la primavera, mi  parso di capire perfettamente perch
le cose succedevano, perch, per esempio, tutto
fioriva. E perch sono giunti gli uccelli. La generosit
del mondo; e anche la bont di mio padre, e la tua
bont! Mentre passeggiavamo nel bosco, oggi, ho pensato
che, dal tempo della mia infanzia, soltanto adesso
ho recuperato la vista, e il senso dell'olfatto. Tutte
le cose qui intrno mi dicono, spontaneamente, che
cosa rappresentano. S'interruppe, mentre lo sguardo
le si faceva pi fermo. Rappresentano Charlie disse.
Dopo una lunga pausa soggiunse: E io, io sono
Emilie. E anche questo, nulla pu cambiarlo.
Fece un gesto, come se volesse infilarsi i guanti che
aveva lasciati nel cappello, ma poi torn a posarli e
rimase immobile come prima.
Ora ti ho detto tutto concluse. Ora tocca a te
decidere che cosa dobbiamo fare.
Pap non lo sapr mai disse piano, con aria
pensosa. Nessuno di loro lo sapr mai. Tu soltanto.
Ho pensato, se me lo permetterai, che tu ed io, quando
parleremo di Jens.... Fece una breve pausa, e
Jakob pens: Non aveva mai parlato di lui sino ad
oggi - potremmo parlare anche di tutte queste
cose.
In una cosa soltanto disse lei lentamente io
sono pi saggia di te. Io so che sarebbe meglio, molto
meglio, e pi facile per tutti e due, se tu mi
credessi.
In ogni circostanza, Jakob era abituato a fare un
rapido riepilogo e a prendere le sue decisioni in base a
quello. Quando lei tacque, si concesse un momento
per fare cos anche stavolta.
S, mia cara, disse poi  proprio vero.
...
ALKMENE.

La tenuta di mio padre era situata in una zona isolata
dello Jutland, ed io ero figlio unico. Quando mor
mia madre, lui non si cur di mandarmi a scuola, ma
non appena ebbi sette anni mi prese un precettore.
Il mio precettore si chiamava Jens Jespersen; aveva
studiato teologia ed era, credo, l'uomo pi onesto che
abbia mai conosciuto. Era figlio di un povero parroco
di campagna; aveva dovuto lavorare duramente per
mantenersi all'Universit di Copenaghen, e i professori
avevano riposto in lui molte speranze. Ma quegli
anni di studio avevano minato la sua salute, e proprio
per questo erano gi cinque anni che aveva lasciato
la citt e si era messo a fare l'insegnante in campagna.
Sotto la sua guida mi interessai ai libri pi di quanto
avrei mai creduto possibile, e le lezioni mi piacevano
quanto la compagnia dei nostri guardacaccia e
dei nostri stallieri. E cos riuscii ad imparare qualcosa
sia di matematica e dei classici, sia di cavalli e di
selvaggina.
Due anni pi tardi mio padre si rec in una stazione
termale e mi port con s, lasciandomi poi in un
collegio nel Holstein; ma dopo altri due anni venne a
riprendermi. Durante la mia assenza, il parroco delle
nostre terre, un vecchio beone, era passato a miglior
vita, e mio padre aveva offerto quel beneficio al mio
antico precettore. Cos adesso lui abitava nella canonica,
e aveva preso in moglie la ragazza con la quale
era fidanzato da cinque anni. E io, per continuare i
miei studi, andavo tutti i giorni a cavallo fino a casa
loro. Capitava anche che mi ci fermassi una o due
notti.
La canonica era un vecchio edificio fatiscente ed i
suoi abitanti erano poveri, trattandosi di un beneficio
molto esiguo; il mio maestro, poi, aveva ancora da
pagare certi grossi debiti dei tempi dell'universit.
Tuttavia era una casa piena di gioia, perch il loro era
un matrimonio molto felice. La moglie del parroco si
chiamava Gertrud. Aveva dodici anni meno del marito,
ma dodici anni pi di me, tanto che in certi
momenti sembrava coetanea del maestro e in altri dell'allievo.
Era una ragazza robusta, e i parrocchiani non
la trovavano carina perch aveva la faccia larga e,
d'estate, il sole le faceva venir fuori un mucchio di
efelidi, rendendola tutta maculata come un uovo di
tacchino. Ma aveva gli occhi limpidi e luminosi - al
punto che pensai a lei, quando in Omero lessi della
vergine Criseide dal lucente sguardo - e folti capelli
rossicci. Ricordo ancora la prima volta che capii quanto
mi piacesse. Fu una sera d'estate, parecchi giovani
del vicinato si erano riuniti nella canonica, e si stava
giocando a nascondino per tutta la casa. Io mi ero
nascosto in un piccolo ripostiglio in soffitta. All'improvviso
vidi entrare la moglie del parroco, che senza
accorgersi della mia presenza si appiatt contro l'uscio.
Rimase l, trafelata dopo la corsa su per le scale,
e si mise un dito sulle labbra. Poi, dopo un attimo,
forse le venne in mente un nascondiglio migliore, perch
usc in tutta fretta dalla soffitta e scomparve.
Trovai molto carino che si comportasse in modo cos
semplice e gaio mentre credeva di esser sola.
Un'estate avemmo alla canonica un ospite di riguardo,
un signore che era amico del parroco sin dai lontani
giorni dell'universit, e che adesso era professore
al Teatro Reale dell'Opera o al Teatro di Danza di
Copenaghen, non ricordo se l'uno o l'altro. Venne
anche in visita al castello e si mise a suonare il nostro
vecchio pianoforte, affascinando mio padre come affascinava
tutti. Una volta rimanemmo soli in una stanza
della canonica; lui era accanto alla porta-finestra aperta
del giardino e guardava la moglie del parroco che
si aggirava sotto gli alberi, intenta a raccogliere le
mele.  davvero esilarante disse, pi a se stesso
che a me che i bravi parrocchiani di Hover considerino
quella giovane donna del tutto priva di attrattive.
La sua testa  modellata piuttosto rozzamente,
questo  vero. Ma se vivesse nell'alta societ, dove le
signore sono pi generose nel mostrare le proprie grazie,
sarebbe l'idolo del sesso forte e l'invidia di quello
debole. Perch in vita mia non mi era mai accaduto di
posare gli occhi su una simile Venere incarnata.
Diamine, eclissa perfino Henrietta Hendel-Schutz nelle
sue Morgenscenen. Ma in quel caso, continu sarebbe
ancora una moglie modello per il nostro devoto
parroco? Alle donne con la faccia insignificante e con
un corpo divino la virt deve apparire talvolta stranamente
paradossale. Forse questo era un discorso un
po' fatuo per le orecchie di un bambino, ma io non
ricordo che a me lasciasse quest'impressione. Direi
piuttosto che le parole del professore mi fecero capire
il perch stessi cos bene in compagnia di Gertrud.
Ma l'anno successivo la felice famiglia del parroco
fu sovrastata da un'ombra cupa e orribile. La gentile
padrona di casa appariva di tanto in tanto pallidissima,
con gli occhi arrossati dalle lacrime, come impietrita,
ed evitava il marito quasi fosse presa dalla paura
o dall'odio. Ero preoccupato e addolorato da un simile
spettacolo. Mi pareva perfino che il parroco non
le dimostrasse tutta la sollecitudine che lei avrebbe
meritata in quelle avversit, e la situazione mi riusciva
misteriosa e insieme triste.
Un giorno ero nello studio della canonica, e il parroco
mi stava spiegando un capitolo del Genesi.
Quando recit il verso nel quale Rachele dice a Giacobbe:
Dammi dei figli, altrimenti morir, lui
pos il libro e disse: Rachele era una brava donna,
ma non aveva molta pazienza n col marito n col
Signore. In questa casa, Vilhelm, tu hai visto quanto
sia crudele per una donna la condanna alla sterilit.
Il mio cuore sanguina per mia moglie, e tuttavia temo
di non avere sufficiente compassione cristiana, e
di non conoscere abbastanza la natura delle donne.
Perch lei ha pi fervore cristiano di me, e ci nonostante
si adira e infierisce contro il Signore, e si rifiuta
di chinare il capo alla Sua volont. Io non credo proprio
che sarei mai capace di soffrire in modo cos terribile
e con tanta persistenza per una disgrazia di cui
fossi del tutto innocente. Ma lo sa solo Iddio
soggiunse poi gravemente, con le mani intrecciate. 
saggio colui che pu dire di se stesso: Di una cosa
simile non sarei mai capace. Queste sue ultime parole
mi rimasero impresse, e mi tornarono alla mente
pi tardi, in un momento triste e cruento.
E dopo un po' disse ancora, con un lieve sorriso:
Quel brav'uomo di Giacobbe, comunque, nella comunit
ebraica era nella posizione di poter dimostrare
a sua moglie che lui non aveva nessuna colpa.
Cos seppi finalmente quali fossero le pene di Gertrud.
Tuttavia la situazione mi parve un po' enigmatica,
perch non riuscivo a capire che qualcuno potesse
desiderare dei figli a tal punto da morire perch
non ne aveva.
A quei tempi la posta arrivava soltanto due volte al
mese, e una lettera era un avvenimento eccezionale.
Un giorno di ottobre il parroco ricevette una lettera
da Copenaghen. Se la rigir tra le mani, mi disse che
era di quel professore suo amico e si domand che
cosa mai lo avesse spinto a scrivergli. Ma dopo che la
ebbe letta due volte da cima a fondo, mi disse: Nel
pomeriggio ti lascio libero, perch questa lettera mi
d tanto da pensare che come insegnante varrei ben
poco. Alcuni giorni dopo ci trovammo da soli nella
stalla per curare una mucca malata, perch il parroco
diceva sempre che con le bestie io avevo la mano felice,
mentre lui non ne capiva nulla. Dopo aver provveduto
alla mucca lui rimase assorto nei propri pensieri,
poi, nella penombra della stalla, mi disse ci
che lo preoccupava. Tua madre, Vilhelm, mi disse
doveva essere davvero una donna di buonsenso,
perch tu sei molto equilibrato, e l'equilibrio non l'hai
certo ereditato dal castellano. Ora voglio dirti una
cosa che non ho confidato ad anima viva. Le Scritture
sostengono che la saggezza si pu trovare sulle labbra
dei fanciulli.
Il professore, mi disse, gli aveva scritto che per uno
strano caso gli era stata affidata una bambina di sei
anni, la quale si trovava in circostanze singolari e tragiche
al punto che avrebbe potuto benisssimo chiamarsi
Perdita come l'eroina della tragedia di Shakespeare.
Sulle origini della piccola lui era obbligato a
mantenere il segreto. Non c'era da stupirsi, egli scriveva,
che la vista di una bambina senza casa e senza
amici gli avesse richiamato alla mente l'immagine
della felice dimora del suo amico, dove non mancava
che un bimbo. Ma non intendeva davvero fare opera
di persuasione presso il parroco perch si prendesse ih
casa la bambina; date le particolari circostanze, sarebbe
stato persino sconveniente. Dichiarava soltanto che
se un brav'uomo, o una brava donna, avesse avuto
piet di lei e l'avesse cristianamente accolta come una
figlia, non avrebbe dovuto subire alcuna ingerenza da
parte dei congiunti e dei conoscenti della piccola.
E sento il dovere di aggiungere un'ultima cosa concludeva
la lettera. Se questa bambina non riuscir a
trovare un asilo, il suo destino, per forza di cose, sar
estremamente incerto e pieno di pericoli, e francamente
non conosco nessuna creatura che corrisponda
in modo pi assoluto e patetico all'immagine proverbiale
del tizzone che bisogna strappare dal fuoco.
E gli comunicava il nome della bambina: Alkmene.
Dopo aver ascoltato tutto questo, gli dissi che sembrava
un racconto preso da un libro. S rispose il
parroco. E molto probabilmente lo . Perch il mio
vecchio amico  un uomo di pochi scrupoli. Pu darsi
che una di quelle damigelle che cantano e ballano a
Copenaghen abbia chiesto il suo aiuto per liberarsi
di una figlia scomoda, e lui ci si mette d'impegno:
inventa, mistifica, piange persino, per giocare un tiro
al suo amico sempliciotto, il parroco del villaggio. E
Alkmene, poi, continu sar davvero questo, il
nome della bambina? Quand'ero un giovane studente
e sognavo di diventare un poeta, scrissi un'epopea che
si intitolava Alkmene, e lui lo sa bene, perch gliela
lessi. Io dissi, citando l'Iliade: N Alkmene di
Tebe.... Che mi gener Eracle, un figlio dal cuore
fedele concluse per me il parroco. S. Vuole riportarmi
sull'Olimpo.
Vilhelm, disse dopo una pausa voglio raccontarti
una cosa di cui non credo potrei mai parlare a
un adulto.  assurda e ti far ridere, ma per me, un
tempo,  stata terribilmente seria. Ho detto a tutti di
aver lasciato Copenaghen per motivi di salute. Ma
non  stato soltanto per questo. Me ne andai perch
laggi ero caduto in tentazione, proprio cos, in peccato.
Non si trattava di vizio, e nemmeno di debolezza,
ma di quella pi grave malvagit che perse gli
angeli. Lavoravo troppo, a Copenaghen, e non mangiavo
abbastanza, e non avevo svaghi di sorta. Me ne
stavo tutto solo coi miei libri, e per mesi non dicevo
una parola ad anima viva. E and a finire che mi convinsi
che il Signore mi avesse prescelto per fare nobili
cose; eh, gi, mi convinsi che tutto ci che il Signore
compiva nel mondo intero fosse fatto per la mia anima
e per il mio destino. Quando mor il vecchio re
pazzo io pensai: "In che modo il Signore vuole che
questo fatto mi riguardi personalmente?"; e quando,
pi tardi, l'imperatore Napoleone fu sconfitto dai russi
a Mosca, io mi dissi: "Ora  scomparso l'uomo che
avrebbe distolto gli occhi del mondo dalle grandi imprese
che il Signore vuole che io compia". Fortunatamente,
mi resi conto del mio stato prima che fosse
troppo tardi. Con vero orrore, capii che ero sull'orlo
della pazzia e che dovevo salvarmi a qualunque costo,
anche sacrificando i miei studi. Quando, qui, tornai a
vivere in campagna, tra persone semplici e buone, la
mia mente ritrov il suo equilibrio. E pi tardi la mia
cara moglie mi rimise in sesto. Ma la vecchia tentazione
 tornata ad assalirmi anche qui, Vilhelm,
perfino qui. Quando sedevo accanto al letto di morte dei
miei parrocchiani, e ascoltavo la loro confessione - e
alle volte questi contadini ti rivelano delle cose atroci -,
e quando a rigore avrei dovuto preoccuparmi soltanto
dell'anima dei poveri peccatori, io invece mi domandavo:
"Perch il Signore mette queste cose sulla
mia strada? Vuole mettere alla prova la mia fede,
ponendola di fronte alle forze delle tenebre?".
Ebbene, questo mio vecchio amico, tanto tempo
fa, ha indovinato quasi tutta la storia. Una volta mi
dimostrava molto interesse, e aveva fiducia nelle mie
capacit; fu molto deluso quando fuggii da Copenaghen.
Questa sua lettera, adesso, non  forse una
piccola vendetta, o una beffa? Mi richiama alla memoria
la grande citt, e l'ambiente del teatro, che un
tempo significava molto per me. Lo stesso nome di
Alkmene riecheggia il mondo greco, con i suoi di e
le sue ninfe, e la mia antica ambizione di esser poeta.
In questi ultimi giorni ho riflettuto, come facevo una
volta nella mia soffitta: Che cosa mi sta facendo il Signore?
Giudica forse che la mia vita sia stata troppo
facile, e che io abbia bisogno della tentazione? S, mi
sono imbattuto di nuovo in quel giovane studente tormentato
e stravolto che dieci anni fa percorreva le strade
di Copenaghen. E sono di continuo perfettamente
consapevole che dovrei occuparmi di ben altro, per
esempio della felicit di mia moglie. E soprattutto,
forse, del destino di quella povera bambina,
Alkmene.
Non ricordo di aver fatto commenti al discorso del
parroco. Mentre lui parlava, mi pass per la mente
che anch'io ragionavo proprio nel modo che lui aveva
descritto. Ma mentre da parte sua era una cosa assurda,
da parte mia era legittimo, perch io ero il figlio
del castellano e, almeno qui a Nrholm, ogni cosa
veniva fatta per il mio bene e nel mio interesse. Quella
notte sognai la piccola Alkmene. La incontravo in
un campo, e la A maiuscola del suo nome splendeva
come l'argento .
Una quindicina di giorni dopo la moglie del parroco
mi butt le braccia al collo e mi disse che lei e il
marito avevano deciso di accogliere in casa come una
figlia una bambina di Copenaghen - e me lo disse
proprio come se mi stesse confidando di essere incinta.
Delle segrete e misteriose origini della bimba non
disse nulla. Pi tardi spieg ad alcuni amici che era
figlia di una sua cugina, rimasta vedova di un ufficiale,
e sono convinto che quella cugina esistesse veramente.
Pass qualche tempo prima che si trovasse un modo
conveniente di far viaggiare la piccola. Il parroco,
scherzando, disse che quei mesi erano il periodo di
gravidanza della moglie. Lei era molto felice e gentile
con tutti noi, ma, spesso, stranamente turbata. Tutte
le volte che eravamo soli mi parlava della bambina, e
si immaginava che per me sarebbe dovuta essere come
una sorellina. E dimmi, Vilhelm, concludeva poi
in un sussurro ti piacerebbe venire a prendere la tua
futura sposa nella canonica di Hover?. L'idea mi
sembrava ridicola, e se la bambina fosse stata veramente
sua figlia, nemmeno a Gertrud sarebbe mai passata
per la testa. Dopo l'arrivo di Alkmene, in ogni caso,
non torn pi sull'argomento, perch a quel punto,
e di questo sono convinto, non avrebbe mai potuto
sopportare che lei la lasciassse nemmeno per sposare il
figlio del re.
Finalmente, verso la fine di dicembre, da Copenaghen
la bambina fu condotta a Vejle, e il parroco and
a prenderla. Io quel giorno ero andato alla canonica
per farmi dare alcuni libri. Mentre ero l si alz un
gran vento, e dopo un poco si scaten una tale tormenta
che mi costrinse a fermarmi per la notte. Di
tanto in tanto Gertrud ed io uscivamo per guardare
la bufera. La neve cadeva fitta fitta; il vento la trascinava
sul terreno come un fumo, e i gradini di pietra
ne erano cos colmi che riusciva difficile aprire la porta.
Era la prima volta che Gertrud ed io ci trovavamo
soli in casa. Ella cominci a parlarmi della sua infanzia.
Suo padre, mi disse, era un grosso mercante di bestiame
che viveva nelle regioni occidentali; lavorava
duramente, e aveva guadagnato bene fino al giorno in
cui, nella crisi economica del 1813, non aveva perso
tutto il suo denaro. Quando gli fu detto che tutti i
suoi risparmi non valevano pi che cinquanta talleri,
il mercante si sent spezzare il cuore; e da allora cadde
nella malinconia. Sua moglie, per mandare avanti
la famiglia, cominci ad allevare pecore, e Gertrud,
che era la maggiore di nove figli e aveva allora undici
anni, divenne il suo braccio destro. Era una vita
dura. Ma su questa terra disse Gertrud cosa si
pu trovare di meglio del duro, onesto lavoro al quale
Dio ci ha destinati? Mai, mai dovremmo dubitarne!.
Il cuore di Gertrud era ancora con le sue pecore. Fu
presa dal desiderio di insegnarmi tutto ci che sapeva
su di loro, e in quella notte di tormenta, mentre
aspettavamo, imparai un mucchio di cose sugli agnelli,
come nascono, come si tosano e via dicendo.
Subito dopo mezzanotte sentimmo la sonagliera
della slitta e corremmo ad aprire la porta ai viaggiatori,
che scesero con difficolt dal veicolo tutto bianco
di neve. Da quando avevano lasciato Vejle, la neve li
aveva bloccati ben sette volte. Il parroco port la bambina
in casa e la pos sul pavimento accanto alla stufa.
Era imbacuccata in un ampio mantello. Quando lui
le tolse il berretto, le si sollevarono sul capo anche i
capelli, corti e biondi, come un'aureola di fiamma, e
io ricordai quel che aveva scritto il professore a proposito
del tizzone che bisognava strappare dal fuoco. E
pensai pure che il mio buon precettore e sua moglie
non avrebbero mai potuto generare una figlia di cos
straordinaria, singolare e nobile bellezza. Il suo visino,
dalle sopracciglia splendidamente arcuate, era candido
come il marmo per il freddo e per la stanchezza.
Gertrud le si inginocchi davanti, le chiuse le mani
tra le proprie per scaldargliele e le diede dei buffetti
sulle guance. Era tutta rosata dall'emozione, tremava
e sorrideva. In viaggio hai avuto molto freddo,
agnellino mio? le domand. La pallida bimba non
fece un solo movimnto; rimase l ferma, eretta, e osserv
la stanza e le persone che vi si trovavano con gli
occhi spalancati, gravi e limpidi. E dimmi, come ti
chiami, pulcino mio? continu Gertrud. Alkmene
disse la bimba.
Dopo averle fatto bere una tazza di latte caldo, la
prese tra le braccia e la port nella camera da letto.
Attraverso la porta la sentimmo chiacchierare con la
bambina e vezzeggiarla, e una o due volte ci giunse
pure la voce sommessa e chiara della piccola. Dopo un
poco Gertrud si fece sulla soglia, non riusciva a parlare
perch stava piangendo. Oh, Jens, disse infine
al marito non ha nemmeno la camicia!. Poi torn
a chiudere la porta. Il parroco stava facendo scaldare
sulla stufa un bricco di caff col rum. Quella vecchia
volpe mi disse, e rise. Legge nel cuore delle
donne come in un libro. Capacissimo di averle tolto
di dosso la camicia con le sue stesse mani, per intenerire
il cuore della mia povera moglie.
Quel Natale, poich avevo ormai quattordici anni,
mio padre mi regal un fucile. Tutti i giorni me ne
andavo a caccia, seguendo le orme della selvaggina
sulla neve, e alla canonica andavo soltanto per le
mie lezioni, sicch non vedevo pi molto spesso il
parroco e la sua famigliola. Ma quando Gertrud riusciva
a catturarmi, non la finiva pi di parlare di Alkmene.
In principio la chiamavano Alkmene, ma a Gertrud
quel nome sembrava troppo esotico e cos lo abbreviarono
in Mene, che fu il diminutivo con cui
tutti finirono col chiamare la bambina. Quell'estate
alla canonica ci fu un convegno di religiosi, e ricordo
che un vecchio parroco di Randers, sentito quel nome,
proruppe: Mene mene tekel upharsin!."1" Ma n il
parroco n sua moglie gradirono lo scherzo.
A Gertrud, la bambina appariva straordinaria fin
dal principio; tutto ci che faceva la incantava. Quando
mi parl della piccola, la prima cosa che mi disse
fu che sembrava assolutamente impavida. Non aveva
paura n del toro n del papero; anzi, erano proprio
quelli gli animali che le piacevano di pi. E si inerpicava
su per la scala a pioli fin sul tetto del granaio,
quando lo stavano riparando dopo la bufera. Questo
lato del suo carattere angustiava Gertrud e insieme col
fatto che la piccola non avessse nemmeno la camicia
metteva le ali alla sua fantasia; si immaginava che ella
fosse stata cos derelitta da non conoscere i pericoli
della vita. E forse aveva colpito nel segno. Cos, da
buona madre, pens che il suo primo dovere fosse
quello di insegnare alla figlia la paura, proprio come
nelle fiabe. Poi mi confid che Mene non distingueva
il vero dal falso. Non che raccontasse bugie per tornaconto
personale, ma vedeva le cose in modo diverso
dagli altri, spesso straordinariamente diverso. Se fosse
stata sola con la bambina forse Gertrud non se ne sarebbe
preoccupata, perch come tutti i contadini amava
le invenzioni e le favole, ma sapeva che il marito
giudicava queste cose ben diversamente, e con pazienza
e perseveranza si sforzava di correggere i difetti della
piccola. Alkmene era anche terribilmente prodiga;
era trascuratissima con le proprie cose e spesso perdeva
o addirittura regalava ci che Gertrud, con grande
difficolt, aveva raggranellato per lei. Gertrud ne
restava scandalizzata e ferita; se la prendeva molto a
cuore, e talvlta non poteva fare a meno di pensare
che la bambina fosse pazza. Ma c'era anche qualcos'altro
che la colpiva: aveva visto, o sentito dire, che le
persone eccezionali si comportano proprio a quel
modo.
Quando a primavera presi a frequentare la canonica
pi spesso, vi trovai un'atmosfera idillica, di quelle di
cui si legge nei libri. Credo che per la mia amica
Gertrud quell'anno e il successivo siano stati i pi
felici della sua vita. La bambina chiamava il parroco
e la moglie pap e mamma, e dopo un poco parve che
avesse dimenticato del tutto la sua vita di prima, e
pensasse di esser nata e di aver sempre vissuto nella
canonica. Gertrud non la perdeva d'occhio neppure
per un istante, e Mene, a sua volta, bench non le piacessero
le troppe carezze e moine, le girava sempre
intorno come fanno i cerbiatti con la cerva. Come se
si fosse formata alla scuola del professore, manifestava
una vera adorazione per la bellezza di Gertrud. Ne
parlava di continuo, infilava perline per farne collane
da regalarle, e d'estate intrecciava fiori in centinaia
di ghirlande per i suoi bei capelli. Prima di allora,
nessuno aveva mai ammirato Gertrud per il suo aspetto;
n credo che il parroco si fosse mai dimostrato un
innamorato immaginoso. Questo corteggiamento cos
solenne e grazioso fu per lei una cosa del tutto nuova,
e sebbene con noi ne ridesse, mi resi conto che in realt
ne era felice ed incantata. Il parroco insegn alla
bambina a leggere ed a scrivere, perch non aveva la
bench minima istruzione. Constat che imparava con
facilit, e cos, sotto ogni rispetto, tutti e tre erano
felici di stare insieme.
Bench io in principio ridessi di tutto quell'affaccendarsi
intorno a una bimbetta di Copenaghen, ben
presto Alkmene ed io finimmo col passare insieme molto
del nostro tempo. Tutto cominci quando lei mi
chiese di farla venire a caccia e a pesca con me. Era
come avere accanto un cagnolino sveltissimo, tanto
era pronta a scattare ed a scorgere tutto in un battibaleno.
Cos mi accorsi che la bambina cos impavida
aveva paura di fronte alla morte. La prima volta che
raccolsi un uccellino morto, ancora caldo nelle mie
mani, lei si sent mancare per l'orrore ed il disgusto.
Per non le faceva alcuna impressione prendere i serpenti
con le mani nude. E aveva una vera passione
per tutti gli uccelli selvatici, e impar a riconoscerne i
nidi e le uova. Allora, d'estate, era divertente sentirla
rispondere nei boschi alla tortora e al cuculo, imitando
i loro versi.
Tra noi, dunque, si stabil un'amicizia che ritengo
insolita tra un ragazzo grande ed una bambina piccola.
Era un legame molto simile a quello tra fratello e
sorella, proprio come se l'era augurato la moglie del
parroco, eppure, credo, non esattamente secondo i
suoi desideri. Quando Gertrud aveva parlato della
bambina come di una possibile moglie per me, quell'idea
mi era parsa comica. Sebbene avessi soltanto
quattordici anni, capivo abbastanza il mondo per decidere
che la figlia di un parroco non era una compagna
adatta a me. Qualcuno potrebbe supporre che in
sguito, quando crescendo lei divenne cos graziosa, io
abbia sognato in cuor mio di sedurre la dolce fanciulla
della canonica. Ma quell'idea era lontana dalla
mia mente quanto l'idea del matrimonio. La nostra
amicizia fu sempre castissima, e non ricordo di averle
mai nemmeno sfiorato la mano. Litigavamo aspramente,
alle volte, proprio come si litiga tra amici o tra
fratelli e sorelle, quantunque nessuno dei due avesse
mai il minimo bisticcio in famiglia; e una volta,
trasportata dall'ira, lei arriv perfino a scagliarmi un
sasso. Ma il nostro rapporto si distingueva soprattutto
per una profonda, tacita comprensione che gli altri
non potevano nemmeno sospettare. Sembravamo tutti
e due consapevoli di essere uguali, in un mondo diverso
da noi. Pi tardi, per spiegarmi questa sorta di
complicit, ho dato per scontato che noi eravamo, in
quell'ambiente, le uniche due persone di sangue nobile,
e che probabilmente il suo era, e di gran lunga,
il pi nobile. E proprio per questo, tra l'altro, la nostra
era un'amicizia soprattutto dei boschi e dei campi;
una volta tornati in casa essa subiva un'interruzione,
o diventava segreta.
Un particolare curioso della nostra amicizia era che
Alkmene comparisse tanto spesso nei miei sogni,
anche quando durante il giorno non avevo minimamente
pensato a lei. E spesso nei miei sogni lei spariva e la
perdevamo. Si potrebbe credere che questi sogni avessero
finito con l'ispirarmi la paura concreta di perderla.
E invece no; mi convincevano, al contrario, e a
mio rischio e pericolo, che anche quando sembrava
scomparsa per sempre, sarebbe sicuramente tornata alla
prima luce del giorno.
Mene conserv da fanciulla la stessa incantevole grazia
che aveva da bambina. Anche se si limitava ad alzare
un braccio per lisciarsi i capelli, si restava a guardarla
a bocca aperta, tanto quel movimento era leggiadro
e impeccabile. E quando correva nei boschi mi
ricordava un capriolo, o un pesce che balzi in un torrente.
In sguito, nei pi grandi teatri, ho visto molte
ballerine famose, ma ai miei occhi nessuna di loro
poteva competere, per l'armoniosa eleganza del gestire,
con la fanciulla della canonica. Di questo suo dono
io mi ero accorto sin dall'inizio, ma non credo che gli
altri l'avessero notato; per Gertrud, quella non era
che un'altra prova della universale superiorit di Alkmene.
Mio padre, tuttavia, disse qualcosa a quel proposito.
Alla canonica, per, era proibita ogni specie di
danza, e per Gertrud l'arte della danza era in qualche
modo collegata col teatro e con i primi anni della
bimba, dei quali era gelosa al punto che non voleva
pensarci n sentirne parlare. Cos ad Alkmene non fu
mai consentito di ballare. Ma il parroco le insegn
molte altre cose. Per qualche tempo si mise perfino a
insegnarle il greco, che la piccola, mi disse, apprendeva
con straordinaria prontezza. Riusciva a recitare
a memoria diversi brani tratti da tragedie e commedie
greche.
Negli anni successivi, Alkmene tent per ben due
volte di fuggire dalla canonica. La prima volta fu in
un giorno di marzo, quando la neve si era appena
dileguata; lei s'incammin attraverso i campi diretta a
sud, e aveva gi percorso pi di dodici miglia quando
il mandriano del parroco, incaricato di cercarla da
quella parte, riusc a raggiungerla e a riportarla a
casa; Gertrud aveva temuto che la bambina fosse annegata;
la sua disperazione era straziante. Ora se la
stringeva al petto, la fissava, e continuava a domandarle:
Perch sei scappata? Perch ci hai lasciati?.
Ma non ebbe risposta.
Due anni dopo, quando aveva undici anni, la bambina
fugg di nuovo, e questa volta i genitori si spaventarono
ancora di pi. Perch nel villaggio si era
fermata per qualche tempo una trib di zingari; se
n'erano andati coi loro carrozzoni la sera prima,
attraversando la brughiera ad ovest delle terre di mio padre,
ed era chiaro che Mene li aveva seguiti. Quella
gente aveva una cattiva fama nella zona; si diceva che
l'anno prima avessero ucciso un venditore ambulante.
Quella volta fui proprio io ad inseguirla e a riportarla
a casa. A quell'epoca le mie lezioni col parroco
erano ormai finite. Avevo anche viaggiato, ma andavo
ancora abbastanza spesso alla canonica.
Era una caldissima giornata di mezza estate; sulla
brughiera grandi miraggi si libravano nel fremito incessante
dell'aria. Due volte credetti di aver visto la
ragazza nel vasto paesaggio intorno a me, ma tutt'e due
le volte non era che un mucchio di torba. Finalmente
scorsi in lontananza la sua figuretta. Camminava rapida;
dopo un po' si mise a correre. Mi venne da ridere,
perch la seguivo a cavallo ed ero sicuro che non
poteva sfuggirmi. Tuttavia in quell'immagine c'era
anche qualcosa di triste. Quando la raggiunsi non la
fermai, ma per un tratto continuai a cavalcare al suo
fianco. Lei seguit a camminare frettolosa. Era a testa
nuda, pallidissima, e il sudore le bagnava il viso. Non
riusciva a gareggiare col cavallo. Quando una capinera
sbuc dall'erica davanti ai suoi piedi e spicc il
volo con un grande strepito d'ali lei cadde e rimase
immobile al suolo. Mi fece una gran pena. Credetti
che avrebbe pianto. Dammi il tuo cavallo, Vilhelm,
mi scongiur cos posso ancora raggiungerli.
No, le risposi devi tornare indietro. Ma tu
monterai a cavallo, e io andr a piedi. Lei non disse
pi una parola, e io l'aiutai a montare in sella.
Era una giornata serena. Mi misi a cantare, e dopo
un poco Alkmene un alla mia la sua limpida voce.
Cantammo molte canzoni, e alla fine anche un vecchio
canto popolare che parla di una madre che piange il
figlio morto. Io le dissi : Quando scappi, sciocchina, i
tuoi si prendono un bello spavento. Perch non
vogliono lasciarmi andar via? ribatt lei. Cantai
un'altra strofa e poi le dissi: Le persone non sono
tutte uguali. Guarda mio padre; trova sbagliato tutto
quello che faccio, e la mia presenza lo infastidisce. Ma
i tuoi ti vogliono bene, e ti trovano meravigliosa, se
soltanto accetti di restare con loro. Stavolta Alkmene
rimase zitta a lungo; poi mi domand: Vilhelm, che
ne  dei figli che non vogliono essere amati?.
Tornammo tardi. Sebbene il cielo fosse ancora pieno
di luce, era sorta la luna estiva. Quando raggiungemmo
la propriet di mio padre, attraversammo un
campo di orzo. Le spighe vi spuntavano in mucchi
sparsi, ma tutto il campo era disseminato a tal punto
di calendule gialle, da dare l'impressione che la luna
vi si specchiasse come in un lago.
Prima che io uscissi, Gertrud aveva fatto promettere
al marito che questa volta avrebbe dato alla bambina
una bella lezione, ma non appena la riebbero
con loro fu tutto dimenticato. La madre, per, ancora
pallidissima per lo spavento, non riusciva a darsi pace.
Diceva: Tu vuoi pi bene a quella gente malvagia
che a noi, preferiresti stare con loro piuttosto che
con tuo padre e tua madre. Non lo sai che ti avrebbero
uccisa e divorata?. Alkmene la guard, con i
limpidi occhi spalancati. Mi avrebbero divorata?
disse. Gertrud credette che si stesse beffando di lei.
Oh, che bambina senza cuore! proruppe.
Quando per Mene arriv il tempo di fare la cresima,
i suoi genitori adottivi si trovarono di fronte a
due problemi. Prima di tutto, il parroco si rese conto
di non aver mai visto il certificato di battesimo della
bambina; quindi non poteva essere sicuro che fosse
stata effettivamente battezzata. Scrisse al professore,
ma la risposta si fece attendere a lungo, perch il vecchio
aveva lasciato Copenaghen per ricoprire un alto
ufficio in una corte tedesca. La risposta, comunque,
fin con l'arrivare, ma in essa il professore si limitava
a rassicurarli, sul proprio onore, che la bambina era
stata battezzata. A questo punto il parroco non sapeva
se dovesse cresimare la ragazza senza pi indugi, o se
non dovesse prima battezzarla, in forma privata, in
modo da eliminare ogni possibilit di dubbio. Sua
moglie mi disse che quel dilemma gli tolse il sonno per
molte notti. Lui mi confid : Alcuni teologi sostengono
che il battesimo non  che un simbolo. Iddio ci
assista, i simboli sono potenti! E non  escluso che
anch'io a volte abbia trattato con troppa leggerezza
dei grandi simboli. Fu proprio allora che smise di
insegnare il greco alla ragazza. Alla fine, comunque,
segu il consiglio della moglie e cresim Mene con gli
altri bambini della parrocchia.
Ma al corso di catechismo Mene incontr altre
ragazzine, e ascolt i loro discorsi. E a questo punto il
parroco e sua moglie sospettarono, da certi indizi, che
ella avesse saputo di non essere figlia loro. Alkmene
non ne parl affatto; ma qualcuno aveva sorpreso i
discorsi delle bambine. Il parroco valut bene la questione,
e un giorno ne parl con la moglie in mia presenza
- sicuramente perch lo sgomentava l'idea di
affrontare l'argomento a quattr'occhi - e le disse che
intendeva essere franco con la ragazza e dirle tutta la
verit. Subito Gertrud lo rimbecc aspramente. Da
quando era arrivata Mene, non l'avevo pi vista accanirsi
cos contro di lui. Era come se avesse dimenticato
di non essere la vera madre della piccola, e ora
incolpasse il marito di volerla deliberatamente privare
della figlia. Non si tratta di questo, disse il
parroco ma io dovr posare la mia mano sul capo
della bimba nel nome del Signore. Che cosa accadr se
in quel momento lei sapr in cuor suo che la sto ingannando?.
Gertrud gli tenne testa. E tu vuoi strapparmela
del tutto? grid. Ma allora non ti sei accorto
che lei gi mi odia e mi teme? Se adesso le dici
che non sono sua madre, non avr pi modo di tenerla;
mi disprezzer con tutta l'anima e mi volter le
spalle!. Di fronte a questa accusa il parroco non apr
bocca. Ma mentre Gertrud parlava, ci eravamo resi
conto tutti e due che aveva ragione. Negli ultimi due
anni Alkmene era cambiata e si era inasprita contro
la madre; talvolta la trattava con una strana diffidenza,
una ribelle ostilit. Infine il parroco si decise a dire:
Cara moglie, forse sarebbe stato meglio se non
avessimo mai accettato questo fardello e ce ne fossimo
rimasti tranquilli nella nostra canonica, da bravi coniugi
attempati e senza figli. Gertrud lo fissava,
sconcertata. Ma poich abbiamo messo mano all'opera,
continu il parroco adesso dobbiamo portarla
a termine, secondo il nostro discernimento.
Gertrud cominci a piangere. Fa' come meglio credi
disse, e usc dalla stanza.
Ma mentre andavo via la trovai che mi stava aspettando.
Mi prese la mano, mi fiss negli occhi e mi
disse: Vilhelm, tu sei amico di mia figlia. Vuoi farmi
un grosso piacere? Tienila d'occhio, mio buon
Vilhelm. Quando suo padre le avr parlato, sta' con
quella povera bambina e guarda un po' come la prende,
e poi riferiscimi quello che ti dice. Perch, Dio mi
assista, lei a me non dir nulla. Mi sentii rattristato
e commosso nel vedere Gertrud costretta a chiedermi
aiuto a quel modo, perch sino a quel momento era
stata convinta di essere la sola a capire e conoscere sua
figlia. Sicch le promisi che avrei fatto quel che mi
chiedeva.
Ma circa due settimane dopo ella mi disse: Dio 
misericordioso, Vilhelm, o forse Jens  veramente un
saggio. Da quando le ha detto tutto la bambina  cambiata,
non te ne sei accorto?  tornata a me, e mi tratta
con tenerezza come quand'era piccola. E questo mi fa
sentire giovane. Oggi mi sono guardata nello specchio.
Puoi anche ridere, ma quella che ho visto era la faccia
di una donna giovane. Il perch non lo so, ma ho la
certezza che questo tenerissimo accordo che c' tra noi
durer per tutta la vita. Nonostante la preghiera che
mi aveva rivolta in precedenza, si dimentic di domandarmi
che cosa mi avesse detto Alkmene. Ma non 
strano soggiunse dopo un momento che non abbia
domandato nulla dei suoi veri genitori? Lei non lo sa
che non saremmo stati in grado di risponderle.
Con me Alkmene non parl mai di quella rivelazione,
ma penso che nel corso del loro colloquio il
parroco avesse accennato al professore, perch un giorno
lei mi domand se lo conoscessi. Le dissi che lo
avevo visto. Vorrei vederlo anch'io, un giorno o l'altro
mi rispose Alkmene.
Gertrud lamentava con me che la ragazza badasse
cos poco a quello che indossava, e trascurasse il vestito
della festa, che le aveva fatto lei, alla stessa stregua
degli abitucci un po' sbiaditi di tutti i giorni. Ma un
bel giorno la fanciulla sent la nostra vecchia governante
parlare delle belle vesti di mia madre, che erano
tutte riposte sotto chiave in una grande cassapanca in
soffitta, perch mio padre non voleva vederle, e nemmeno
che le indossasse qualcun'altra. Allora mi assill
tanto che un giorno, durante un'assenza di mio padre,
mi decisi a far saltare la serratura della cassapanca e a
tirarne fuori gli abiti. Lei li spieg l'uno dopo l'altro,
e rimase a lungo seduta a contemplarli; infine mi
chiese di regalargliene uno. Era un abito di pesante
seta verde a disegni gialli. A ripensarci adesso, mi sembra
un po' come un tiglio in fiore. Mi misi a ridere,
e le domandai se volesse indossarlo per andare in chiesa.
In chiesa no, mi rispose, ma un giorno o l'altro
l'avrebbe indossato.
Pass un po' di tempo, e una sera di giugno in cui
Gertrud aveva appena sfornato il pane, Alkmene le
domand se poteva uscire con me - che ero a casa in
vacanza - per portarne un po' alla vecchia signora
Ravn, che era la vedova del parroco di prima e abitava
all'altro capo del villaggio. Ma non appena fummo
in strada lei mi disse che non aveva la minima intenzione
di andare dalla signora Ravn, voleva, invece,
mettersi la sua veste di seta e passeggiare con me nel
bosco e tra i campi. Teneva l'abito in una casupola
poco lontana, presso una donna che in passato era a
servizio della canonica, ma era stata mandata via perch
beveva. Entr in quella casa, e poco dopo ne usc
con indosso l'abito verde e giallo. Non si era fermati i
capelli sul capo, non si era nemmeno lavate le mani,
eppure credo di non aver mai visto persona pi regale
e disinvolta di lei, quale mi apparve in quel
momento.
Ci inoltrammo nei boschi, ed ella non parl molto.
La sua veste era un po' troppo lunga, e lei la lasciava
strascicare per terra. Le raccontai del nuovo cavallo
che avevo appena comprato, e di un litigio che avevo
avuto con mio padre. Se qualcuno ci avesse incontrato,
chi sa quanto avrebbe riso nel vedere, su un
sentiero nel bel mezzo della foresta, una ragazza vestita
con tanto lusso. Eppure sembrava una cosa naturale
che lei fosse l vestita in quel modo. Il bosco era fresco.
Nei punti dove il sole al tramonto riusciva a penetrare,
il fogliame era tutto verde e giallo come il suo
abito, e la seta frusciava ad ogni passo con un suono
lieve come il pigolio sommesso di un uccello ancora
desto su un ramo. Lungo il sentiero ci imbattemmo in
una volpe, ma non incontrammo esseri umani.
Il sole sfiorava l'orizzonte, quando dal bosco uscimmo
nei campi. In quel punto c'era un colle altissimo.
Ci inerpicammo fin sulla sua cima, e di l si poteva
spingere lo sguardo da tutti i lati sulla pianura dorata
e sulla brughiera, che si dispiegavano sotto di noi in
tutta la loro magnificenza. Alkmene rimase immobile
ad ammirare il paesaggio. Il suo viso era limpido e
radioso come l'aria. Dopo un po' fece un gran sospiro
di beatitudine, e io mi dissi che le ragazze sono davvero
ridicole, se per farle felici basta condurle in cima
ad un colle con indosso un vestito di seta. Pi tardi ci
sedemmo e mangiammo il pane che Gertrud ci aveva
dato per la vecchia vedova. Era ancora caldo. Da allora,
quando gusto del pane fresco, mi torna sempre
il ricordo di quella serata e di quel colle.
Quando tornammo alla canonica, dopo che Alkmene
si era fermata nella casupola per rimettersi il suo
vestito di tutti i giorni, trovammo Gertrud che, con
gli occhiali sul naso, rammendava a lume di candela
un gran mucchio di calze bianche della figlia. Ne aveva
gi rammendate molte, ma io pensai che se doveva
finirle tutte sarebbe rimasta alzata sino a tarda notte.
Ci sorrise e ci chiese notizie della signora Ravn. Alkmene
si ferm alle sue spalle e guard lei e poi le calze,
e mi parve di vederla impallidire. Lascia che ti aiuti
a rammendare, mamma disse. No, piccola mia le
rispose Gertrud, e spense la candela con le dita.
Oggi hai camminato molto, ed  meglio che tu vada a
letto.
Nell'autunno di quell'anno mi successe una cosa
che era destinata ad avere una certa influenza sulla
mia vita. Una ragazza del villaggio, una certa Sidsel,
che tra l'altro era figlia della donna nella cui casa
Alkmene teneva il suo vestito di seta, ebbe un bambino
che mor, e del quale mi attribu la paternit.
Io non ero affatto convinto che le cose stessero proprio
cos, dal momento che lei non era certo un modello
di virt. Ma in paese non si parlava d'altro. Mio
padre mi disse: Il bambino  morto, e Sidsel  promessa
al guardacaccia. Ma non ti illudere di poterti
comportare come un idiota nel tuo stesso villaggio,
mentre aspetti che la ragazzina della canonica sia abbastanza
grande per te. Andrai a stare per sei mesi da
tuo zio a Rugaard, nel Djursland. Sua figlia ha due
anni pi di te, e un giorno sar molto ricca. L,
comunque, potrai imparare un po' di agricoltura; e
sarebbe ora che te la facessi entrare bene in testa!.
Questa conclusione della predica era quanto mai ingiusta
nei miei confronti, perch mio padre aveva
sempre riso di me, chiamandomi contadino, tutte le
volte che avevo dimostrato un certo interesse per il
lavoro agricolo nella nostra propriet, che a quel tempo
era in pessime condizioni.
Non m'importava di dover andar via, ma mi domandavo
che cosa pensassero di me alla canonica. Il
parroco doveva essere terribilmente deluso, perch aveva
passato la vita a predicare contro la dissolutezza dei
suoi parrocchiani, e visto che mi aveva avuto come
allievo per tanto tempo, aveva finito col considerarmi
opera sua. Gertrud avrebbe potuto perdonarmi, perch
in campagna c'era nata e sapeva come ci si vive;
ma avrebbe fatto di tutto perch Mene non venisse
a conoscenza di quell'episodio, e probabilmente avrebbe
cercato di tenerla lontana da me.
Un pomeriggio in cui mio padre si trovava a Vejle,
andai nella biblioteca della nostra casa a prendere
alcuni libri; tutt'a un tratto sentii spalancarsi la porta
e vidi Alkmene sulla soglia. La nostra biblioteca d
verso nord; lei aveva il sole alle spalle, e i suoi capelli
splendevano come una fiamma. Mi domand: 
vero quello che dicono di te e di Sidsel?. Nel vederla
rimasi stupito, perch fino a quel momento non
era mai venuta al castello da sola. Ma la sua domanda
era stata cos perentoria che fui costretto a risponderle.
S mi decisi a dire. Come osi, Vilhelm!
grid lei. Devo dire che, per quanto possa sembrare
strano, da qualche tempo provavo un certo risentimento
verso la ragazza, come se avesse colpa lei di
quel che mi era successo. Ora, quando cominci a parlarmi
proprio come gli adulti, mi sentii un peso sul
cuore e la pregai di lasciarmi in pace. Ma lei non mi
ascoltava; entr nella stanza, col viso infiammato dal
turbamento. Come osi? torn a gridare. Allora mi
ricordai che in genere si poteva prendere alla lettera
tutto quel che diceva, e mi resi conto che mi stava
facendo una domanda perch io le dessi una spiegazione,
proprio come faceva sempre. Non potei trattenermi
dal ridere. Forse le dissi non ci vuole poi
tanto coraggio come pu sembrare a una ragazza.
Lei mi guard con aria grave ed altera. Adesso andrai
all'inferno, lo sai anche tu, no? mi disse.  proprio
l che tutti mi mandano le risposi. Mio padre mi
ha cacciato di casa; i tuoi genitori non vogliono parlarmi.
Almeno tu ed io, Alkmene, potremmo restare
amici per il poco tempo che ci rimane. Tuo padre
ti ha cacciato via? mi domand. Non hai pi
una casa? Allora verr con te. Andremo insieme per
le strade maestre. E poi, soggiunse, e tir un gran
respiro far qualcosa, cos non dovremo chiedere l'elemosina.
Imparer a ballare. No, dissi io vado
da mio zio a Rugaard. A questo ella divenne pallidissima.
Vai da tuo zio? disse. Credevo che ti
avessero buttato in mezzo alla strada. Credevo che
nessuno avesse mai fatto niente di cos brutto come
quello che hai fatto tu. Io cominciai a sentire che
le cose stavano un po' migliorando. Diamine, le
dissi tu che hai letto tante storie sugli di della Grecia,
saprai che non  davvero la prima volta che al
mondo succedono certe cose. No, ribatt lei
non mi lasceranno pi leggere quei libri. Non mi
diranno niente. Che cosa devo fare, adesso?. In
quell'istante vidi con chiarezza che eravamo l'uno dell'altra,
e fui sul punto di dirle: Mi aspetterai fino a
che non torno, Alkmene? Allora nessuno potr pi
dividerci. Ma pensai che era ancora tanto giovane,
e poi non mi pareva il momento giusto per certe cose.
Lei mi stava davanti e si torceva le mani. Mi scriverai?
disse, ma si interruppe subito : No, soltanto
nei libri la gente riceve delle lettere. Ma se fai qualcos'altro
di terribile, me lo scriverai?. Torner
tra sei mesi le dissi. Non dimenticarmi, Alkmene.
No, disse lei io non posso dimenticarti.
Tu sei il mio unico amico. Non dimenticarti di Alkmene,
Vilhelm. E detto questo and via, improvvisamente
com'era venuta. Qualche giorno pi tardi
partii per Rugaard.
Non scriver niente della mia vita a Rugaard, perch
questo racconto parla solo di Alkmene. Le residenze
di campagna, nel Djursland, sono vicine l'una
all'altra. Conobbi molti giovani della mia et, e non
mi succedeva spesso di pensare alle persone o agli
eventi di casa mia. Ma anche laggi Alkmene compariva
nei miei sogni.
Ero a Rugaard da tre mesi quando ricevetti una
lettera di mio padre che si lamentava della sua gotta
e mi diceva di tornare a casa. Sul momento non me
ne curai troppo, ma poi mi arriv un'altra lettera
dello stesso tenore, e cos tornai a casa.
La prima domanda di mio padre fu se a Rugaard
avessi fatto la corte a mia cugina. Quando gli dissi di
no parve contento, e si stropicci le mani. Qui dalle
nostre parti stanno succedendo un mucchio di cose,
disse e alla canonica ci sono stati dei grossi
cambiamenti. Gli domandai che cosa intendessse dire,
ma lui mi rispose: Sar meglio che tu vada a
scoprirlo da solo. Quelli sono sempre stati grandi amici
tuoi. Sicch l'indomani andai alla canonica.
Il parroco era solo in casa; la moglie e la figlia erano
andate a far visita ad un malato. Lo trovai cambiato,
proprio come aveva detto mio padre. Era serio,
tutto assorto nei suoi pensieri, e io mi dissi che in
quei lontani giorni di cui mi aveva parlato doveva
avere avuto proprio quell'aspetto. Aveva dimenticato
del tutto il triste episodio di Sidsel e mi salut affettuosamente.
Parlammo per un poco del pi e del
meno, poi mi disse:  giusto che tu sappia, Vilhelm,
che cosa  successo qui, nella vecchia canonica e mi
raccont tutto.
Poco dopo la mia partenza, gli aveva scritto il suo
amico, il vecchio professore, per informarlo che la sua
figliola adottiva era venuta in possesso - per quali vie,
come al solito, lui non poteva o non voleva dirlo -
di una grossa eredit, proprio come se le fosse toccato
di ricevere un dono prodigioso da quell'Aladino del
nostro immortale Oehlenschlager. Per lealt - il professore
aveva la mania della lealt - e per non tradire
il loro patto iniziale, lui non avrebbe insistito,
lasciando che fosse l'amico a decidere se, per il bene
della ragazza, doveva accettare o rifiutare quella
fortuna.
Il parroco mi disse che prima di prendere la sua
decisione aveva meditato molto a lungo. Ed  veramente
strano osserv che per tutto quel che riguarda
nostra figlia, mia moglie ed io non siamo mai
dello stesso parere. Gertrud quel denaro non voleva
accettarlo. Ora, se si fosse trattato di una somma meno
ingente, pu anche darsi che sarebbe stato l'inverso:
magari lei sarebbe stata felice di sapere che la
ragazza aveva un avvenire sicuro, mentre io avrei preferito
che rimanesse com' ora, una ragazza delle nostre
condizioni, la figlia di un parroco di campagna.
Cos, invece, tutto quel denaro spaventa la mia povera
moglie. E a quel punto il parroco mi precis
la cifra: si trattava di oltre trecentomila talleri.
Gertrud si  ficcata in testa che una somma simile deve
per forza avere un'origine demoniaca. Ed  diventato
diverso anche per me.
Per un poco rimase pensieroso. Io non ho mai
avuto un desiderio sfrenato di denaro disse. Esso
non ha fatto parte dei miei sogni nemmeno quand'ero
giovane. Ho desiderato altre cose e le ho chieste
nelle mie preghiere, ma l'oro non mi ha mai tentato.
In questo caso, per, assume un altro aspetto; diventa
un simbolo. Io l'ho visto continu. Sono andato a
Copenaghen, e l, nella banca, mi hanno mostrato
l'oro. L'ho toccato. Giace l addormentato, in attesa
della mano che dovr tramutarlo in realt. Quanto
bene si pu fare al mondo, con una fortuna simile?
Bada, Vilhelm, disse che io non ignoro il potere
di Mammone. Mentre lo toccavo, sapevo bene il pericolo
che c' nell'oro. Ma se dev'esserci un duello tra
Dio e Mammone, potrei forse rifiutare di assumermi
la difesa del Signore?.
Domandai al parroco se Alkmene fosse al corrente
della fortuna che le era capitata. S, mi rispose, gliel'aveva
detto. Era ancora una bambina; non ne era
rimasta molto colpita; dalla sua reazione, si sarebbe
detto che lo sapesse da sempre. E adesso per lui il lavoro
era ancora pi sacro, perch vi si prodigava nell'interesse
di una bambina. A dire il vero, prosegui,
lui l'aveva sempre saputo che grazie ad Alkmene avrebbe
potuto dedicarsi a qualche nobile compito. E
quando sar morto disse continuer a vivere nelle
opere buone della piccola, perch in lei, Vilhelm, c'
una forza immensa.
Questo suo discorso mi diede molto da pensare. E
mi fece anche un po' ridere. Non potei fare a meno di
considerare che forse conoscevo Alkmene meglio di
quanto non la conoscesse il padre.
Non appena tornai a casa, mio padre mi assill di
domande su quella visita, e io gli riferii la maggior
parte di ci che mi aveva detto il parroco. E tu hai
chiesto la mano della ragazza? mi domand lui.
No gli risposi. Sei uno stupido dichiar mio
padre. Una fortuna come quella compensa l'oscurit
della sua nascita; in un certo senso, getta su di
essa una nuova luce. Non  cos assurdo che in cambio
tu le dia il tuo nome. Poich non rispondevo,
cominci a decantare le virt della ragazza, come un
mercante di cavalli decanterebbe una giumenta, e la
scoperta che l'aveva osservata con molta attenzione
mi sorprese, perch ero convinto che non si fosse mai
curato della figlia del parroco. Alla fine, bench non
avessi certo l'abitudine di fargli le mie confidenze,
gli dissi che mi sarebbe parso estremamente inelegante
chiedere la mano di Alkmene subito dopo aver saputo
che era ricca, dal momento che prima non avevo
mai dimostrato d'essere disposto a farlo. Mio padre
mi ripet che ero uno stupido, e via via che la discussione
andava avanti mont su tutte le furie. Fin
col dichiarare che se ero cos idiota da non cogliere
quell'occasione, la mano della ragazza l'avrebbe chiesta
lui.
Mi vergogno di dire che lo fece davvero, e in modo
stupidissimo. Fece attaccare il tiro a quattro, che usavamo
di rado, e si rec alla canonica per chiedere la
mano di Alkmene. Che cosa sia avvenuto nel corso
della sua visita io non lo so. Arrivo persino a dubitare
che mio padre sia riuscito a chiarire al parroco e
a sua moglie il motivo per il quale era andato a trovarli.
Ma nonostante quell'insuccesso, non la finiva
pi di elencarmi tutte le migliorie e gli abbellimenti
che si sarebbero potuti fare nella nostra tenuta col
denaro della ragazza. E con tutte queste storie mi
stanc e mi irrit a tal punto che ripartii senza aver
rivisto n Gertrud n Alkmene.
In sguito, la prima notizia che ricevetti da casa fu
che il parroco era morto. Gi da molti anni la sua
salute era precaria; il viaggio a Copenaghen nel cuore
dell'inverno l'aveva spossato. Laggi si era preso un
raffreddore che era degenerato in polmonite. Al funerale
fui colpito dal profondo dolore di tutti i suoi
parrocchiani. Gertrud, angosciata e afflitta, mi raccont
quanto il marito fosse stato paziente durante la
malattia, e come tutt'a un tratto, sul letto di morte,
le avesse gridato che ora capiva le vie del Signore,
proprio come se avesse avuto una splendida rivelazione.
Poi mi fece vedere un giornale che le avevano
spedito da Copenaghen. C'era una necrologia del marito,
in cui si parlava in tono cos encomiastico del
suo carattere, della parte che - se soltanto fosse stato
ambizioso - avrebbe potuto rappresentare sulla scena
del mondo, e dei talenti che aveva dimostrati da
giovane, da lasciare sorpreso perfino me, che pure avevo
di lui un'opinione cos alta. L'articolo non era firmato,
ma fui d'accordo con Gertrud che doveva averlo
scritto il suo vecchio amico professore.
Gertrud, alla quale era concesso di vivere alla canonica
ancora per un anno, dopo alcuni mesi and
per qualche tempo da una sua sorella malata. Mio
padre, in quel periodo, era andato a Pyrmont a curarsi
la gotta. Sicch anche Alkmene era sola nella canonica,
come io ero solo al castello. E un giorno mi
mand un messaggio in cui mi pregava di andarla a
trovare.
Adesso aveva quindici anni, era alta per la sua et,
ma esile, e somigliava ancora molto alla bimba che
tanti anni prima era arrivata alla canonica. Mi disse :
Vilhelm, ti ricordi di avermi promesso, tanto tempo
fa, che se mai ti avessi chiesto un grande favore tu me
lo avresti fatto?. Me ne ricordavo, e le domandai
che cosa voleva che facessi. Voglio andare a Copenaghen,
mi disse e tu devi accompagnarmici. Dobbiamo
andarci adesso, mentre mia madre  via. Ma
voglio fermarmi laggi soltanto un giorno. Non era
davvero un'impresa facile. Tra andare e tornare,
saremmo stati via una settimana, e nessuno doveva saperne
nulla. Ma Alkmene era decisa a partire, e dal
momento che una volta le avevo fatto quella promessa,
ora non potevo rifiutarmi di aiutarla. Del resto,
non nascondo che quel viaggio avventuroso mi attirava.
Sicch feci quel che lei mi chiedeva. Ella and da
certi amici a Vejle, e l ci incontrammo una mattina
presto, alla fermata della diligenza. Per fortuna, tra i
passeggeri non incontrammo, n a Vejle n altrove,
persone di conoscenza.
Era maggio. La campagna che attraversavamo cominciava
a rivelare il suo tenero verde; i boschi offrivano
un'ombra soave e delicata. Le prime ore del
mattino erano fresche e rugiadose, ma il cielo era gi
percorso dalle allodole. Quando ci fermammo a Sora,
in quella serata di primavera udimmo l'usignolo.
Adesso, quando ripenso a quel viaggio, sono convinto
che ormai dovevo aver deciso in cuor mio di sposare
Alkmene, se lei mi avesse voluto, perch feci di tutto
per difendere la sua reputazione. Dovunque andassimo,
io dichiaravo che quella graziosa ragazza era mia
sorella, e nulla nel nostro comportamento poteva indurre
la gente a dubitare delle mie parole. Ma il mio
cuore era colmo di un piacere e di un entusiasmo non
propriamente fraterni. Mi dicevo che sino a quel momento
non ero mai stato felice, e fantasticavo che in
futuro avremmo spesso viaggiato insieme. Ella si beava
del continuo mutare del paesaggio con la gioia di
una bambina. E il secondo giorno, quando attraversammo
la Grande Cintura sotto un bel sole e con
una lieve brezza, alla vista del mare si sent travolgere
dallo stupore e dall'esultanza. A darmi un lieve
senso di disagio era soltanto il mistero che circondava
la nostra missione, e talvolta qualcosa nel suo viso.
Ero stato pi di una volta a Copenaghen. Avevo
prenotato prima ancora di arrivare l'albergo nel quale
ci saremmo fermati. Era un posto tranquillo. Arrivammo
in citt nel pomeriggio. Lei guardava la gente
che affollava le strade e gli abiti delle donne, ma
non parl molto.
La sera, dopo aver cenato in albergo, la pregai di
dirmi perch mai fosse venuta a Copenaghen. Lei allora
tir fuori dalla borsa il giornale che, dopo la
morte del parroco, Gertrud mi aveva fatto vedere, e
mi disse: Sono venuta per questo. Sull'ultima pagina,
un trafiletto annunciava che un assassino famoso,
un certo Ole Sjaelsmark, sarebbe stato giustiziato,
mediante decapitazione, sul prato pubblico a
nord di Copenaghen. Il giornale precisava il giorno
e l'ora dell'esecuzione, che a quanto vidi doveva aver
luogo l'indomani, e diceva che vi si poteva assistere.
Mentre leggevo queste notizie, mi sentii invadere
da una paura immensa. Vidi e capii con chiarezza che
le forze tra le quali mi ero aggirato erano pi possenti
e pi formidabili di quanto non avessi creduto,
e che tutto il mio mondo stava forse per sprofondare
sotto i miei piedi. Dissi alla ragazza : Dev'essere uno
spettacolo orribile. Molte persone sostengono che 
un uso barbaro lasciare che la folla si diverta ad assistere
ai patimenti e alla morte di un uomo, per quanto
atroci siano i misfatti che ha commessi. No,
rispose lei non  un divertimento.  un mnito per
tutti coloro che forse stanno per commettere gli stessi
misfatti, e che nient'altro riuscirebbe a dissuadere.
Veder morire quell'uomo li tratterr dal diventare come
lui. Una volta, continu mio padre mi lesse
una poesia che parlava di una ragazza alla quale mozzarono
la testa. Ricordo ancora le sue parole. Diceva
cos:

Ora su ogni testa ha tremato
la lama che sta tremando sulla mia.

Perch soltanto Dio sa tutto disse. E chi pu
affermare di se stesso: io di queste colpe non avrei mai
potuto macchiarmi?.
Al mattino presto, Alkmene ed io ci recammo in
carrozza sul luogo dell'esecuzione, che era molto lontano.
Intorno al patibolo si era gi raccolta una gran
folla, composta soprattutto di gente rozza e di popolani,
ma tra questi c'erano molte donne, e alcune avevano
portato persino i propri figli. Mentre ci facevamo
strada tra la ressa, tutti guardavano la fanciulla
graziosa e pallidissima che si teneva aggrappata al mio
braccio. Ma poi tornavano a fissare il punto dove, l
in mezzo, si ergeva il terribile palco, sul quale erano
gi in attesa il boia e il suo aiutante.
Quando il carro che portava il condannato e il cappellano
cominci ad avanzare lentamente, sovrastando
le teste della folla, Alkmene fu presa da un tremito
cos violento che le misi un braccio intorno alle
spalle, e sebbene fossi io pure triste e sconvolto, quel
gesto mi diede una gioia soave. L'assassino era seduto
con la faccia verso di noi. Per un attimo ebbi l'impressione
che i suoi occhi stessero cercando il volto della
ragazza. Il cappellano sal sul patibolo con lui e l gli
prese la mano e gli parl; poi lo fece inginocchiare
davanti al ceppo e si ritrasse per lasciare il suo posto
al boia. Un attimo dopo la scure si abbatt.
Temetti che Alkmene cadesse al suolo, ma riusc a
reggersi in piedi. Ora la folla si accalcava intorno al
patibolo, molti immergevano dei pezzetti di stoffa nel
sangue, che il popolino ritiene un rimedio sicuro
contro il mal caduco, ma noi andammo via.
Quella notte non avevo dormito, e l'atroce spettacolo
mi aveva fatto drizzare i capelli sul capo. Sorreggevo
la fanciulla, ma non riuscii a dirle nemmeno
una parola. Mentre ci allontanavamo da quel luogo, e
la luce del giorno si faceva via via pi chiara, ricordai
come durante il viaggio avessi progettato di far
visitare la citt ad Alkmene, e risi all'idea di quanto
ero ridicolo, un vero idiota. Per le dissi che prima
di partire - perch le avevo promesso che ci saremmo
rimessi in viaggio quella sera stessa - dovevamo
vedere almeno il palazzo reale. E una volta riportata
la carrozza al noleggio, vi andammo a piedi. Non potevo
fare a meno di notare con quanta disinvoltura
ella camminasse per la strada, e che portamento nobile
ed elegante avesse, ad onta del vestito e della cuffietta
da campagnola. E quando ci fermammo di fronte
al palazzo, e lei lo contempl con occhi gravi, io
mi dissi che era nata per vivere in una dimora come
quella.
Mentre eravamo l fermi, ci pass accanto un vecchio
con un grande mazzo di fiori in mano; fiss la ragazza,
e poi, dopo aver fatto qualche passo, torn indietro
per guardarla di nuovo. Io lo riconobbi, quantunque
fosse molto vecchio e curvo, e anche tutto imbellettato
e coi capelli tinti : era il professore. Mi accorsi
che ci segu per tutta la strada, tenendosi a una
certa distanza, e quando entrammo nell'albergo lui
rimase fermo l fuori, e guardava le finestre. Pensai:
Ora andr a consegnare il suo mazzo di fiori alla persona
a cui  destinato, chiunque essa sia, e poi torner
qui. Ma allora, come ho promesso ad Alkmene,
noi ce ne saremo gi andati.
All'albergo caso volle che incontrassi un tale che
conoscevo, il quale mi disse che c'era una nave che
partiva per Vejle quella sera stessa. Viaggiare per mare
sarebbe stato pi semplice, pensai, e poi non avevo
proprio voglia di percorrere al ritorno la stessa strada
che avevamo fatto all'andata. Cos, quando lasciammo
l'albergo, ci dirigemmo verso il porto.
Era una bella sera primaverile, e mentre risalivamo
il Sund soffiava dal sud una lieve brezza. Stavamo
seduti sul ponte e guardavamo la costa; vedemmo accendersi
alcune luci tanto sulla costa danese quanto
su quella svedese, e rimanemmo l seduti per quasi
tutta quella chiara nottata. Alkmene si era tolta la
cuffia e si era messa sul capo un fazzoletto. Avevamo
appena superato Elsinore e il castello di Kronborg
quando spunt la luna.
Le dissi : Avevo pensato che tu ed io saremmo
potuti restare insieme per tutta la vita, Alkmene.
Avevi pensato questo? disse lei. Ormai  tardi
per parlare di certe cose. Veramente, non c' mai
stato nulla che mi facesse dubitare di una simile possibilit
dissi io. No, rispose lei ora ho imparato
che ci sono molti modi di vedere le cose. Tu, tu
parli della mia vita adesso. Ma prima, quand'era il
momento giusto, non hai cercato di salvarla.
Voglio farti una domanda le dissi. Non l'hai forse
saputo sempre che ti amavo?. Mi amavi? disse
lei. Tutti amavano Alkmene. Ma tu non l'hai aiutata.
E tu non l'hai saputo sempre che erano tutti contro
di lei, tutti quanti?. Meditai un momento su
quelle parole. Per me era uno scherzo, dissi una
cosa per ridere. No, credo addirittura di averli compianti
un pochino. Non mi  mai passato per la testa
che non fossi tu la pi forte. Gi, ma non era cos
ribatt lei. I pi forti erano loro. E non poteva
essere altrimenti, visto che erano cos buoni, e che
avevano sempre ragione. Alkmene era sola. E da quando
morirono, e la fecero assistere alla loro morte,
lei non ha pi potuto farcela contro di loro. Non ha
visto altra via d'uscita se non quella di morire anche
lei. Stava seduta molto ferma, e sembrava molto
piccola sul ponte della nave. E tu, mi domand
nemmeno adesso riesci a dire "Povera Alkmene"?.
Io tentai di farlo, ma non mi fu possibile. Ti ricorderai
riuscii infine a domandarle che ti sono amico?.
S, disse lei ricorder sempre che mi hai
portata a Copenaghen, Vilhelm. Sei stato molto
buono.
La riaccompagnai a casa due giorni pi tardi, e alla
canonica nessuno sospett mai che ella non fosse stata
tutto il tempo da quei suoi amici a Vejle.
Poco tempo dopo, mio padre mi scrisse pregandomi
di raggiungerlo a Pyrmont, perch era ammalato e
non se la sentiva di affrontare da solo il viaggio di ritorno.
Poich mi pareva che nulla mi trattenesse a
Nrholm, aderii alla sua preghiera. A Pyrmont ricevemmo
entrambi una lettera di Gertrud; ci comunicava
la sua decisione di lasciare la canonica prima che
scadesse il termine concessole. Perch sua figlia aveva
acquistato dei terreni nell'ovest, con una piccola fattoria
annessa, e avevano l'intenzione di mettere su un
allevamento di pecore. Gertrud non se la cavava molto
bene a scrivere. Con mio padre us un tono umile
e grato. Ma nella lettera che aveva scritta a me io
lessi, tra le righe, la preghiera di chiarirle qualcosa:
perch tutto era andato a quel modo? E c'era anche
un'angoscia inespressa, come se in cuor suo ella avesse
paura di lasciare la sua casa e di andarsene nel
mondo sola con la figlia. Non vedevo come avrei potuto
rassicurarla. Le risposi, la ringraziai di essere
stata per tanti anni cos buona con me, e le dissi
addio.
In questo racconto su Alkmene mi resta ben poco
da aggiungere.
Sedici anni dopo quel nostro viaggio a Copenaghen,
una questione di affari mi port all'ovest, nel distretto
dov'era la fattoria di Alkmene. Mi trovavo proprio in
quei pressi. Pensai che tanto valeva farle una visita,
e presi la strada angusta e accidentata che conduceva
alla fattoria.
Mi inoltrai attraverso un paesaggio vasto e malinconico,
pieno di brughiere, di paludi e di catene collinose.
Era un giorno del tardo agosto; le nuvole incombevano
basse; era piovuto, ma verso sera si lev
il vento, e il tramonto fu bello. Lungo la strada
incontrai un carro stracarico di sacchi, e pensai che
forse si trattava della lana di Alkmene. Quando arrivai
alla fattoria, vidi che c'era un ampio granaio e diverse
stalle, e tutt'intorno un gran numero di pagliai.
La casa era un edificio lungo, basso, col tetto di paglia.
Era tutto molto in ordine, ma poverissimo. Un vecchio
e alcuni bambini continuavano a fissarmi, come
se vedere un visitatore fosse una cosa molto rara. Mentre
fermavo la carrozza davanti alla porta, dalla stalla
usc una contadina, scalza, con un fazzoletto in testa:
era Gertrud.
Era invecchiata. Non aveva pi quel suo vitino di
vespa e il seno rigoglioso; era massiccia come una catasta
di legna. La sua faccia ossuta era color bronzo,
come se le sue minute lentiggini si fossero fuse insieme,
e le mancava qualche dente. Ma era ancora agile,
con gli occhi limpidi, una vecchia contadina schietta
e cordiale.
In quella casa solitaria qualunque ospite sarebbe
stato il benvenuto, ma Gertrud fu contenta di vedermi
come se fossi suo figlio. Era sola, mi disse. Alkmene
era andata a Ringkbing per consegnare un carico
di lana e depositare del denaro alla Cassa di Risparmio
- probabilmente l'avevo incontrata lungo la strada.
Mi port nella stanza migliore della casa, dove
chiaramente nessuno stava mai, e and a prepararmi
il caff, che prese con aria solenne da una piccola scatola
segreta nascosta dietro la cassapanca. Mentre ero
solo mi guardai intorno. Tutto era pulito, ma poverissimo.
Pensai al passato, e alla ragazza che avevo conosciuto
in tempi lontani, e fui invaso da una sorta
di terrore.
Mentre prendevamo il caff, Gertrud e io parlammo
dei vecchi tempi. Lei aveva una memoria di ferro
per le persone e per i luoghi, ma nel suo ricordo gli
avvenimenti si erano un po' offuscati. Confondeva l'ordine
nel quale erano accaduti, come se da molto tempo
avesse smesso di parlarne, forse perfino di pensarvi.
Mi domand se mi fossi sposato. Io le dissi che ero
stato fidanzato con quella mia cugina di Rugaard, ma
che dopo la morte di mio padre avevamo deciso di
comune accordo di rompere il fidanzamento.
Pi tardi andammo alla fattoria a vedere le pecore.
Chiese il mio consiglio a proposito di un agnello che
stava male, perch ricordava ancora quella volta che
alla canonica avevo curato la mucca. Lei e la figlia se
la cavavano bene, mi disse, ma nei primi anni avevano
fatto un mucchio di errori e si erano lasciate imbrogliare.
Adesso i loro greggi erano sempre pi numerosi,
e tutti i mesi Alkmene andava a Ringkbing a depositare
il denaro in banca. Ma lavoravano ancora
duramente, dall'alba alla sera tardi, e non si permettevano
sprechi. Il vecchio, che era il loro unico lavorante,
era di ben poco aiuto. Gertrud si anim tutta
mentre parlava delle sue pecore; le fiorirono due rose
sulle guance e cominci ad esprimersi con un linguaggio
ardito e schietto che non le avevo mai sentito
usare prima. Pensai che le pecore e la campagna dovevano
aver riportato Gertrud ai tempi dell'infanzia
e della prima giovinezza, e che in realt io stavo parlando
con la contadinella di cui si era innamorato il
mio vecchio maestro. E cos sua figlia, per lei, aveva
preso il posto della madre, tanto che poteva persino,
quando Mene non vedeva, ingannarla con la scatola
segreta e il caff.
Avevo sentito molto parlare della parsimonia di
Alkmene. Nel corso di quei sedici anni, la ricchissima
donna della fattoria solitaria era diventata, nella zona,
una specie di mito, e la gente ne aveva un po' paura;
la credevano matta. Tutto ci che adesso vedevo
intorno a me confermava quelle dicerie. Mi resi conto,
allora, di quanto fossimo diventati tutti vecchi; il
mondo mi sembrava un posto infinitamente triste, e
mi ritrovai a domandarmi, con una certa amarezza,
ma anche un po' divertito, se Gertrud, con l'innocenza
e la solerzia della sua indole, non sarebbe riuscita
a trovare qualche lato buono e qualcosa da fare,
anche all'inferno.
Le domandai a che cosa sarebbe servito tutto il denaro
che mettevano da parte ogni mese. Gertrud liquid
la mia domanda con aria indulgente, come se
fossi un bambino. Per il mio povero padre sarebbe
stata una vera fortuna, se avesse avuto quel denaro
in banca, non credi anche tu? mi disse. Quando, dopo
un poco, tornai sull'argomento, si sent in dovere
di farmi una piccola predica : Il mondo  pieno
di pericoli, Vilhelm, mi disse e che cosa potremmo
trovarvi di meglio di quel duro, onesto lavoro al quale
il Signore ci ha destinati? Mai, mai dovremmo
dubitarne!.
Tuttavia, con la mia domanda, avevo toccato un
tasto sul quale forse anche lei, senza dir nulla, aveva
riflettuto. Divenne pensierosa, e dopo qualche momento
mi confid che Mene stava risparmiando anche
per il suo bene. Era buona con la sua mamma,
potevo esserne certo, ma era molto severa con se stessa.
Gertrud mi guard, e il viso tutto solcato da una
rete di rughe sottilissime le si contrasse. Per un attimo
due piccole lacrime resero pi splendenti i suoi
occhi. Mi prese la mano e me la strinse. E sai una cosa,
Vilhelm? mi disse. Pensa, non ha nemmeno la
camicia!.

Note.

1. Riferimento a Daniele, 5, 25 {N.d.T.}.
...
IL PESCE.

Nel riquadro della finestra che si apriva nel muro
spesso un braccio, si vedeva nitida una piccola stella
che splendeva nel pallido cielo della notte estiva. La
serenit di quella stella rendeva inquieto l'animo del
re; egli non riusciva a dormire.
Gli usignoli, che per tutta la sera avevano colmato
i boschi del loro canto prorompente ed estasiato,
intorno alla mezzanotte tacquero per qualche ora. Non
si udiva alcun suono. Ma dagli alberi che circondavano
il castello giungeva, attraverso la finestra aperta, il
profumo delle fronde fresche e roride, che portava
nell'alcova del re tutto il mondo silvestre. La mente
del sovrano si aggirava, libera e vagabonda, in quella
terra argentea; vide il cervo e il daino che giacevano
tranquilli fra i grossi tronchi, e nel pensiero,
senza arco n frecce, e senza il minimo desiderio di
uccidere, li avvicin. Qui, forse, stava brucando la
cerva bianca, che non era una vera cerva ma una fanciulla
dal sembiante di cerva e gli zoccoli d'oro. Pi
avanti, nel fitto della foresta, il drago dormiva in un
valloncello, col terribile collo squamoso nascosto sotto
l'ala, e la coda possente che frustava pian piano
l'erba umida.
L'animo del re era stranamente commosso e turbato;
non si era mai sentito cos forte, eppure era avvolto
dalla tristezza. Era come se la sua stessa forza gravasse
pesantemente su di lui, e lo opprimesse.
Molti pensieri si agitavano nella mente del re, e ora
gli torn il ricordo di come, dieci anni prima, appena
diciassettenne, avesse incontrato, nella citt di Ribe,
l'Ebreo Errante. Era stato Padre Anders, il suo confessore,
a informarlo che il criminale, quel vecchio
che aveva mille e duecento anni, era giunto a Ribe e
aveva cercato di lui. Ma quando il decrepito Aasvero,
avvolto nel caffettano nero, tutto curvo, bruno come
la terra, gli si era gettato ai piedi con la faccia al suolo,
quella terribile collera di cui era colmo il suo cuore
contro l'uomo che aveva schernito il Signore lo aveva
improvvisamente abbandonato; ed egli era rimasto
immobile a fissarlo, sopraffatto dallo stupore. Sei il
calzolaio di Gerusalemme? gli aveva domandato.
S, s, sono io aveva risposto l'ebreo, sospirando
profondamente. Un tempo facevo il calzolaio a Gerusalemme,
quella grande citt. Facevo scarpe e sandali
per i ricchi, e anche per i romani. Una volta feci
un paio di babbucce per la moglie di Ponzio Pilato,
il governatore; avevano le punte tutte tempestate di
crisopazi e di diamanti.
Ora il re torn a sentire, come se il tempo non fosse
trascorso e con la stessa intensit di quel giorno a Ribe,
l'infinita solitudine del vecchio Errabondo. Ma
quella notte tutto si era capovolto e gli appariva
reale in un senso nuovo: lui stesso era Aasvero. Quante
creature, da allora, erano morte intorno a lui! Prodi
cavalieri caduti in battaglia, amici allegri della sua
giovinezza scomparsi, belle dame... tutti, tutti si erano
dileguati, come motivi suonati su un liuto. Ricord
il buffone del vecchio re, col berretto pieno di campanelle,
e come saltasse tutto contento su e gi per il
tavolo mentre scimmiottava i grandi signori della Corte.
Ormai era morto da molti anni, ed erano molti
anni che il re non pensava a lui. Spesso aveva incontrato
lo sguardo del cervo braccato e sfinito, quando,
raggiuntolo, gli cacciava il coltello nel cuore e lo rigirava
nella ferita; dai limpidi occhi dell'animale sgorgavano
le lacrime. Ma il re non poteva dire, non sapeva,
se lui sarebbe mai morto.
Una lieve brezza, fuori, passava tra l'erba e sulle cime
degli alberi. Gli arazzi accanto alla finestra frusciavano
gentilmente; nell'oscurit lui non riusciva a
distinguere le figure degli uomini e degli animali che
vi erano intessute, ma sapeva che si muovevano come
se il loro corteo stesse avanzando lungo la parete.
I pensieri del re proseguivano il loro corso, e non
trovavano niente di cui rallegrarsi. Egli ricordava come,
in passato, il suo cuore fosse stato colmo di gioia
all'idea della caccia e delle danze, dei tornei, della
vendetta, dei suoi amici e delle donne. Lentamente
riand a tutte queste cose. Ma adesso, dove avrebbe dovuto
cercare il vino capace di farlo felice? Nessuna
creatura umana aveva il potere di mescerlo per lui.
Egli era solo nel suo regno di Danimarca come lo era
nel suo sonno, nei suoi sogni. Poco tempo prima aveva
combattuto una lunga e aspra guerra contro i suoi potenti
vassalli, e aveva gioito al pensiero della loro umiliazione;
non era certo stata l'estasi, il miele sulla lingua
che aveva assaporato in altri tempi, ma per lui si
trattava pur sempre di una partita che valeva la pena
di essere giocata. Ora, nel profondo, fresco, tacito abbraccio
della notte, davanti a quella stella argentea, le
prove di forza coi suoi sudditi, se le si poteva chiamare
cos, gli apparivano vani passatempi da ragazzo. Le
grandi energie dentro di lui esigevano imprese pi
possenti, e un compito pi vasto. Pens alle donne
della sua Corte, le dame dai colli di cigno, che danzavano
leggre nelle sale del suo castello. Gli piaceva
molto vederle danzare, e sentirle cantare; un tempo
aveva trovato diletto nei loro bei corpi, quando giacevano
nude tra le sue braccia, ma quella notte il suo
cuore non avrebbe trovato pace con nessuna di loro.
Il re soffriva per la propria anima, che egli non
riusciva a rallegrare. Quest'amore bruciante che provava
per la sua anima apparteneva alla sua giovinezza;
gli restituiva il ricordo di tante notti primaverili del
passato. A quei tempi non era stato che lo struggimento
di un adolescente; ora che conosceva il mondo
esso lo pervadeva tutto, come un aspro dolore. La sua
anima non aveva un solo amico su tutta la terra. Gli
altri esseri umani, i suoi contadini e i suoi baroni, i
suoi soldati e i suoi dotti, tutti costoro potevano incontrare
i loro pari, nei quali trovare consolazione e
gioia, ma chi avrebbe potuto confortare l'anima di un
re? Il re rivolse i suoi pensieri al Signore Iddio in cielo.
Doveva essere solo come lui, pi solo ancora, forse,
perch era un re pi grande di lui.
Torn a guardare la stella, cos alta, e pura come
un diamante. Ave Stella Maris, sospir Di mater
alma. Tra tutte le dame che avevano percorso le
vie della terra, soltanto la Vergine avrebbe capito e
apprezzato il suo cuore, e tenuto benignamente nel
giusto conto la sua adorazione.
Quel vecchio ebreo, rifletteva, doveva aver visto la
Vergine, e se lo avesse interrogato avrebbe potuto descrivergliela.
Lui pure, se fosse venuto al mondo tante
centinaia di anni prima, avrebbe potuto mettersi in
viaggio per la Terra Santa, e forse avrebbe visto Maria
coi propri occhi. Il giovane re di Danimarca sarebbe
stato, allora, un rivale del vecchio re dei cieli?
No, no, Signore sussurr. Avrei soltanto portato
il suo guanto sul mio elmo. Con la lancia resa impotente,
avrei soltanto fatto camminare il mio alto destriero
grigio, rivestito di maglia di ferro, accanto al
suo asino, su quella strada che portava in Egitto. Tu
stesso, dall'alto, mi avresti sorriso.
Come sarebbe potuta essere perfetta, pensava il re,
la comprensione tra il Signore e lui, come sarebbe
potuta essere soave e confortante la loro concordia,
se soltanto fossero stati soli sulla terra, senza nessun
altro essere umano che offuscasse il loro sentimento
con la vanit, l'ambizione e l'invidia. O Signore,
pens il re  tempo che mi distolga da loro, che mi
liberi di chiunque impedisca la felicit della mia anima.
Non voglio pensare pi a null'altro. Salver la
mia anima; la sentir di nuovo gioire.
In quell'istante fu come se nella notte estiva squillasse
una campana che lui solo poteva udire. Le ondate
di suono lo avvolsero come il mare avvolge l'uomo
che affoga. Il re si inginocchi sul letto e lev il
viso. Sapeva e capiva tutto. Vide che la sua solitudine
era la sua forza, perch lui era tutta la terra.
Il suono dilegu. Molto tempo dopo, mentre giaceva
immobile con le mani congiunte sul petto, il re
vide, dallo sbiancarsi del cielo, che il mattino non era
lontano. La stella che aveva contemplata all'inizio della
notte si era spostata verso l'alto, raggiungendo la
cornice della finestra. Un alito freddo percorreva il
mondo, ed egli si tir la coperta di seta fino al mento;
cadeva la rugiada. Ud i primi tre o quattro cinguetti
dello zigolo giallo sulla cima di un albero; ben presto
altri uccelli si sarebbero uniti a lui; e tra breve
avrebbe sentito il cuculo dai boschi. Il re cadde nel
sonno.
Al mattino, quando i valletti vennero a svegliarlo e
a vestirlo, pioveva. Destandosi, il re aveva nella mente
il vecchio schiavo sassone di suo padre, Granze. Forse
aveva sognato di lui nel leggero sopore al termine
della notte, ed era stato il suono della pioggia a suggerirgli
quel sogno, perch aveva ancora nelle orecchie
il fruscio delle onde che lambivano i ciottoli. Il
padre di questo vecchio schiavo era stato condotto in
Danimarca, dall'isola di Rugen, quand'era ancora
bambino, ed era stato il grande vescovo Assalonne in
persona a condurvelo. In tutta la sua vita egli non aveva
conosciuto nessuno della sua trib. Era vecchio
come il mare salso, ma per i sassoni, riflett il re, gli
anni non contavano come per i cristiani; essi vivevano
per sempre. Vent'anni prima quello schiavo era stato
il suo migliore amico. Passavano giornate intere sulla
riva del mare, e il sassone gli aveva insegnato a mettere
le nasse ed ad arpionare le anguille alla luce della
torcia. Ora non si vedevano da un pezzo. Ma lui sapeva
che il vecchio eremita era ancora vivo, e che abitava
in una capanna vicino al mare. Sarebbe andato
laggi, pens, e l'avrebbe rivisto. Granze era stato
il principio della sua vita, come lui lo ricordava; era
giusto che adesso, in quella vita, egli facesse un nuovo
ingresso. Il sassone conosceva molte cose ignote ai sudditi
danesi.
Tutti i pensieri della notte erano presenti nella
mente del re; egli era forte, sereno in cuor suo, e tranquillo.
Ma alla luce del giorno non si sofferm su
quei pensieri. Aveva smesso di meditare, e conosceva
la sua strada. S, lui stesso era la strada, la verit
e la vita.
Il re lasci che il suo valletto gli mettesse sulle
spalle il pesante mantello rosso e azzurro, dalle pieghe
sontuose, arabescato di foglie e di uccelli. Ma
mentre il paggio gli affibbiava gli speroni, fu portato
l'annuncio che il prete Sune Pedersen era appena arrivato
da Parigi. Al re questo parve di buon auspicio.
Volle vederlo subito. Sune Pedersen apparteneva alla
famiglia Hvide, un clan testardo, dal quale venivano
molti dei pi tenaci oppositori del re. Ma il re e
Sune, quand'erano bambini, avevano studiato insieme
l'alfabeto. Sune era pi piccolo del principe di mezzo
palmo, ma gli teneva testa nel tiro all'arco, nell'equitazione
e nella falconeria, ed era di mente acuta e
pronto ad apprendere. Era un amico leale coi suoi
amici, e non aveva paura di nulla. Da cinque anni
studiava a Parigi, e ogni tanto il re aveva avuto notizie
dei suoi progressi e delle brillanti prospettive che gli
si offrivano in quella citt.
Sune entr, con ancora indosso le nere vesti da
viaggio, per met da ecclesiastico e per met da cavaliere,
e pieg il ginocchio davanti al re, che per lo
fece alzare e lo baci sulle guance. Sune Pedersen era
un giovane prete elegante e schietto, dalle mani bianche.
Sapeva portar bene gli abiti; la bocca piccola,
fresca e rossa, era atteggiata ad un sorriso semplice e
gaio. Aveva una voce melodiosa, e parlava con la sua
solita spontaneit danese; ma ogni tanto infilava nel
discorso qualche parola francese. Esord complimentandosi
con il re perch aveva tanto abbellito le chiese
della Danimarca, e gli porse gli ossequi degli alti prelati
di Parigi. Aveva portato al re un dono di Matteo
di Vendme, una reliquia racchiusa in una croce d'oro
sbalzato, ma doveva consegnarglielo pi tardi, alla
presenza dei dignitari della Chiesa di Danimarca.
Mentre stavano conversando, venne il Primo Scrivano
del re, che gli consegn l'elenco dei gentiluomini
e dei prelati che aspettavano di vederlo. Il re scorse il
foglio con lo sguardo. Quelli erano gli uomini che
avevano turbato la pace della sua anima, e che si
erano opposti al volere del re di Danimarca. Perch
aveva consentito una cosa simile? Sent un lieve spasimo,
come se a un certo punto avesse abbandonato un
nobile destriero, lasciando che uno stalliere grossolano
lo montasse. Rimase per un poco assorto nei propri
pensieri. Quell'elenco catalogava una filza di orgogliose
teste danesi. Tuttavia si poteva farle piegare, e
potevano anche cadere. Restitu il foglio allo scrivano,
ordinandogli di annunciare che per quel giorno non
avrebbe ricevuto nessuno; stava per uscire a cavallo.
La regina mand il proprio ciambellano con un messaggio;
era sconvolta perch il suo cucciolo prediletto
stava male, e pregava il re di andare a vederlo. Egli
le fece rispondere che sarebbe andato l'indomani.
Il re invit Sune ad accompagnarlo. Sune aveva conosciuto
Granze, in passato, e sorrise al ricordo. Sorrise
anche il re. I ricordi che aveva in comune con
Sune, pens, erano tutti vividi, come se una luce li
illuminasse; quelli che riguardavano il sassone appartenevano
a giorni pi lontani, quando lui a malapena
era consapevole di se stesso o del mondo. Si muovevano
debolmente nell'oscurit, e odoravano di alghe e di
molluschi. Il sorriso gli rimase sul volto, mentre lui
continuava a far vagare i propri pensieri. Se avesse
dovuto condannare a morte uno dei due, quale testa
sarebbe dovuta cadere - il vecchio e bruno cranio
rugoso, o questa giovane testa elegantemente tonsurata?
Domand a Sune se dovesse procurargli una cavalcatura
tranquilla. Sune rispose che si sentiva ancora
in grado di montare qualunque cavallo delle
scuderie reali. Ma aveva portato con s dei cavalli
freschi. Non veniva direttamente dalla Francia;
prima si era recato nello Jutland per visitare i suoi congiunti.
Il re si accigli, poi torn a sorridere. Poco
dopo il re e Sune attraversarono sui loro cavalli il cortile
del castello e uscirono dall'androne; la sentinella
sul cammino di ronda fece squillare il corno. Dietro
di loro galoppavano tre staffieri, il servo di Sune ed un
paggio addetto ai cani, e il re lasci che il suo segugio
preferito, una femmina, Blanzeflor, corresse accanto
alla sua staffa.
Attraversarono la foresta. Nei boschi inzuppati di
pioggia, le giovani foglie erano ancora tnere e flosce,
seriche, sembravano pi petali che foglie, e nell'aria
balsamica della foresta erano pendule come alghe nell'acqua
profonda. Sotto gli alberi frondosi il sentiero
era colmo di una luminosit traslucida, e dell'acuta,
amara fragranza del fogliame e dei fiori sbocciati sugli
aceri e sui pioppi. Sotto la pioggia sottile gli uccelli
cantavano in ogni dove; al loro passaggio la palombella
tubava sui rami pi alti. Tutt'a un tratto una volpe
attravers davanti a loro la strada tortuosa, si ferm
un attimo a fissare i cavalieri, la coda a terra, poi guizz
via, come una fiammella rossa si spense tra le felci
stillanti.
Il re domand a Sune Pedersen come si vivesse a
Parigi, e Sune, in tono gaio, si diffuse a parlargliene.
Lo splendore dell'universit, disse, forse non era pi
lo stesso di cent'anni prima, ai tempi di Abelardo e
di Pietro di Lombardia, ma il loro spirito aleggiava
ancora su di essa, e se ne irradiava. Finch non si era
stati a Parigi, continu, non si poteva sapere che cosa
significasse camminare nella luce, illuminati dalle
scienze e dalle arti. E l'indipendenza dell'universit
era stata inoltre confermata, di recente, dalla bolla
papale Parens Scientiarum. Poi prese a parlare del re
di Francia e della sua Corte. Re Filippo era un formidabile
cacciatore. Lo stesso Sune, con un giovane sacerdote
suo amico, un nobile inglese, era stato al castello
reale di St. Germain e aveva assistito a una caccia.
Descrisse per filo e per segno la battuta, i cavalli
e i segugi. E le dame francesi, disse, in sella erano ardite
quanto gli uomini. Era vero, domand il re, ci
che si diceva a proposito dell'avvenenza di quelle
dame di Francia? S, rispose Sune, fin dove poteva
giudicare un ecclesiastico, erano belle, nobili, devote
e colte, soavi come dolci melodie nel loro modo di
parlare e di muoversi. Sopra tutte loro splendeva la
giovane regina Maria di Brabante, un candido giglio.
Aveva molto ascendente sul re suo marito e, come tutti
speravano, sarebbe riuscita ad abbattere lo scandaloso
potere di Pierre la Brosse, al quale il re profondeva
feudi ed onori. Pierre lo ripagava molto malamente,
perch a detta di tutti aveva tentato di avvelenare
il giovane principe Luigi, suo primogenito.
Cos va il mondo comment il re. Ammesso
che la lealt esista,  ben raro che possa trovarla un
re. S,  proprio vero, mio signore disse Sune.
Quale lealt pu trovare il re di Francia, fintanto
che antepone uno schiavo, il barbiere di suo padre, ai
suoi vassalli per diritto di nascita?.
Poi Sune torn a parlare delle chiese di Parigi. Descrisse
al re la Santa Cappella fatta costruire da re
Luigi. Era veramente santa e splendida, come il paradiso.
Mentre parlava, si sent pervadere da un senso
di tristezza. Interruppe il suo racconto e continu a
cavalcare in silenzio. Questo verde bosco del Seeland,
quante volte l'aveva visto nei suoi sogni, e giudicato
pi incantevole di tutte le cattedrali di Francia!
Eppure, adesso che ancora una volta vi si stava inoltrando,
sotto quella finissima pioggia, il suo cuore ebbe
come un presentimento; egli desider con tutta l'anima
Parigi, e qualcosa che qui non c'era. Ripet :
Come il paradiso.
Ditemi, Sune, domand il re  per Volere del
Signore che gli esseri umani non riescono ad essere
felici, ma devono sempre struggersi per le cose che
non hanno, e che forse non esistono? Le bestie e gli
uccelli vivono serenamente su questa terra. E dunque,
 mai possibile che essa non sia abbastanza buona per
le creature umane che Iddio vi ha poste: i contadini
che si lamentano della loro sorte crudele, i nobili signori,
che non si contentano mai di ci che hanno, e i
giovani preti, che nelle verdi foreste rimpiangono il
paradiso? Non potrebbe l'uomo - o almeno, alla fine,
un uomo tra tutti - essere in tale concordia col Signore
da potergli dire: "Io ho risolto l'enigma di questa
nostra vita. Ho fatto mia la terra, e sono felice con
essa"?.
Mio signore, rispose Sune, e intanto batteva la
mano aperta sul collo del suo cavallo questo  l'eterno
lamento del genere umano. Da migliaia di anni gli
uomini si sono lamentati col Dio dei cieli: "Tu hai
creato la terra, o Signore, e hai creato l'uomo, ma non
sai che cosa voglia dire essere uno di noi. Non riusciamo
a conciliare le condizioni della terra con la natura
dei nostri cuori, quali tu stesso li hai plasmati dentro
di noi. Qui non troviamo n la pace, n la giustizia,
n la felicit che tanto desideriamo.  un contrasto
senza fine, e non possiamo pi sopportarlo. Rivelaci,
se non altro, che cosa hai in animo di fare del mondo
e di noi stessi, rivelaci la soluzione dell'enigma di
questa vita". Il lamento giunse all'orecchio del Signore,
ed Egli, dopo averlo ponderato ben bene,
domand ai suoi buoni angeli, che hanno l'incarico di
aggirarsi dappertutto per osservare quel che fanno gli
uomini: "Per il mio popolo della terra la vita  davvero
dura come vogliono farmi credere?". Gli angeli
risposero: "Eh, s, per il tuo popolo della terra  dura
davvero!". Il Signore pens: "Su quel che dicono i
servi non c' da fare affidamento. Ma l'uomo mi ispira
compassione. Andr laggi io stesso per vedere come
stanno le cose". E Dio si fece a immagine e somiglianza
dell'uomo, e scese sulla terra. I buoni angeli ne
furono tutti contenti, e si dicevano l'un l'altro:
"Guarda, il Signore si  impietosito. Adesso finalmente
insegner a quei poveri mortali ignoranti e stupidi
come si fa, anche laggi, ad essere fortunati, felici e in
armonia come lo siamo noi quass in cielo. Adesso,
nel percorrere le strade della terra, non vedremo pi
lacrime". Trascorsero trentatr anni, che per gli abitanti
del paradiso non sono pi di un'ora. E il Signore
torn sul suo trono, e chiam gli angeli intorno a
s. Essi accorsero in volo da tutti i punti cardinali,
vogliosi di notizie. Il Signore pareva pi giovane di
quanto fosse mai apparso loro, risplendente e grave;
quando alz la mano per parlare, gli angeli videro che
aveva il palmo trafitto. "Eccomi di ritorno dalla terra,
miei buoni angeli", disse "e adesso conosco le condizioni
e i costumi degli uomini; nessuno li conosce
meglio di me. Ho avuto compassione degli uomini, e
ho deciso di aiutarli. Non mi sono dato pace finch
non ho mantenuto la mia promessa. Ora ho riconciliato
il cuore dell'uomo con le condizioni della terra.
Ho insegnato a quella povera e stolta creatura come
si fa ad essere ingiuriati e perseguitati; le ho insegnato
come ci si fa staffilare e sputare addosso; le ho
insegnato come si fa ad essere crocifissi. Ho dato all'uomo
la soluzione dell'enigma, come mi aveva chiesto;
gli ho affidato la sua salvezza".
Sulle prime il re, che cavalcava tutto assorto nei
suoi pensieri, non aveva ascoltato. Man mano che
Sune procedeva nel suo racconto, per, aveva finito
col prestargli un ascolto distratto, e aveva riso in
cuor suo. Non invano, pens, Sune era andato a far
visita ai propri congiunti, i suoi grandi vassalli di
Mollerup e di Hald: il giovane, piccolo religioso, il
suo compagno di studi, voleva dimostrare al re di Danimarca
che l'umilt  una virt divina. Cos si comportano
gli amici: cavalcano al tuo fianco, ma con i
propri disegni chiusi nel cuore. La voce di Sune, per,
intanto che parlava, era soavemente modulata,
controllata e melliflua, gradevole all'orecchio del re. Egli
pens: No, non far del male a Sune. Anzi, non permetter
che torni a Parigi, lo terr qui con me, perch
possa raccontarmi queste storie che non odo da nessun
altro. Li terr con me tutti e due, lui e Granze, e
mi serviranno entrambi.
Tuttavia, disse con aria pensierosa il re non appena
Sune ebbe concluso il suo discorso secondo me
il Signore non si  prodigato abbastanza per la condizione
dell'uomo. Perch ha frequentato soltanto i falegnami
e i pescatori? Dal momento che era venuto
quaggi, avrebbe potuto provare come vive un grande
signore, o addirittura un re. Non si pu certo dire che
abbia una conoscenza approfondita della terra, dal
momento che non  montato a cavallo. Possibile che
a quel tempo Egli abbia dimenticato d'essere stato
Lui stesso a creare il cavallo, il cervo, la spada, la musica
soave, la seta?.
Via via che si erano inoltrati nel bosco, gli alberi si
erano fatti pi bassi e pi radi intorno a loro; le querce
e gli aceri avevano lasciato il posto alle sottili betulle
piegate dal vento. Qua e l nelle radure cresceva
l'erica, e la strada fin col trasformarsi in un sentiero
sabbioso. Era cessato di piovere. Giunsero sul limitare
del bosco e avanzarono a piccolo galoppo in una
distesa d'erba su cui si ergevano, sparsi, alcuni nodosi
alberi di acacia. Due corvi, che zampettavano tranquilli
nell'erba corta, spiccarono il volo davanti ai
cavalieri. Una fila di piccole dune irregolari si snodava
davanti a loro; essi galopparono in quella direzione,
e finalmente scorsero il mare.
Il re tir le redini del suo cavallo e guard l'orizzonte.
L'ampio, salmastro, umido respiro del mare gli
sfior il viso e lo avvolse tutto. Era ricolmo dell'odore
aspro delle alghe; egli se ne riemp i polmoni, e si
domand perch mai da tanto tempo non fosse pi
venuto in quel luogo. Per qualche istante non ebbe
altro pensiero che il mare.
La giornata era grigia, ma il mondo era colmo,
come una campana di vetro, di una vaga luce indistinta,
e dell'incessante, melodiosa voce del mare: un possente,
cupo scroscio dalle profondit lontane - stranamente
irreale in quel giorno senza vento, ma in
precedenza c'era stato per tre o quattro giorni un
tempo di burrasca - un lieve ciangottio sulla riva,
dove le onde si rompevano contro le rocce e la ghiaia.
Erano questi i suoni che il re aveva udito nel suo sogno.
Lungo tutto l'orizzonte il cielo e il mare giocavano
insieme, oscillanti e ingannevoli. Verso occidente
il mare era color piombo, pi scuro del cielo;
a oriente era pi chiaro dell'aria, madreperlaceo, come
uno specchio luminoso. Ma al nord il mare ed il
cielo si congiungevano senza traccia di divisione, e diventavano
l'universo, lo spazio insondabile. Lontanissima,
la luce del sole filtrava attraverso le nuvole
amorfe e cieche, e dove toccava il mare, la sua superficie
sfavillava come l'argento, quasi innumerevoli
banchi di pesci guizzassero sull'acqua. Al largo sul
mare, uno stormo di cigni selvatici tracciava una linea
bianca, come un perlaceo cuneo che rompesse l'aria
attraverso il panorama pallido.
Uno degli uomini del re doveva indicargli la capanna
dello schiavo, ma essa era piccola e aveva lo
stesso colore della spiaggia. Egli riusc a individuarla
soltanto dal sottile filo di fumo azzurrognolo che si
levava dal suo tetto a cono. Davanti alla capanna c'era
la barca di Granze, una barca corta, larga, scura, e
mentre sorpassavano le dune videro il proprietario
di tutto questo, Granze in persona, nell'acqua fino alle
ginocchia, che avanzava a fatica verso la riva trascinandosi
dietro un grosso peso, un pesce enorme che
aveva appena catturato. Quando vide i cavalieri che
gli venivano incontro, il vecchio schiavo si ferm e si
fece ombra con la mano per fissarli, poi torn ad occuparsi
della sua preda. Si era rimboccata intorno alla
vita la sua tunica di pelle di capra, e i giovanotti
non riuscirono a trattenere il riso nel vederlo, tanto
poco umana era la sua scura, deforme nudit. Finalmente
tocc la riva, irsuto, coi piedi piatti, sbuff
come una foca e depose sulla sabbia il pesce enorme
che trascinava; poi si lasci ricadere la tunica sulle
gambe. Rimase immobile ed attese i visitatori. Mentre
stavano avvicinandoglisi, il cavallo di Sune spicc un
piccolo galoppo e precedette il cavallo del re.
Granze non guard il re, ma pose la mano sul piede di
Sune.
Sei proprio tu a venire qui, Sune, congiunto di
Assalonne? disse. Credevo che fossi morto. No,
non sono ancora morto, per grazia di Dio disse Sune
sorridendo, e plac il cavallo. Granze lo fissava. Ma
c' mancato molto poco, sette lune fa disse. S, 
vero disse Sune facendosi serio. Granze tacque un
momento, poi ridacchi. Una donna ti aveva preparato
uno squisito manicaretto, disse ridendo condito
col veleno per i topi. Ti aveva preso per un topo,
piccolo Sune? Se i topi se ne restassero nelle tane
che Dio ha fatte per loro, la gente non li avvelenerebbe.
Sune era impallidito. Sedeva in sella senza
dire una parola.
Il re avvicin il cavallo al suo vecchio schiavo. La
sua veste, l'elsa della spada e la gualdrappa scintillavano
d'oro. Non mi riconosci, Granze, figlio di Gnemer?
domand allo schiavo. S, ti riconosco, principe
Erik, disse il sassone in tono solenne bench
tu sia pi pallido dell'ultima volta. Ti ho riconosciuto
non appena sei comparso in cima alla duna. A
lungo fiss il re dritto in volto. Salute a te, grid
poi tu sei il benvenuto, signore, quando onori il
leale e fedele schiavo di tuo padre venendo a trovarlo.
Venite, bevete con Granze. Vi far bere lo stesso
squisito infuso che avete bevuto l'altra volta, e forse
anche migliore. E nelle prime ore di stamane ho catturato
un grosso pesce. Lo cuocer per voi. In casa sto
affumicando il pesce, ma per voi accender il fuoco
qui fuori, sulle pietre. Sedetevi e mangiate con Granze
ancora una volta.
Entr nella sua capanna e ne usc poco dopo portando
sulla spalla una pelle di capra, nera e ben ricolma.
Richiama il tuo segugio, padrone grid,
mentre la cagna lo seguiva e gli fiutava le gambe, e lui
saltellava da un piede all'altro, come se stesse attraversando
una pozza d'acqua.  bella, e molto forte.
Questa s che ti aiuta, se vai a caccia di cervi. Ma ai
cani dei signori gli schiavi non piacciono. Alz la
pelle nera e unta verso il re, ancora seduto in arcione.
Bevi gli disse. Il re aveva dimenticato la bevanda
fermentata che aveva bevuta tanto tempo prima
nella capanna del sassone. Ora il suo sapore gli
rievoc subito tutta una serie di immagini di Granze
che farfugliava e ballava sotto il suo effetto. Essa gli
bruci la lingua e gli diffuse nelle vene un soave appagamento.
Granze porse l'otre a Sune, poi se ne port
alla bocca il beccuccio, butt all'indietro la testa
e vuot la pelle. Ora siamo amici disse. Ora possiamo
anche sognare e progettare piani diversi, ma
uguale sar la nostra orina.
Il re aveva avuto in animo di interrogare Granze
sull'avvenire, ma ora non gli parve pi necessario.
Aveva l'impressione che lui e Granze fossero affini,
pi che chiunque altro sulla terra - lo schiavo che era
stato strappato alla sua terra e non aveva mai pi visto
la sua gente, e il re, che non trovava eguali intorno a
s. Erano pi soli di tutti gli altri, ma anche pi saggi;
i segreti poteri del mondo li riconoscevano e si
piegavano al loro volere.
Qui sei un uomo potente, Granze, disse e fin
dove puoi spaziare con lo sguardo il mondo  tuo. In
certo qual modo sei un vero santo, come gli eremiti
che si ritirano nel deserto, come l'uomo che ristava
sulla colonna per adorare Dio. Solo che tu non servi
il Signore Iddio, ma i vecchi, neri simulacri di legno
che tieni nella tua capanna, e che io ricordo molto
bene.
No, no disse Granze in fretta, e con lo sguardo
cerc l'aiuto di Sune. Granze  stato battezzato,
Granze ha ricevuto gli insegnamenti e non ha dimenticato
nulla. So di colei che ha partorito, eppure  rimasta
vergine, come le tue finestre di vetro che il sole
attraversa e non rompe. E so anche dell'uomo che fu
inghiottito e poi vomitato dal pesce. Guarda! grid,
e con aria solenne si fece il segno della croce. Sune
disse in latino: Anche se tu pestassi uno stolto tra i
chicchi di grano in un mortaio, la sua stoltezza non lo
abbandonerebbe.
Sune balz gi dal cavallo e resse la staffa al re. Gli
uomini del re smontarono a loro volta, e portarono
via i cavalli. Il paggio del re stese un mantello sulle
rocce perch lui vi si sedesse.
Granze port del fuoco in un bacile, della carbonella
e un lungo spiedo. Si accoccol sulla sabbia e
prepar il fuoco con grande cura e abilit, e intanto,
attraverso il fumo, continuava ad osservare i suoi ospiti.
Sollev un pezzo di torba nera, dura e appiccicosa, e
disse: Questo era un albero che cresceva nella terra
quando qui intorno non c'era ancora una gallina che
deponesse un uovo.  passato molto, molto tempo,
disse il re e io non ricordo quell'albero.
No, al tuo posto non lo ricorderei nemmeno io
disse Granze. Ma per noi sassoni  diverso. Quel che
 accaduto al padre di nostro padre, e a quei vecchi
che erano gi polvere quando sua madre lo allattava,
noi lo abbiamo impresso qui nella nostra mente; e lo
ricordiamo in qualunque momento. Anche voi avete
nel sangue i desideri e le paure dei vostri padri, ma
non avete la loro sapienza; essi non avevano capito
in che modo trasmetterla al figlio quando lo generavano.
Ecco perch ognuno di voi deve ricominciare
tutto daccapo, sin dal principio, come un topo appena
nato che annaspi nel buio.
In quei giorni lontani, raccont erano vive
molte cose che ora sono inanimate. I vecchi ceppi marciti
che il musco ricopre nella foresta e nelle paludi
erano in grado di parlare. Io non li ho uditi, ma una
notte, mentre percorrevo il sentiero, ne ho sentito uno
che russava nel sonno. Nelle notti di plenilunio, le
grosse pietre che stanno sul fondo del mare venivano
sulla spiaggia, tutte lustre d'acqua, frangiate d'alghe
e di molluschi; facevano una gara di corsa lungo la
riva, e poi si accoppiavano.
Gli uomini furono costretti ad abbattere gli alberi
dei grandi boschi per procurarsi la terra da coltivare.
Ah, era un lavoro duro, quello! Queste mie due
mani non l'hanno fatto, eppure ne sono tutte segnate;
e la mia mente non dovrebbe esserne segnata anch'essa?
I boscaioli si fecero un basso rifugio nel quale dormire,
accanto alle radici di un alto abete, ed erano
stanchissimi; di notte diventarono minuscoli come topolini
intorno al loro focherello. Poi venne la bufera,
ristette sulla cima dell'abete e cant: "Campi di neve,
campi di pietre, terra desolata, grigi marosi galoppanti.
Il mondo  tanto vasto,  senza fine!". Il canto scivol
gi lungo il tronco dell'abete e gemette: "Sono
sazio di fuggire, non ne posso pi di lontananza, sono
stanco, stanco di vagabondare. Quando finir la mia
corsa?". E tutt'a un tratto la stessa bufera scivol gi
lungo il tronco, cacci la testa nella capanna e grid :
"Ehi, voi, omuncoli! Topi che non siete altro, pidocchi,
con un solo mio soffio potrei disperdervi sull'immenso
e gelido oceano. Che fine fareste, allora?", e
sbuff cenere e fumo sui loro visi e scomparve.
Il re se ne stava seduto col mento sulla mano, e lo
sguardo perduto sull'acqua. Si era tolto il berretto, i
suoi lunghi capelli castani ricadevano sulla catena
d'oro che portava al collo. La spiaggia si prolungava
da una parte e dall'altra, bianca come ossa calcinate,
disseminata di conchiglie. Qui non cresceva nulla;
qui la terra aveva cessato di vivere e di generare;
tutto era nobilmente sterile e desolato. Era la fine del
mondo, e il suo principio. Egli pens alle navi che
nel corso dei secoli erano partite dalle coste della Danimarca.
Avevano issato vele robuste, le loro tolde
scintillavano di lance e di spade. Da qui re Canuto
aveva veleggiato verso l'Inghilterra e Valdemaro verso
l'Estonia; e il vescovo Assalonne aveva fatto partire
le sue navi per castigare i pirati sassoni. Quei canali
avevano condotto a grandi battaglie e a grandi conquiste.
I trionfi su uomini e nazioni erano stati nobili
imprese. Tuttavia, erano ormai cose morte e sepolte.
I re, i suoi antenati, erano morti e perfino dimenticati,
e nel mormorio delle onde c'era qualcosa di pi
che un peana: c'era un corso senza fine, l'infinito
stesso. Forse il paradiso di cui aveva parlato Sune cominciava
dove il mare ed il cielo si congiungevano davanti
a lui.
La faccia di Granze era diventata color mattone per
il troppo bere. Egli disse al re: Ora ti spiego perch
quando ti ho visto apparire ho avuto paura di parlarti.
Mentre percorrevi le dune avevi un alone luminoso
intorno al capo, come quello che hanno le tue
immagini sacre. Da dove ti  venuto?.
Adesso il fuoco bruciava con vigore. Granze se ne
allontan un istante per andare a prendere il grosso
pesce. Cacci le sue grosse dita sotto le branchie e lo
sollev davanti a s. Il pesce era lungo quasi quanto il
suo corpo tarchiato. Un pesce per un grande signore,
disse per coloro che hanno un cerchio luminoso
intorno al capo. Ha fatto un bel po' di strada per
incontrarti. Prese un coltello e lo nett sulla propria
tunica. Posato il pesce sulla sabbia, lo apr per il
lungo e immerse le mani nello squarcio per estrarre le
interiora.
Sune disse al re: Guardate, mio signore. Il sassone
non ha davvero dimenticato gli usi dei suoi padri.
Sono sicuro che i sacerdoti di Swantewit facevano i
loro sacrifici umani proprio allo stesso modo. Ora 
felice. C' qualcosa di strano soggiunse negli esseri
umani e nelle cose che li rendono felici. Pu essere
il cibo, o il sangue, o la vista dei loro figli. O anche
il ballo, per le donne.
Su quella riva aperta, la voce di Sune non aveva pi
quel suono armonioso che aveva avuto quando egli
era nella stanza del re. C'era in essa una nota tremula,
impaziente, come nella voce ineguale di un ragazzo.
Granze, reso ardito dal suo liquore, gli ricambi il
sorriso.
Tutt'a un tratto lo schiavo interruppe il suo lavoro
e rimase immobile; il suo viso si fece ottuso e inespressivo.
Trasse fuori la mano destra, tutta rossa, la sollev
e rimase a fissarla. Ci sput sopra, se la pul sulla
tunica, e torn a guardare.
Ohi proruppe sorpreso, con la voce cupa come
quella di un toro. Il pesce ha un regalo nel ventre.
Ti ha portato un anello attraverso le profondit del
mare. Non  dunque vero che Granze ti ha pescato il
pesce giusto?. Torn a sputarsi sulle dita e se le strofin
con cura sulla tunica di pelle di capra.
Sune accorse accanto a lui per prendere l'anello;
pieg un ginocchio davanti al re, e glielo porse.
Evviva, re di Danimarca grid. Anche gli elementi vi
giurano fedelt. Vi portano i loro tesori, come un tempo
li portarono a re Policrate.
Il re si tolse il guanto ricamato, e lasci che Sune gli
infilasse l'anello al dito. Ho dimenticato gli insegnamenti
dei nostri giorni di scuola disse. Com' la
storia di re Policrate?.
Policrate disse Sune era il re di Samo, ed era
famoso per la sua fortuna. Quando propose un'alleanza
ad Amadis, re dell'Egitto, quest'ultimo, allarmato
dalla prosperit di Policrate, mise come condizione
che egli la rendesse meno sfarzosa rinunciando a qualcuno
dei suoi tesori. Cos Policrate gett in mare un
anello a sigillo, il pi splendido dei suoi gioielli. Ma
l'indomani ebbe in dono un grosso pesce, e nel suo
ventre fu trovato l'anello. Quando Amadis venne a
saperlo, rifiut qualunque alleanza con re Policrate.
E che ne fu di re Policrate? domand il re.
Dopo qualche tempo continu Sune Policrate
and a far visita a Oronte, il governatore di Magnesia.
Sua figlia, avvertita da un sogno, l'aveva scongiurato
di non andare, ma lui non volle darle ascolto.
E poi? domand il re. Sune disse : A Magnesia
re Policrate fu ucciso.
Ma io disse il re dopo un momento non ho
accettato di sacrificare al fato, di mettere un freno alla
mia fortuna. No, disse Sune, sorridendo il vostro
anello  un dono che il destino vi fa spontaneamente;
esso vi si sottomette di sua iniziativa. Quando
nei libri si scriver di voi, la vostra sar una storia
tutta diversa. Allora ditemi, insistette il re in
nome dell'amicizia che avevate per me da bambino,
che significato date voi a questo episodio?. Mio
signore, disse Sune in tono grave io so una cosa
soltanto: che gli eventi traggono il loro significato
dallo stato d'animo degli uomini a cui accadono, e che
agli occhi di due uomini nessun evento  il medesimo.
Voi siete il mio re ed il mio sovrano, ma non siete un
mio penitente. E io non conosco l'animo vostro.
Il re rimase qualche poco in silenzio. Quando
Granze ha trovato l'anello e si  messo a gridare disse
poi stavo pensando a re Canuto di Danimarca. Voi
non dimenticate mai nessuna storia, Sune. Ricorderete
dunque che il mare non obbed a re Canuto,
quando lui gli diede un ordine. S, conosco quella
storia, mio signore disse Sune. Fu re Canuto
stesso a provocare l'incidente, per svergognare i suoi
adulatori e i suoi falsi servi, e mai fu cos grande re
come in quel momento. Infatti disse il re. Ma
se il mare gli avesse obbedito? Se gli avesse obbedito,
Sune?.
Ci fu un lungo silenzio.
Egli sollev la mano. La pietra di quest'anello
disse  azzurra come il mare. E tese la mano verso
Sune per mostrargliela.
Sune sollev con rispetto le dita del re, ma poi rimase
immobile a fissarle, cos a lungo che il re fin col
domandargli: Che cosa state guardando?. Sune
lasci la mano del re, e ritrasse la propria. Com'
vero che Dio esiste, mio signore, disse con voce sommessa
ma limpida questa  una cosa cos strana che
quasi mi manca il coraggio di parlarvene. L'ultima
volta che ho visto un anello come questo, era sulla
mano di una mia parente, la moglie del vostro Gran
Conestabile Stig Andersen. Sulla sua mano?
disse il re. S, conferm Sune in fede mia, sulla sua
mano destra. E qual  il suo nome? volle sapere
il re. Ingeborg rispose Sune.
Ma com' possibile? domand il re. Questo
non lo so, mio signore rispose Sune. Ero ospite di
suo marito a Mallerup, nella regione di Mols, pochissimo
tempo fa, sar una settimana, non appena
giunto dalla Francia. Siamo andati insieme in barca
sino a un'isoletta, Hielm, non lontana dalla costa,
che appartiene a suo marito. Era una giornata serena,
piena di sole, il mare era azzurro, e Ingeborg teneva
la mano immersa nell'acqua. Le sue dita erano sottili
e levigate; l'anello le stava largo, e io le dissi di
badare a non perderlo nell'acqua, perch, le dissi, non
ne avrebbe trovato un altro uguale. Il re guard
l'anello e sorrise. Sicch il pesce di Granze disse
ha traversato il mare fin dalla regione di Mols.
Dopo un poco disse : Ho molto sentito parlare
dell'avvenenza della vostra congiunta, ma non l'ho mai
vista di persona.  davvero cos bella?. S,  davvero
molto bella rispose Sune.
Con gli occhi della mente il re vide la barca sull'acqua
azzurra, sospinta da una brezza gagliarda, con a
bordo il giovane prete tutto nero e la bella dama,
vestita di seta e d'oro, con le dita candide che giocavano
tra le onde, e sotto di loro, il grande pesce che
nuotava nell'ombra color azzurro cupo della chiglia.
Perch avete detto alla vostra congiunta che non ne
avrebbe trovato un altro uguale? domand a Sune.
L'altro rise. Mio signore, disse conosco la mia
parente da quando era bambina. Le ho insegnato a
giocare a scacchi e a sonare il liuto, e abbiamo scherzato
insieme molte volte. Le ho detto, per gioco, che
doveva avere molta cura del suo anello, perch non
avrebbe trovato un'altra pietra azzurra che fosse cos
simile ai suoi occhi. Il re disse: La dama 
stata di una cortesia squisita, a mandarmi il suo anello
per tramite del pesce. Lo porter sino al giorno in
cui mi si offrir l'occasione di renderglielo.
 strano disse dopo un momento; quando le
donne molto belle portano dei gioielli, questi si accordano
sempre con qualche particolare del loro viso
o del loro corpo. Le perle sembrano soltanto un'altra
espressione della bellezza del loro collo o del loro seno,
i rubini e i granati delle loro labbra, delle punte
delle dita e dei capezzoli. E questa pietra azzurra, voi
mi dite,  come gli occhi della dama.
Granze era tornato al suo fuoco, ma di l aveva tenuto
d'occhio il dialogo tra i due, passando lo sguardo
dal viso dell'uno a quello dell'altro. Grid al re:
Ora il pesce ha nuotato, ed  stato preso, ora  cotto
e pronto per essere servito. Non ti resta che mangiarlo;
ecco qui il tuo pasto.

. . .

Re Erik di Danimarca, detto Glipping, fu assassinato
da un gruppo di vassalli ribelli nel granaio di
Finnerup, nell'anno 1286. Secondo la tradizione e le
antiche ballate, gli assassini erano capeggiati dal Gran
Conestabile, Stig Andersen Hvide, che uccise re Erik
per vendetta, perch il sovrano gli aveva sedotto la
moglie, Ingeborg.
...
PETER E ROSA.

Un anno -  passato un secolo da allora - in Danimarca
la primavera giunse in ritardo. Negli ultimi
giorni di marzo, il Sund era gelato e impraticabile
dalla costa danese a quella svedese. Seppure nei campi
e sulle strade la neve si scioglieva un po' durante
il giorno, nel corso della notte tornava a gelare; la
terra e l'aria erano ugualmente senza speranza e senza
misericordia.
Poi, dopo una settimana di nebbia fredda e umida,
una notte cominci a piovere. Il cielo duro e inesorabile
sopra il morto paesaggio si ruppe, si dissolse in
vita scrosciante e divenne tutt'uno col terreno. Si sentiva
echeggiare dovunque il mormorio incessante della
pioggia che cadeva; and crescendo via via e si trasform
in un canto. Il mondo, sotto quell'acqua, si
diede una scrollata; tutto, nell'ombra, cominci a respirare.
Ancora una volta fu annunciato ai monti e
alle valli, ai boschi e ai ruscelli imprigionati : Tu
tornerai a vivere.
Nella casa del parroco di Sllerod il figlio di una
sua sorella, il quindicenne Peter Kbke, se ne stava
seduto al tavolo e leggeva a lume di candela i Padri
della Chiesa, quando, nel fruscio della pioggia, il suo
orecchio colse un suono diverso; subito lasci il libro
e and ad aprire la finestra. Come si fece forte il
rumore della pioggia, allora! Ma egli tese l'orecchio
alle altre, magiche voci che colmavano la notte.
Venivano dall'alto, dall'etere stesso, e Peter alz il volto
verso di esse. La notte era buia, ma quella non era
pi la tenebra invernale; era impregnata di luminosit,
e quando lui la interrog, essa rispose. E sul suo
capo risonava la musica della vita vagabonda dei cieli.
Lass cantavano migliaia d'ali; suonavano limpidi
flauti; e pi su ancora, molto pi su del suo capo,
c'era uno scambio di melodiosi segnali. Erano gli uccelli
migratori che partivano per il nord.
Egli si sofferm a lungo a pensare a loro; li vide
passare ad uno ad uno davanti agli occhi della sua
mente. Ecco i lunghi stormi a forma di cuneo delle
oche selvatiche, le frotte di germani reali e di alzavole,
seguiti dalle volpoche, di cui si aspetta l'arrivo
nelle tarde, calde sere di agosto. Tutti i piaceri dell'estate
attraversavano il cielo; quella notte si metteva
in moto una migrazione di speranza e di gioia, una
possente promessa, che si dispiegava in molte voci.
Peter era un cacciatore appassionato, e il suo vecchio
fucile era la cosa pi cara che possedesse; la sua
anima sal sino al cielo per incontrarsi con l'anima degli
uccelli selvatici. Lui sapeva bene che cosa c'era nei
loro cuori. Ora gridavano: A nord! a nord!.
Trafiggevano la pioggia danese coi loro colli protesi, la
sentivano battere nei loro piccoli e limpidi occhi. Si
affrettavano verso l'estate nordica di gioco e di mutamento,
dove il sole e la pioggia si spartivano l'immensa
volta del cielo; andavano verso gli innumerevoli,
limpidi laghi senza nome e le bianche notti estive
del nord. Andavano di furia, impazienti di combattere
e di fare all'amore. Ancora pi in alto, nelle
soffitte del mondo, grandi stormi di quaglie, di tordi
e di beccaccini stavano migrando. Sulla sua testa passava
una cos enorme fiumana di desiderio, diretta
verso la sua meta, che Peter, ancorato gi al suolo, si
sent dolere tutte le membra. Per un lungo tratto vol
con le oche.
Peter voleva andare per mare, ma il parroco lo teneva
inchiodato sui libri. Quella notte, davanti alla
finestra aperta, lentamente e solennemente egli ripens
al proprio passato e al proprio avvenire, e giur
a se stesso che sarebbe fuggito per diventare marinaio.
In quel momento perdon ai suoi libri, e rinunci al
progetto di bruciarli dal primo all'ultimo. Che si coprano
ben bene di polvere, pens, o che cadano nelle
mani di gente polverosa nata per star china su di
loro. Lui voleva vivere all'ombra delle vele, su una
tolda ondeggiante, e veder sorgere un nuovo orizzonte
col sole di ogni mattino. Non appena presa questa
decisione, si sent colmo di una cos profonda gratitudine
che congiunse le mani sul davanzale. Era
stato educato secondo i princpi della religione; i suoi
ringraziamenti erano rivolti a Dio, ma lungo la strada
bighellonarono un pochino, come se la pioggia
battente li avesse allontanati dal loro percorso. Ed
egli ringrazi la primavera, gli uccelli e anche la
pioggia.
Nella casa del parroco si facevano grandi prediche
sulla morte, tenuta sempre zelantemente in primo
piano, e Peter, nel pensare al proprio futuro, prese
in considerazione anche la fine del marinaio. La
sua mente si sofferm per un poco sulla sua ultima
dimora in fondo al mare. Freddamente, con la fronte
corrugata, contempl, per cos dire, le proprie ossa
sulla sabbia. Le correnti abissali sarebbero passate attraverso
i suoi occhi come una fila di limpidi sogni
verdi; grossi pesci, balene persino, avrebbero nuotato
sopra di lui come nuvole, e un banco di pesciolini
l'avrebbe forse sfiorato, in una striscia interminabile,
come gli uccelli di quella notte. Sarebbe stato
tutto cos sereno, pens, molto meglio che un funerale
a Sllerod, con lo zio che predicava dal pulpito.
Gli uccelli sorvolavano il Sund, attraversando le
cortine di pioggia grigia. Le luci di Elsinore scintillavano
gi in basso, come un frammento della Via
Lattea. Un vento salmastro andava loro incontro non
appena uscivano sul mare aperto del Kattegat. Nel
corso di quella notte, lunghi tratti di mare e di terra,
di boschi, di deserto e di acquitrini dileguarono verso
sud sotto di loro.
All'alba si tuffarono attraverso l'aria argentea per
posarsi su una lunga fila di piatte e nude isolette. Al
levarsi del sole gli scogli scintillarono rosei; piccole
schegge di luci baluginarono sulle increspature del
mare. I raggi del mattino si rifrangevano contro i bei
colli e le ali delle oche selvatiche, che chioccolavano e
schiamazzavano, si pulivano e si lisciavano le penne
col becco; poi si misero a dormire, con la testa sotto
l'ala.
Un pomeriggio di qualche giorno dopo, Rosa, la
figlia del parroco, era seduta davanti al suo telaio, sul
quale aveva appena fissato una pezza di cotone rosso
e blu. Ma invece di lavorare guardava fuori della finestra.
Il suo animo era in equilibrio precario su un
crinale sottile, dal quale da un momento all'altro poteva
precipitare nell'estasi per quel nuovo sentore di
primavera nell'aria e per la propria bellezza in boccio
- o, viceversa, in una collera amara contro tutto
il mondo.
Rosa era la figlia pi piccola del parroco; le sue due
sorelle si erano sposate entrambe ed erano andate via,
l'una a Men e l'altra nel Holstein. Lei in casa era
viziatissima, e poteva dire e fare tutto ci che voleva;
eppure non era felice. Era sola, e in cuor suo era convinta
che un giorno le sarebbe successo qualcosa di
orribile.
Rosa era alta per la sua et, aveva il viso rotondo,
la carnagione chiara e una bocca come l'arco di Cupido.
I suoi capelli si arricciolavano e s'increspavano
con tanta ostinazione che le riusciva difficile intrecciarli,
e le sue lunghe ciglia le davano l'aria di guardare
la gente da dietro un nascondiglio. Aveva indosso
un vecchio vestito d'inverno, di un azzurro scolorito,
con le maniche troppo corte, e un paio di scarpe
ordinarie e rattoppate. Ma la grazia e l'armonia del
suo giovane corpo davano alle misere vesti una classica
e patetica maest.
La madre di Rosa era morta nel darla alla luce, e
il parroco non distoglieva pi la propria mente dal
pensiero della tomba. Persino la vita quotidiana scorreva,
nella canonica, senz'altra meta che il mondo ultraterreno;
l'idea della mortalit colmava le stanze. Vivere
in quella casa era, per i giovani, un problema e
una battaglia, come se influssi fatali li trascinassero
dall'altra parte, gi nella terra, esortandoli ad abbandonare
l'inutile e pericolosa impresa del vivere. A suo
modo, Rosa meditava quanto Peter sulla morte. Ma
quel pensiero non le piaceva, come non la allettava il
quadro del paradiso dov'era sua madre; lei sperava di
vivere per altri cent'anni.
Nel corso di quell'ultimo inverno, tuttavia, spesso
si era sentita cos stanca di tutto ci che aveva intorno,
e cos in collera, che per liberarsi di tutti e per
punirli aveva desiderato di morire. Ma bast che cambiasse
il tempo, perch mutasse anche il suo stato d'animo.
Era molto meglio, pensava ora, che fossero tutti
gli altri a morire. Liberata dalla loro presenza, e sola,
avrebbe passeggiato sulla terra verde, raccogliendo le
violette ed osservando i pivieri che volavano bassi sui
campi; avrebbe giocato a rimbalzello sull'acqua, e si
sarebbe immersa, indisturbata, nei fiumi e nel mare.
La visione di questo mondo felice era stata cos vivida
dentro di lei che rimase stupita nel sentire suo padre
che, nella stanza accanto, rimproverava Peter, e
nel rendersi conto che erano ancora entrambi l
con lei.
Quella primavera Rosa provava un risentimento
speciale contro il destino. Era qualcosa che sentiva con
grande forza, ma che non le andava di riconoscere con
se stessa.
Peter, il cugino orfano, era stato accolto in casa nove
anni prima, quando entrambi avevano sei anni.
Rosa riusciva ancora, se voleva, a rievocare i giorni
prima che lui arrivasse, e a ricordare le bambole che,
venuto lui, erano scomparse dalla sua vita. I due bambini
erano andati d'accordo, perch Peter aveva buon
carattere e si lasciava dominare, e insieme avevano
vissuto molte grandi avventure.
Ma, due anni prima, Rosa era diventata pi alta
del ragazzo. E al tempo stesso era entrata in un mondo
tutto suo, inaccessibile agli altri, come il mondo
della musica  inaccessibile a chi  stonato. Nessuno
poteva dire dove fosse questo suo mondo; e la sostanza
di cui era fatto non si prestava certo alle parole. Gli
altri non l'avrebbero capita, se lei avesse detto che era
infinito e appartato, giocondo e molto serio, sicuro e
pericoloso. E non avrebbe potuto nemmeno spiegare
come mai lei fosse una cosa sola con quel suo mondo
di sogno, tanto che grazie alla sua potenza e alla sua
bellezza lei era adesso, nonostante il vestito vecchio e
le scarpe rattoppate, molto simile alla pi bella, pi
potente e pi pericolosa creatura della terra. Talvolta,
lo sentiva con certezza, lei esprimeva la natura di
quel mondo di sogno coi gesti e con la voce; ma in
quei momenti parlava una lingua che loro ignoravano
del tutto. In quel suo giardino mistico nessuno poteva
raggiungerla, e tanto meno un goffo ragazzo con le
mani sporche e le ginocchia graffiate; e lei aveva finito
quasi col dimenticare il suo vecchio compagno di
giochi.
Ma quell'inverno, tutt'a un tratto, Peter l'aveva
raggiunta, se cos si pu dire. Era diventato pi alto
di lei di mezza testa, e stavolta, pens Rosa con rabbia,
tale sarebbe rimasto. Era diventato talmente pi
forte di lei che la ragazza ne fu preoccupata e offesa.
Si era messo a suonare il flauto per conto suo. Era
un ragazzo portato alle considerazioni filosofiche, e
sette od otto anni prima, quando andava a spasso con
Rosa, aveva l'abitudine di tenerle dei lunghi sproloqui
sugli elementi e sull'ordine dell'universo, e sul
fatto curioso che la luna, quand'era ancora giovanissima
e tenera, avesse il permesso di venir fuori a giocare
nell'ora in cui gli altri bambini venivano messi
a letto, mentre poi, quando diventava vecchia e decrepita,
veniva cacciata fuori a un'ora antelucana, quando
gli altri vecchi amavano restarsene al calduccio
nei loro letti. Ma non parlava mai molto alla presenza
dei grandi, e quando Rosa aveva smesso di interessarsi
alle sue imprese ed alle sue riflessioni, lui si
era chiuso in se stesso. Da ultimo, tuttavia, senza bisogno
di incoraggiamenti, si era arrischiato ad esprimere
davanti a tutta la famiglia le sue idee sul
mondo, e molte di quelle idee avevano rintoccato
stranamente nell'anima di Rosa, come un'eco delle
sue. In quei momenti lei guardava fisso il ragazzo,
presa da una profonda paura. Sentiva che non poteva
pi essere sicura del suo mondo di sogno. Peter avrebbe
potuto trovare la formula magica in grado di aprirlo,
avrebbe potuto violarlo, e un giorno lei rischiava
di incontrarvelo.
Era come se quel ragazzo, col quale lei era stata
cos gentile quand'era bambino, l'avesse tradita. La
sua persona cominci a impedirle la visuale, e la privava
dell'aria tra le mura della sua stessa casa, dove lui
non aveva nessun diritto di stare. Dai discorsi dei grandi
Rosa aveva creduto di capire che Peter fosse figlio
illegittimo. Se fosse stato una ragazza, questo fatto
l'avrebbe colmata di compassione; la sua compagna
le sarebbe apparsa in una luce tragica e romanzesca.
Ma era un ragazzo, e condivideva perci la perfidia di
quello sconosciuto seduttore che era stato suo padre.
Durante i mesi del lungo inverno lei si era talvolta
sorpresa a desiderare che il giovane si imbarcasse, per
poi trovare in mare una morte improvvisa, prima di
procurarle guai peggiori. Peter era un ragazzo sfrenato,
temerario; lei era libera di sperare.
Di tutte queste violente emozioni che si agitavano
nell'animo della ragazza Peter non sapeva nulla. A
modo suo, amava Rosa fin da quando, per la prima
volta, aveva messo piede nella casa del parroco; di
tutta la famiglia, lei era l'unica nella quale lui avesse
fiducia. La sua incostanza lo aveva fatto soffrire, ma in
qualche modo gli piaceva anche quella, come gli piaceva
tutto di lei. Da ultimo si era accorto che non
riusciva a destare il suo interesse per le cose che pi
gli stavano a cuore e ne era rimasto deluso; e in quei
casi l'aveva persino giudicata un po' vuota e sciocca.
Ma in generale, nei pensieri di Peter gli esseri umani,
la loro natura e il loro contegno nei suoi confronti
avevano una parte molto esigua, e lui li considerava
poco meglio dei libri. Le condizioni del tempo, gli
uccelli e le navi, i pesci e le stelle, erano per lui fenomeni
molto pi importanti. Su uno scaffale nella sua
stanza teneva un brigantino che lui stesso aveva intagliato
e attrezzato con estrema e meticolosa pazienza.
A lui quel brigantino stava pi a cuore della simpatia
o del malvolere di qualunque suo familiare.  vero
che, fin dal principio, quel brigantino si era chiamato
Rosa, ma sarebbe stato difficile stabilire se quello fosse
un omaggio reso alla nave o alla ragazza.
La giovane Rosa, invece di lavorare al telaio, guardava
fuori della finestra. Il giardino aveva ancora il
brullo squallore invernale, ma nel cielo si diffondeva
una tenue luce argentea; l'acqua gocciolava dalla cima
e dai rami di ogni albero; e lungo i sentieri del
giardino, nei punti dove la neve si era sciolta, appariva
la terra nera. Rosa osservava tutto questo, seria
e meditabonda come una Sibilla, ma in realt non
pensava a niente.
La moglie del parroco, Eline, entr nella stanza tenendo
per mano il figlioletto. Sino al giorno in cui il
parroco l'aveva sposata, quattro anni prima, Eline
era stata la sua governante, e a sentire le malelingue
della parrocchia, non soltanto quello. Aveva la met
degli anni del marito, ma lavorava duramente da sempre,
e sembrava pi vecchia della sua et. Aveva un
viso bruno, scarno, paziente, camminava e si muoveva
con estrema leggerezza e parlava con voce sommessa.
La sua vita col parroco spesso le riusciva pesante, perch
egli si era pentito ben presto di essere stato infedele
alla memoria della prima moglie, che era sua
cugina, figlia di un decano, e vergine quando l'aveva
sposata. In cuor suo il parroco non riconosceva nemmeno
che il figlio di quella contadina fosse uguale
alle sue figlie. Ma Eline era una creatura semplice,
che non riusciva a staccarsi dalla rassegnata filosofia
dei contadini; in quella casa non aspirava certo a una
posizione pi alta di quella che vi aveva avuta sin dall'inizio.
Se il marito non aveva bisogno di nulla lei lo
lasciava in pace, e faceva da serva alla sua graziosa
figliastra.
Rosa parteggiava per Eline in tutte le controversie
familiari. Voleva bene al fratellino, che nella canonica
era l'unico, oltre a se stessa, al quale riconoscesse
il diritto di fare tutto quello che voleva - al pari di
un monarca che incoroni qualcuno: Sua Maest mio
fratello. Ma il bambino non si prestava a farsi viziare.
In quella casa oppressa dall'ombra del sepolcro,
gli altri giovani lottavano per tenersi in vita; soltanto
il pi giovane tra loro, il piccolo, grazioso bimbo,
sembrava conformarsi tranquillamente a quel destino,
ritrarsi dalla vita e accettare di buon grado la morte,
come se soltanto a malincuore avesse acconsentito a
venire al mondo.
La moglie del parroco si sedette umilmente sul bordo
della sedia, con le mani industriose abbandonate
in grembo sul grembiule azzurro.
No, tuo padre non vuole comprare la mucca disse
con un lieve sospiro. A Christiansminde vendono
quella mucca pezzata per trenta talleri.  una bella
mucca, e figlier tra sei settimane. Ma quando gliene
ho parlato, tuo padre  montato su tutte le furie.
Perch, dice lui, come faccio a sapere che il giorno
del giudizio e del ritorno di Cristo sulla terra non 
pi vicino di quanto tutti immaginino? Non dobbiamo
accumulare tesori in questo mondo, dice. Per,
soggiunse, e torn a sospirare d'estate, in tutti i casi,
la mucca ci farebbe comodo.
Rosa si accigli, ma non riusc a concentrarsi abbastanza
per sentirsi davvero in collera contro il padre.
Tanto finir col comprarla disse freddamente.
Una farfalla che era riuscita a sopravvivere durante
l'inverno, e si era ridestata ai primi raggi della
primavera, svolazzava verso la luce, battendo le ali
contro il vetro della finestra come in una serie di piccoli,
gentili colpi di polpastrello. Il bambino la fissava
da un bel po', e adesso, con una lunga, intensa
occhiata, confid a Rosa la sua scoperta.
Mio fratello  andato a vedere la mucca disse
Eline.  una bella mucca, ed  anche buona. Potrei
mungerla io stessa.
S,  una farfalla disse Rosa al bambino. 
carina. Ora te la prendo.
Mentre cercava di catturarla, improvvisamente la
farfalla vol verso la cornice superiore della finestra.
Rosa si tolse le scarpe e si arrampic sul davanzale.
Ma lass, cos al di sopra del mondo, si rese conto che
la prigioniera voleva uscire, e volare. Le tornarono
alla mente le farfalle bianche dall'estate prima, che
volavano sulle bordure di lavanda nel giardino; si
sent il cuore grande e leggero, e soffr per la creatura
imprigionata. Guarda, ora la facciamo uscire
disse al bambino. Cos voler via. Apr la finestra
e, sventolando le braccia, aiut la farfalla a uscire.
L'aria di fuori era fresca come un'acqua; lei respir
profondamente.
Peter, che veniva dalla stalla, si stava avvicinando
proprio in quel momento lungo il sentiero del giardino.
Nel vedere Rosa inquadrata nella finestra si ferm
di colpo.
Dopo quella notte di pioggia in cui aveva deciso di
prendere il mare, nel suo cuore non c'era stato spazio
che per le navi: golette, brigantini, fregate. In
quel momento Rosa, senza scarpe, con la sottana del
vestito azzurro rialzata dalla traversa della finestra,
somigliava talmente alla polena di una grossa, bella
nave, che per un istante gli parve di vedere, per cos
dire, la propria anima faccia a faccia. La vita e la
morte, le avventure di un lupo di mare, il destino
stesso, eccoli l davanti a lui, sotto le spoglie di una
ragazza. Ebbe la vaga impressione che molto tempo
prima, quand'era bambino, gli fosse gi accaduto
qualcosa di simile, e che al mondo ci fosse allora molta
dolcezza. Spesso  proprio l'adolescente, la creatura
appena uscita dall'infanzia, a sentire pi profondamente
e con pi tristezza la perdita di quel mondo
semplice e mistico. Non disse nulla; non sapeva proprio
come ci si dovesse rivolgere a una polena, ma
mentre la fissava ella lo fiss a sua volta, con uno
sguardo franco e gentile, la mente ancora rivolta alla
farfalla. E a lui parve che gli stesse promettendo qualcosa,
una grande felicit; e con un subitaneo e irresistibile
impulso decise di confidarsi con lei, di dirle
tutto.
Rosa scese dal davanzale e torn a infilarsi le scarpe,
in pace col mondo. Aveva reso felice una farfalla;
aveva reso felici un bambino e un ragazzo - fosse pure
soltanto quello sciocco di Peter - con un solo
gesto, e con uno sguardo. Adesso loro sapevano che
era buona, una benefattrice di tutti gli esseri viventi.
Magari fosse potuta restare lass! Ma poich questo
non era possibile, e poich vide che Peter se n'era
rimasto immobile davanti alla finestra, ella si fece
sulla porta del giardino.
Non appena se la vide cos vicina il ragazzo divent
di fuoco. Le corse vicino e le strinse il polso sotto la
manica leggera. Rosa, le disse ho un grande segreto
che nessuno al mondo deve conoscere. Voglio
confidarlo a te. Di che si tratta? domand Rosa.
No, non posso dirtelo qui ribatt il ragazzo.
Qualcuno potrebbe sentirci. Ne va di tutta la mia
vita. Si guardarono con espressione grave. Stanotte,
quando tutti dormiranno, verr da te disse Peter.
Ma ti sentiranno disse lei, perch la sua stanza era
al primo piano, nel sottotetto, e quella di Peter al
pianterreno. No. Sta' a sentire, disse lui metto la
scala sotto la tua finestra. Tu lasciala aperta. Cos entrer
di l. Non so davvero se sar disposta a farlo
disse Rosa. Oh, non fare la sciocca, Rosa
proruppe il ragazzo. Lasciami venire da te. Tu sei
l'unica persona al mondo di cui possa fidarmi.
Quando da bambini progettavano qualche grande avventura,
era usuale che Peter andasse di notte nella stanza
di Rosa. Quel ricordo le torn alla mente, e per un
attimo anche nel suo cuore, come nel cuore di Peter,
ci fu un'intensa nostalgia del mondo perduto dell'infanzia.
Forse lo far disse, mentre si sottraeva alla
stretta della sua mano.
Era una notte nebbiosa, ma la prima, dopo l'equinozio,
in cui si sentiva la dolcezza del prolungarsi delle
giornate. Peter non si mosse finch non vide spegnersi
la lampada nella stanza del parroco; allora usc.
Port la scala fino al muro della facciata e la puntell
sotto la finestra di Rosa, graffiandosi la mano nello
sforzo. Quando tent la finestra, la trov aperta, e il
suo cuore prese a battere forte. Sgusci nella stanza,
e lentamente, senza fare il minimo rumore, and verso
il letto. Era buio, e lui pass la mano sulle coltri
per accertarsi che Rosa fosse coricata, perch non si
muoveva, non fiatava. Allora si sedette sul letto, e per
un po' rimase muto come lei.
L'idea di aprire il proprio animo a un'amica che
non l'avrebbe interrotto n deriso lo rendeva pensoso
e grato come quando aveva sentito migrare gli
uccelli. Era passato molto tempo, anni, forse, dall'ultima
volta che si era confidato con Rosa. Non sapeva
se la colpa di questo lungo silenzio fosse sua o della
ragazza, ma era comunque una cosa molto triste. Ora
gli sarebbe stato difficile esprimersi. Quando infine si
decise a parlare, le parole gli vennero a fatica, una
alla volta.
Rosa, le disse devi sforzarti di capirmi, anche
se mi esprimo male. E trasse un gran respiro.
Per tutta la vita non ho fatto che sbagliare, disse
ma me ne sono reso conto solo adesso. Tu lo sai
che al mondo ci sono degli individui terribili, dei bestemmiatori,
si chiamano atei, che negano l'esistenza
di Dio? Ebbene, io ho fatto di peggio. Ho ingiuriato
Dio e l'ho offeso; ho annientato Dio.
Parlava piano, con voce soffocata e lunghe pause
tra una frase e l'altra, impedito dalla forte emozione,
e dalla paura di svegliare gli altri.
Perch vedi, Rosa, disse un uomo  soltanto
le cose che fa - che costruisca navi, o fabbrichi orologi
o fucili, o che scriva libri, perfino. Non puoi dire
che un uomo  bravo o grande, se non  grande anche
quello che fa. E Dio non fa eccezione alla regola.
Rosa. Se la sua opera non lo glorifica, come pu Dio
essere glorioso? E io, io sono opera sua.
Ho guardato le stelle, continu e il mare e
gli alberi, e anche gli animali e gli uccelli. Ho visto
come si adeguano bene alle idee di Dio, e diventano
quel che lui vuole che siano. Quando li guarda, Dio
deve sentirsi compiaciuto e incoraggiato. Proprio come
quando uno si mette a costruire una barca, e alla
fine vede che  una bella barca, e capace di tenere il
mare. Cos ho pensato che quando vede me Dio deve
sentirsi molto triste.
Quando tacque un momento per raccogliere le idee,
sent il respiro tranquillo di Rosa. Le fu riconoscente
che non parlasse.
L'altro giorno ho visto una volpe, disse poi riprendendo
il suo discorso gi accanto al torrente,
nel bosco di betulle. Mi ha fissato e ha mosso un po'
la coda. E mentre la fissavo a mia volta, ho pensato
che come volpe  perfetta, proprio come Dio voleva
che fosse. Tutto quello che fa o che pensa  da volpe;
dalle orecchie alla coda, in lei non c' niente che Dio
non voleva che ci fosse, e lei non ostacoler mai il
progetto di Dio. Se la volpe non fosse cos, una cosa
bella e perfetta, nemmeno Dio sarebbe bello e
perfetto.
Ma ecco qui me, Peter Kbke disse. Dio mi ha
creato, e pu anche darsi che la cosa gli sia costata una
certa fatica, e io dovrei fargli onore, come gliene fa la
volpe. E invece io ho intralciato i suoi piani; ho agito
contro di lui, soltanto perch le persone che ho intorno,
le persone che tutti chiamano il prossimo, hanno
voluto che cos facessi. Me ne sono stato chiuso per
anni in una stanza a leggere dei libri solo perch tuo
padre vuole che mi faccia prete. Se Dio avesse voluto
che diventassi prete, sta' certa che mi avrebbe fatto come
un prete; per lui sarebbe stato un gioco da bambini,
visto che  onnipotente. Quando vuole pu farlo,
lo sai anche tu; di preti ne ha creati a bizzeffe. Me,
per, non mi ha fatto in quel modo. Sono lento ad imparare;
lo sai anche tu che sono ottuso. A furia di leggere
quei Padri della Chiesa mi sono tanto fossilizzato e
intorpidito che me lo sento nelle ossa, e non sono davvero
un bell'oggetto da tenere al mondo. E cos ho
reso brutto e fossilizzato anche Dio.
Perch dobbiamo sforzarci di far contento il prossimo?
disse pensieroso dopo una pausa. Gli altri
non sanno che cosa  grande; non sono capaci di inventare
le belle cose che ci sono al mondo, proprio come
non siamo in grado di farlo noi. Se la volpe avesse
domandato agli uomini come l'avrebbero voluta, se
l'avesse domandato perfino al re, sarebbe diventata
una ben misera cosa. Se il mare avesse domandato agli
uomini come l'avrebbero voluto, ne avrebbero fatto
un bel pantano, te lo dico io. E anche se ci sforzassimo
di far contento il nostro prossimo, dopotutto, a che
gli servirebbe?  Dio che dobbiamo servire e far contento,
Rosa. S, se riuscissimo a farlo contento anche
per un solo attimo sarebbe una cosa sublime.
Tu devi credermi, disse dopo un silenzio anche
se non so parlare. Perch queste cose me le rigiro
nel cervello da molto, molto tempo, e so di aver ragione.
Se io sono inutile,  inutile anche Dio.
Sua cugina era d'accordo con la maggior parte delle
cose che lui aveva dette. Per Rosa la prova pi sicura
della generosit della Provvidenza era il fatto che
lei stessa ci fosse, per grazia di Dio perfetta e adorabile.
Ma non era ben sicura di condividere l'opinione
che Peter aveva del prossimo. Ella pensava di poter
fare molto per il suo prossimo. E gli uomini non accendono
certo una candela - Rosa - per metterla sotto
il moggio; la pongono su un candeliere, da dove lei
spande la sua luce su tutti coloro che sono nella casa.
Tuttavia, se Peter poteva dire quelle cose, era segno
che in lui aveva trovato un amico, e per quanto la
cosa la stupisse, una volta o l'altra forse le sarebbe
stato utile. E soffoc un sorriso nel cuscino.
Eppure, disse Peter, con un tale empito di passione
che, senza volerlo, parl con voce alta e vibrante
io amo Dio pi di qualsiasi cosa al mondo. La
gloria di Dio mi sta a cuore pi di qualunque altra
cosa.
Temette di aver parlato troppo forte, e per qualche
istante rimase immobile.
Senti, disse poi alla ragazza ti dispiacerebbe
spostarti un po', cos posso sdraiarmi anch'io? C'
spazio per tutti e due.
Senza fiatare, Rosa si spost verso il muro, e Peter
le si distese accanto. Il ragazzo non si lavava mai pi
dell'indispensabile, e odorava di terra e di sudore, ma
il suo alito era fresco e dolce nell'ombra, accanto al
viso di lei.
Star disteso parve placarlo un poco, e il suo tono
si fece meno convulso. E tutto questo disse molto
lentamente  accaduto soltanto perch non sono
fuggito.
Fuggito? disse Rosa, aprendo bocca per la prima
volta. S disse lui. S. Sta' a sentire. Io scappo
via per andare a imbarcarmi. Dio vuole che io sia
marinaio; mi ha creato per questo. Diventer un grande
marinaio, pi bravo di tutti quelli che ha creati
finora. Ma pensa, Rosa! Dio ha fatto quegli oceani
immensi, e le tempeste, la luna che splende sull'acqua
- e io non me ne sono curato, non sono mai andato
nemmeno a vederli! Sono rimasto gi, chiuso in
quella stanza, a guardare le cose che avevo sotto il naso.
Quanto deve aver sofferto Dio ogni volta che guardava
dalla mia parte!
Per capire quel che ti sto dicendo, Rosa, disse
dopo un momento ecco, immagina soltanto che un
fabbricante di strumenti musicali abbia costruito un
flauto e che nessuno lo suoni mai. Non sarebbe una
vergogna, un vero peccato? Poi, all'improvviso, qualcuno
se ne impadronisce e lo suona, e il fabbricante
lo sente e dice: "Questo  il mio flauto". Respir a
fondo ancora una volta, e nel letto regn il silenzio.
Ma disse infine Rosa, con voce sommessa e limpida
io ho desiderato molte volte che tu ti
imbarcassi.
A questa inaspettata e incredibile manifestazione
di solidariet, Peter ammutol. Dunque al mondo aveva
un'amica, un'alleata! E pensare che per tanto tempo
l'aveva sottovalutata, e l'aveva giudicata addirittura
sventata e frivola! E invece lei gli era stata sempre
fedele, aveva pensato a lui, e aveva indovinato i
suoi bisogni e le sue speranze. In quell'ora tranquilla
e pura della notte primaverile, per la prima volta, e
misteriosamente, gli si rivel la dolcezza del vero rapporto
umano. Alla fine, con voce timida, domand
alla fanciulla: Come mai hai pensato a questo?.
Non lo so disse Rosa, e davvero in quel momento
aveva dimenticato perch mai desiderava che Peter
s'imbarcasse.
Allora mi aiuti ad andarmene? le chiese a bassa
voce, come stordito. S rispose lei, e dopo un
istante: Cosa devo fare per aiutarti?.
Ascolta le disse lui, e con un gesto istintivo le
si fece pi vicino. Mi imbarcher a Elsinore. So che
una certa nave adesso  all'ncora l, la Esprance del
capitano Svend Bagge. Mi prenderanno a bordo. Ma
non posso andarci! tuo padre non me lo permetterebbe.
Per tu potresti dirgli che vuoi andare laggi a
trovare la tua madrina e che non ti va di fare il viaggio
da sola, cos pu darsi che mi lasci venire con te.
E quando saremo l, Rosa, quando saremo a Elsinore,
salir a bordo della Esprance prima che qualcuno
possa accorgersene. Prima ancora che lo sospettino
io sar gi nel Mare del Nord, Rosa, e mi star
avvicinando a Dover, in Inghilterra. Un giorno o l'altro
doppier il Capo Horn. Dovette interrompersi;
aveva troppe cose da dirle, adesso che finalmente si
sentiva gi all'ombra delle vele. Ma posso restare
qua tutta la notte pens. Posso benissimo restare
qua fino all'alba.
Rosa non rispose subito; non era male farlo rimanere
col fiato sospeso, in modo che imparasse ad apprezzare
il suo aiuto. Hai proprio escogitato tutto per
benino disse finalmente, con una punta di ironia.
Lui si sofferm un istante su quelle parole. No
disse poi. Non  che l'abbia escogitato.  come se
tutto mi fosse venuto in mente da solo, all'improvviso.
E sai quando? Quando ti ho vista in piedi sulla finestra.
Si vergogn di dirle che gli era apparsa come
la polena della Esprance, ma nel suo mormorio c'era
una nota di trionfo cos gioiosa che la ragazza cap
ugualmente.
Dopo un momento lei disse: Molte navi affondano,
Peter. La maggior parte dei marinai finiscono con
l'annegare. Prima di poterle rispondere, lui dovette
strappare la sua mente dall'immagine di Rosa nel riquadro
della finestra. S, lo so disse poi. Ma lo sai
anche tu che una volta o l'altra bisogna morire tutti.
E io penso che annegare sia la pi sublime delle morti.
Perch pensi questo? domand Rosa, che aveva
paura dell'acqua. Oh, non lo so disse Peter, e
dopo un attimo: Forse perch c' tutta quell'acqua.
Perch quando ci pensi, scopri che in realt proprio
nulla divide un oceano dall'altro. Sono tutti la stessa
cosa. Quando anneghi nel mare, sono tutti i mari del
mondo ad accoglierti. E a me questo sembra sublime.
S, ammise Rosa forse lo .
Peter, mentre parlava degli oceani, aveva fatto un
gran gesto col braccio e aveva colpito la testa di Rosa.
Sent contro la sua mano i capelli morbidi e ricci della
ragazza e, sotto, il suo piccolo cranio duro e rotondo.
Torn ad ammutolire. Senza che lo volesse, le
sue dita annasparono sulla testa di lei e le accarezzarono
i capelli, giocherellando con i boccoli. Ritrasse
la mano, e dopo un istante disse : Ora devo andarmene.
S disse lei. Peter si alz da letto e si ferm
l accanto, nell'ombra. Buona notte disse. Buona
notte gli rispose la ragazza. Dormi bene aggiunse
Peter, che in vita sua non aveva mai fatto quell'augurio
a nessuno. Dormi bene anche tu, Peter
disse Rosa.
Peter discese la scala in un tale stato di rapita beatitudine
che avrebbe potuto benissimo andare nella
direzione opposta, verso il cielo, incontro a quelle
stelle cos note che adesso si nascondevano dietro la
nebbia. La sua agitazione era provocata in parte dalla
sua fuga e dal suo avvenire in mare, e in parte da
Rosa. In circostanze normali, queste due estasi sarebbero
parse incompatibili. Ma quella notte tutti gli elementi
e le forze del suo essere erano stati sospinti a
congiungersi in un'armonia senza eguali. Il mare si
era trasformato in una dea, e Rosa era diventata possente,
spumeggiante, salmastra e universale come il
mare. Per un momento ebbe l'impulso di tornare a
salire quella scala. E la sua anima la risal, infatti, e
torn ad abbracciare Rosa in un empito di splendida
fratellanza. E il suo corpo le avrebbe tenuto dietro,
se lui non si fosse reso conto con stupore che di quel
suo corpo non avrebbe saputo che farsene, una volta
che l'avesse riportato lass. Fin dunque col sedersi
sull'ultimo piolo della scala, col capo tra le mani, in
mistica concordia col mondo intero.
Dopo un certo tempo i suoi pensieri cominciarono
a farsi meno caotici. C'era, dopo tutto, una differenza
tra il suo atteggiamento verso l'universo che lo circondava
e quello verso la ragazza nel sottotetto.
Nei riguardi del mondo, del genere umano e del
proprio destino, d'ora in avanti Peter sarebbe stato lo
sfidante ed il conquistatore. Tutti avrebbero dovuto
arrendersi davanti a lui; se lo colpivano, lui avrebbe
colpito a sua volta, e avrebbe strappato loro quel che
voleva. Da quella parte, tutto era chiaro come la luce
del giorno, vivido come un metallo o come la superficie
del mare, corrusco di pericolo, di avventura, di
vittoria.
Ma verso Rosa tutto il suo essere si protendeva in
un impeto tremendo di munificenza e magnanimit,
in un irrefrenabile desiderio di donare. Lui non aveva
ricchezze terrene con le quali compensarla, e seppure
avesse posseduto tutti i tesori del mondo, ora li
avrebbe dimenticati. A lei voleva concedere qualcosa
di pi assoluto: se stesso, l'intima essenza della sua
natura, che era insieme l'eternit. Sentiva che quell'offerta
sarebbe stata il pi sublime trionfo e il pi
grande sacrificio di cui fosse capace. E finch non
fosse stato consumato, lui non poteva andar via.
Rosa lo avrebbe capito, allora, lo avrebbe accolto,
e avrebbe accettato il suo dono? Intanto che la sua
mente abbandonava pian piano le avventure e le imprese
marinaresche per concentrarsi sulla fanciulla,
egli vide che intorno a lei tutto era immerso in una
sacra e solenne oscurit, quale si pu trovarla, pens,
nelle profondit insondabili dell'oceano. Sembrava che
lui non la conoscesse affatto, mentre lei lo conosceva
cos bene. Non poteva andarle troppo vicino nemmeno
coi suoi pensieri, che ogni volta venivano respinti
come da un'ignota legge di gravit. Il suo irrefrenabile,
travolgente desiderio di renderla felice, e questa
nuova, strana irraggiungibilit di cui la ragazza era
circonfusa nella sua immaginazione, lo tennero sveglio
nel letto sino al mattino. Si ricord di Giacobbe,
che aveva lottato per tutta la notte con l'angelo di
Dio. Ma in qualche modo egli prese per s la parte
dell'angelo, e capovolse il grido che scatur dal cuore
del Patriarca: Tu non devi lasciarmi andare, se prima
non ti avr benedetta.
Dopo un po' che Peter l'aveva lasciata, Rosa, nella
sua stanza sotto il tetto, si gir su un fianco, con la
guancia adagiata sulle mani congiunte e le lunghe
trecce sul seno, come faceva ogni sera quando voleva
dormire. Ma, con suo grande stupore, sent che quella
notte non sarebbe riuscita a prendere sonno. Aveva
sentito parlare di persone che passavano le notti in
bianco, ma di solito si trattava di furfanti o di innamorati
respinti, e le parve strano che si potesse non
dormire pur sentendosi sereni e soddisfatti. Continuava
a pensare a quell'ora che Peter aveva trascorsa nel
suo letto. Sul cuscino indugiava il lieve odore dei suoi
capelli. Per niente al mondo si sarebbe avvicinata al
posto dove era stato disteso; rimase schiacciata contro
la parete, come quando lui era l.
A Peter, ella ripet nei suoi pensieri, tutto si era
rivelato da s, all'improvviso, quando l'aveva vista in
piedi sulla finestra. Le torn il vago ricordo di come,
non molto tempo prima, ella avesse diffidato del suo
vecchio compagno di giochi, e si fosse prefissa di tenerlo
fuori dal suo mondo segreto. Quanto sei sciocca,
Rosa! mormor, come in passato quando sgridava
le sue bambole. Il pensiero che Peter fosse cos
forte, adesso, anzich sgomentarla come prima, le
riusciva gradito. Le torn alla mente un episodio che
aveva dimenticato da anni. Poco tempo dopo la venuta
di Peter in casa, era scoppiato tra loro un tremendo
litigio. Lei gli tirava i capelli con tutte le sue
forze, mentre lui, tenendola stretta con le sue robuste
braccia di ragazzo, cercava di gettarla sul pavimento.
Senza aprire gli occhi, rise a quel ricordo. Quando se
n'era andato dalla finestra, Peter non aveva chiuso del
tutto i battenti. Nella stanza si sentiva l'aria gelida
della notte. Peter se n'era andato da mezz'ora, quando
Rosa cadde in un sonno tranquillo e soave.
Ma verso il mattino fece un sogno terribile, e si
svegli col viso inondato di lacrime. Si alz a sedere
sul letto, coi capelli appiccicati sulle guance bagnate.
Non ricordava il sogno in tutti i particolari; sapeva
soltanto che qualcuno l'aveva abbandonata, lasciandola
in un mondo freddo dal quale era scomparsa
ogni traccia di colore e di vita. Tent di scacciare
quel sogno riaccostandosi al mondo della realt, e alla
sua vita quotidiana. Ma cos facendo ricord Peter,
e il suo proposito di imbarcarsi. A quel pensiero divenne
pallidissima.
Proprio cos, Peter stava per andarsene, e questo
era il ringraziamento perch l'aveva fatto sdraiare nel
suo letto, e perch da quella notte gli voleva bene pi
che a chiunque altro. Si ripet nella mente tutto il
loro discorso, parola per parola. Aveva voluto essere
gentile con lui - prima di addormentarsi non gli aveva
forse, nella propria fantasia, accarezzato quei fitti,
lucenti capelli che un tempo aveva tirati, lisciati e
attorcigliati intorno alle proprie dita? Ma lui se ne
sarebbe andato ugualmente, in luoghi lontani dove
lei non poteva seguirlo. A Peter non importava che
cosa sarebbe accaduto di lei; la lasciava l sola, come
aveva fatto in quel sogno.
Fra due o tre giorni egli non sarebbe pi stato l.
Non avrebbe pi visto la casa, n il giardino, n la
chiesa. Non avrebbe pi nemmeno sentito parlare danese,
ma chi sa quale strana lingua a lei incomprensibile.
E lei, lei sarebbe stata dimenticata; sarebbe
scomparsa dai suoi pensieri. Scomparsa, scomparsa,
pens, e si morse una ciocca di capelli, umida di lacrime
amare.
Adesso, per mantenere la sua promessa, doveva chiedere
al padre il permesso di recarsi con Peter a Elsinore.
E dopo un attimo, ecco affiorare un'idea nella
sua mente. Con quanta facilit avrebbe potuto mandare
all'aria i grandiosi progetti del ragazzo! Bastava
che ne parlasse al padre, e nella vita di Peter non ci
sarebbero pi state n navi, n il Capo Horn da doppiare,
n la morte per annegamento nell'acqua di tutti
gli oceani. Se ne rimase seduta nel letto, covando
quell'idea come una gallina cova le sue uova. Fino a
quel momento le sembrava di essere riuscita a tenere
lontane le cose; ma quel giorno esse le si stavano avvicinando,
la toccavano - e lei odiava che la toccassero -
le opprimevano il petto. Infine si decise ad alzarsi,
e indoss il suo solito vestito.
Rosa chiedeva molto raramente dei piaceri al padre,
ma il parroco le avrebbe concesso qualunque cosa,
perch lei - cos le avevano detto - somigliava moltissimo
alla madre, della quale portava il nome. Ma
a lei non andava di recitare la parte di una morta;
voleva essere se stessa, la giovane Rosa. Cos poteva talvolta
chiedergli qualcosa per Eline o per suo figlio,
ma per s non c'era caso che lo facesse. Quel giorno,
per, aveva bisogno che l'aiutassero tutti e due, il padre
e la madre. Qualche tempo prima, per divertirsi,
si era pettinata coi capelli fermati sul capo come li
portava la madre nel piccolo ritratto che aveva di
lei. Ora, davanti allo specchietto opaco, si mise d'impegno
a pettinarsi allo stesso modo. Poi scese nella
stanza del padre.
Ne usc col viso inespressivo come quello di una
bambola, e per qualche istante rimase ferma davanti
alla porta chiusa. Aveva in mano il fazzoletto annodato,
nel quale era racchiuso un mucchietto di monete,
la cifra necessaria ad acquistare la mucca, che il
parroco le aveva dato perch lo consegnasse a Eline.
Durante il loro colloquio era stato travolto da una
commozione cos intensa che si era persino nascosto
il viso tra le mani al pensiero dell'ingratitudine del
nipote; quando aveva abbassato le mani, quel viso era
bagnato di lacrime. Mentre Rosa stava per andar via,
lui le aveva afferrato la mano e l'aveva fissata negli
occhi.
Il fatto di non poter credere del tutto nel dogma
della resurrezione della carne, sul quale tuttavia doveva
far le sue prediche dal pulpito, era per il parroco
un doloroso e costante fardello; lui infatti diffidava
del corpo e lo temeva. La giovane, pens, non sarebbe
stata afflitta da dubbi del genere. La carne che lui
toccava, infatti, era fresca e pura; non era difficile
immaginare che sarebbe stata accolta in paradiso. Dopo
aver tratto un profondo sospiro, il parroco aveva
contato le monete e le aveva deposte nella mano fredda
e calma di Rosa. La ragazza, per chiss quale motivo,
trovava sgradevole tutto quel che aveva a che fare
con gli acquisti e le vendite. Aveva preso il denaro
con riluttanza, e si era mostrata cos noncurante che il
vecchio le aveva raccomandato di annodarlo nel fazzoletto.
Ora, davanti a quella porta, lei si cacci il fagottino
nella tasca della gonna.
Aveva bisogno di consolidare la propria certezza di
essersi comportata in modo normale e ragionevole,
cos decise di andare in cucina a far colazione. Mentre
scendeva le scale, sent delle voci gaie, e quando
entr nella cucina vide che tutta la famiglia era riunita
intorno a una pescivendola che veniva dalla costa
e aveva portato del pesce in una cesta che teneva
sul dorso.
Quelle pescivendole appartenevano a una razza
molto vitale e di tempra dura; capaci di portarsi in
spalla per venti miglia e pi le loro pesanti ceste, con
qualunque tempo, e poi di tornarsene a casa a sfaccendare
in cucina o a lavorar d'ago per il marito e
una dozzina di figli. Erano di mente pronta, chiacchierone,
e come di casa dovunque, e preferivano la loro
vita all'aperto, da girovaghe, alla vita della contadina,
legata alla stalla o alla zagola, e alla vita della moglie
del parroco. Emma, la pescivendola, aveva posato la
sua cesta sul pavimento e si era seduta sul ceppo. Stava
bevendo il caff da un piattino e raccontava le ultime
novit del vicinato, ridendo ai propri racconti. Non
era troppo facile seguire quel che diceva, perch non
soltanto era mezzo sdentata, ma parlava succhiando
una caramella ed esprimendosi in dialetto - mescolato
di svedese, perch era svedese di nascita, come molte
delle mogli dei pescatori lungo il Sund. Ma i bambini
della canonica sapevano parlare il dialetto anche
loro, se volevano. Ella interruppe il suo racconto per
salutare la graziosa figliola del parroco, e Rosa and a
sua volta a sedersi sul ceppo col suo caff, per sentire
le notizie.
Non appena Peter scorse la ragazza, non vide e non
sent pi nient'altro. Dopo un momento and a mettersi
accanto a lei, ma senza parlare. Quando in cucina
le chiacchiere e le risate erano al colmo, Rosa, senza
guardarlo, gli disse: Ho parlato con mio padre. Mi
ha dato il permesso di andare a Elsinore, e tu puoi accompagnarmi.
Ora che la neve si sta sciogliendo possiamo
andare coi carrettieri. Possiamo andarci anche
oggi stesso. A quella notizia il ragazzo si fece pallido,
come quella mattina era avvenuto anche a lei
quando, a letto, aveva pensato al cugino. Dopo un
lungo silenzio lui disse: No. Oggi non  possibile.
Stanotte torner a trovarti nella tua stanza; devo dirti
un'altra cosa. Posso venire, vero?. S disse Rosa.
Peter si allontan da lei, and in fondo alla cucina,
poi le torn accanto. Il ghiaccio si sta rompendo
le disse. L'ha visto Emma proprio stamattina.
Il Sund  libero dalla sua morsa. Emma ripet il suo
racconto perch lo ascoltasse anche la ragazza. Per
tutto l'inverno i pescatori avevano dovuto percorrere
lunghi tratti a piedi sul ghiaccio, per riuscire a pescare
il merluzzo con un'esca di latta. Ora il ghiaccio
si stava spezzando; tra i lastroni si vedeva l'acqua. Tra
qualche giorno le loro barche avrebbero potuto riprendere
il mare.
Devo andare fin laggi a vedere disse Peter.
Rosa guard il suo volto, e poi non riusc pi a stornarne
gli occhi, tanto era solenne e radioso; e Peter non
sapeva quel che sapeva lei, pens. Vieni con me,
Rosa proruppe Peter con un grandioso, felice atto
di dominio, come se non volesse perderla di vista nemmeno
per un istante. E Rosa rispose: S.
Quando sent che stavano andando a vedere il ghiaccio
che si rompeva, anche il bambino voleva andare
con loro. Rosa lo prese in braccio. Tu non puoi venire,
gli disse per te  troppo lontano. Quando
ritorno ti racconto tutto. Il bambino, con aria seria,
le prese il viso tra le manine. No, tu non me lo racconterai
mai le disse. Eline cerc di dissuadere la
ragazza, e le disse che era una camminata troppo lunga
anche per lei. Oh, no, io voglio andare lontano
disse Rosa. Si mise indosso un vecchio mantello, si
infil un paio di guanti di suo padre, logori ma foderati
di pelliccia, e usc con Peter.
Non appena fuori di casa, videro che i campi erano
ormai liberi dalla neve, ma anche cos il mondo
era pi luminoso di prima, perch nell'aria vibrava
un confuso, risplendente chiarore. Ne furono quasi
abbagliati. Stentavano a tenere gli occhi aperti. Si sentiva
dovunque il suono dell'acqua che gocciolava e
scorreva. Camminare era faticoso; la neve, sciogliendosi,
aveva reso la strada sdrucciolevole. Peter si incammin
a passo rapido, ma poi dovette aspettare con
impazienza la ragazza, che con le sue vecchie scarpe
scivolava e inciampava lungo il sentiero. Finalmente
lo raggiunse, tutta accaldata per lo sforzo, e stordita,
come lui, dall'aria e dalla luce.
Lui non si mosse. Ascolta le disse.  l'allodola.
Rimasero immobili, l'uno accanto all'altra, e
udirono veramente, al di sopra delle loro teste, lo
squillo incessante e trionfale del canto di un'allodola,
come una pioggia di estasi.
Poco oltre, nella foresta, si imbatterono in due boscaioli,
e Peter si ferm a parlare con loro, mentre sceglieva
e tagliava da due giovani faggi due lunghi bastoni,
uno per s e l'altro per Rosa. Uno dei boscaioli,
un vecchio, guard Rosa, le domand se fosse la figlia
del parroco di Sllerod, e si stup che fosse tanto cresciuta.
Capitava di rado che i ragazzi della canonica
parlassero con estranei. Ora, dopo aver parlato con
Emma e col vecchio boscaiolo, Rosa sent che il mondo
le si stava schiudendo davanti.
Peter, col mare di fronte a s che lo attirava come
una calamita e con la ragazza che camminava un passo
dietro di lui, aveva continuato a marciare in uno stato
di ebbra beatitudine. Dopo quella chiacchierata coi
boscaioli aveva continuato a parlare, ma poich non
riusciva a trovare le parole giuste per quel che stava
pensando, prese a raccontarle una storia.
Ho sentito raccontare una storia, Rosa, le disse
la storia di un capitano di lungo corso che aveva
messo alla sua nave il nome della moglie. Aveva fatto
scolpire la polena con grande arte, proprio tale e quale
a lei, e le aveva fatto dorare i capelli. Ma la moglie
era gelosa della nave. "Tu pensi pi alla polena che
a me" continuava a ripetere. "Ma no", rispondeva lui
"se ne ho tanta considerazione  perch somiglia a te,
anzi, perch  te. Non  forse bella, non ha un seno
rigoglioso? non danza nelle onde, come te quando ci
siamo sposati? Nei miei confronti, in un certo senso,
 anche pi gentile di te. Galoppa dritta dove le dico
io, e lascia liberi e sciolti i suoi capelli, mentre tu te
li nascondi in una cuffia. Ma lei mi volta le spalle,
cos quando voglio un bacio torno a Elsinore". Una
volta il capitano stava trattando un carico a Trankebar,
quando gli accadde di aiutare un vecchio re di
quel paese a sfuggire a certi suoi sudditi traditori. Al
momento di separarsi, il re gli diede due grosse gemme
azzurre, e lui le incaston nel viso della polena,
al posto degli occhi. Quando torn a casa, raccont
alla moglie la sua avventura, e le disse: "Ora lei ha
anche i tuoi occhi azzurri". "Se quelle pietre tu le
dessi a me, ne farei un paio di orecchini" disse la moglie.
"Oh, no", disse il marito "questo non posso proprio
farlo, e se tu capissi non me lo chiederesti nemmeno".
La moglie, per, non si dava pace per quelle
pietre azzurre, e un bel giorno, mentre il marito partecipava
ad un'assemblea della corporazione dei capitani
di lungo corso, incaric un vetraio della citt di
togliere le pietre dalle orbite della polena e di sostituirle
con due pezzetti di vetro azzurro; il capitano,
senza accorgersi di nulla, part per il Portogallo. Ma
dopo qualche tempo la moglie del capitano si accorse
che la sua vista era diminuita al punto che non riusciva
pi ad infilare l'ago. And da un'indovina, che
le prescrisse unguenti e acque miracolose, ma tutto fu
inutile, e alla fine la vecchia indovina croll il capo e
le disse che la sua era una malattia rara e incurabile,
e che sarebbe diventata cieca. "Oh, mio Dio", preg
allora la moglie "fa' che la nave torni nel porto di
Elsinore! Cos potr far togliere i pezzetti di vetro e
rimettere al loro posto le pietre preziose. Perch aveva
ragione lui, quando mi ha detto che quelli erano i
miei occhi!". Ma la nave non torn. La moglie del
capitano ricevette una lettera del Console portoghese,
in cui la si informava che la nave era naufragata ed
era colata a picco con tutto l'equipaggio. E la cosa
pi strana, le scrisse il Console, era che la nave fosse
andata a fracassarsi in pieno giorno contro una rupe
che si ergeva nel mare.
Mentre Peter le raccontava questa storia stavano
percorrendo un declivio boscoso, e camminando in
discesa Rosa avvert una leggera pressione contro il
ginocchio. Si mise la mano in tasca e tocc il fazzoletto
col denaro che si era dimenticata di dare a Eline.
Lo palp con le dita; dovevano esserci trenta monete,
l dentro. La cifra le sembr familiare. Trenta monete
d'argento, il prezzo di una vita. Lei aveva venduto
una vita, pens, come un tempo aveva fatto Giuda
Iscariota.
Forse quell'idea indugiava nella sua mente gi da
un po' di tempo, fin da quando aveva visto Peter nella
cucina. Ma ora che l'aveva espressa in parole, ne fu
colpita in modo cos terribile che temette di precipitare
a capofitto gi dalla collina. Barcoll, e Peter,
tutto preso dal suo racconto, le disse di aggrapparsi a
lui. Ella ud le sue parole, ma non fu in grado di rispondere,
e le parve che la voce di Peter si perdesse
in un silenzio di morte. Continu ad arrancare faticosamente
dietro al ragazzo, ma non udiva n il rumore
dei loro passi n i fruscii del bosco; procedeva
come una sorda.
Sicch adesso era arrivato, pens, quello che aveva
atteso e temuto per tutta la vita. Ecco, infine, l'orrore
che doveva ucciderla.
Non sentiva esattamente che se su di lei incombeva
la catastrofe o la rovina, questo accadeva per colpa
sua; non era da lei sentire una cosa del genere, perch
in ogni calamit era pronta a dare sempre la colpa
agli altri. Ma accettava tutto questo in modo totale,
considerandolo il destino che le toccava. Era la sua
sorte e la sua condanna; era la sua fine.
Il nome di Giuda le rimase nell'orecchio, e continu
a echeggiarvi con forza tremenda. S, Giuda era
uguale a lei, l'unico essere umano al quale lei potesse
veramente rivolgersi per averne comprensione e consiglio;
lui le avrebbe mostrato il da farsi. Quell'idea
s'impadron di lei a tal punto che dopo un istante
ella si guard intorno, perplessa, cercando un albero
come quello che Giuda aveva trovato per s. Stavano
attraversando una radura nella foresta, dove soltanto
alcuni alti faggi crescevano qua e l, e mentre si guardava
intorno, una poiana, la prima che avesse vista
quell'anno, prese il volo da un alto ramo e maestosamente
si addentr nel bosco, con un argenteo sfavillio
sulle larghe ali bronzee. Quando Giuda aveva tradito
Cristo, medit Rosa, gli aveva dato un bacio; dovevano
essere cos amici che per loro baciarsi era un
gesto naturale. Lei non aveva baciato Peter, e ormai
non si sarebbero baciati mai pi; era questa l'unica
differenza tra lei e l'apostolo maledetto.
Non vedeva pi gli alberi tutt'intorno, n il cielo
pallido che la sovrastava. Era di nuovo nella camera
di suo padre, nel preciso istante in cui aveva denunciato
Peter. Il parroco le aveva parlato della propria
giovinezza, e le aveva detto che un tempo era stato
l'assistente del cappellano nelle carceri di Copenaghen.
E l, a suo dire, aveva imparato che la prigione
 un rifugio sicuro per gli esseri umani; ancora oggi
lui aveva spesso la sensazione che in prigione avrebbe
forse dormito meglio che in qualunque altro posto.
Ogni tanto, le aveva detto, qualche malfattore cercava
di evadere; per lui quella era cecit, e compativa
quegli uomini, ma ogni volta che un evaso veniva
ripreso e riportato in carcere sentiva che per loro era
una fortuna. Poi, un istante prima di prendere il denaro
e di consegnarglielo con quel gran sospirone,
l'aveva guardata fisso negli occhi e le aveva detto:
Ma tu, Rosa, tu non vuoi fuggire; tu resterai con
me. Rosa si era guardata intorno, e le era parso che
anche la stanza ripetesse quelle parole. Era una stanza
povera, con pochi mobili e il pavimento cosparso
di sabbia; ella non ignorava davvero che la gente rideva
all'idea che fosse lo studio di un ecclesiastico.
Ma essa faceva parte di lei; la conosceva da tutta la
vita. Perch mai qualcuno avrebbe dovuto rinnegare
ed abbandonare quella stanza, aveva pensato, se lei non
lo faceva? In quel momento aveva scelto quella stanza,
la prigione, la tomba, e si era chiusa in faccia le
loro porte. Perch non l'aveva nemmeno sospettato,
allora, ma se Peter era prigioniero, lei, per destino,
non sarebbe stata libera mai pi. Ricord la finestra
aperta della notte prima, dopo che Peter se n'era andato,
e l'oscurit fresca intorno al suo cuscino. Lei
aveva chiuso anche quella finestra. Si era chiusa in
faccia tutte le finestre del mondo, e non sarebbe mai
pi stata nel riquadro di una finestra aperta, consentendo
che a Peter tutto si rivelasse da s, all'improvviso,
al solo vederla.
Torn lentamente al mondo reale che la circondava,
al bosco fradicio e bruno, alle curve della strada
e alla figura di Peter che procedeva a testa nuda,
con una grossa sciarpa intorno al collo. Provava un
certo risentimento verso il ragazzo, perch era colpa
sua se lei si sentiva infelice, e, non fosse stato per lui,
adesso avrebbe potuto ancora passeggiare nei boschi,
bella, soddisfatta e orgogliosa. Ma non pensava che a
lui, le sarebbe stato impossibile pensare ad altro. Peter
camminava con passo agile, un ragazzo dritto e forte,
con la testa piena di sogni. Era come se una corda la
legasse a lui e la costringesse a trascinarsi alle sue calcagna,
come una vecchia decrepita e curva, tanto pi
vecchia di lui che se ne rattristava, e piangeva sulla
giovinezza e la semplicit del ragazzo.
Raggiunsero la cima di un'altra collina, da dove la
vista spaziava sui boschi pi in basso, inazzurrati dalla
nebbia primaverile. Peter si ferm e per un istante rimase
in silenzio.
Ti ricordi, Rosa, disse poi che da piccoli venivamo
qui a cogliere i lamponi selvatici? Torneremo
qui tra molti anni, quando saremo vecchi. Forse allora
tutto sar cambiato, avranno abbattuto tutti gli alberi,
e noi non riconosceremo pi questo posto.
Allora parleremo di oggi.
Era, di nuovo, la malinconia mistica dell'adolescenza,
che al colmo della sua vitalit e con una grave saggezza
destinata subito a svanire, accoglie in s il passato
e il futuro: il tempo stesso in astratto. Rosa lo
ascoltava, ma non riusciva a capirlo. Il passato lei lo
aveva distrutto, e si ritraeva dal futuro con orrore.
Tutto ci che aveva al mondo, pens, era quell'unica
ora, e quella passeggiata sino al mare.
In breve raggiunsero un argine ripido, con pochi
abeti sparsi qua e l, e videro il Sund davanti a loro.
Era uno spettacolo raro e meraviglioso. Il ghiaccio
si stava rompendo; a una certa distanza dalla costa
era ancora solido, una distesa di un grigio biancastro.
Ma vicino a terra, staccatosi dal terreno e frantumato
in banchi e in lastroni, gi dondolava e oscillava pian
piano, abbandonandosi al moto sotterraneo della corrente.
E oltre la linea bianca irregolare e spezzata,
c'era il mare aperto, d'un pallido azzurro, quasi luminoso
come l'aria, un elemento possente, ancora insonnolito
dopo il suo lungo letargo invernale, ma libero,
vagabondo come gli dettava il suo cuore voglioso, e
proteso a cingere tutta la terra.
Non c'era quasi vento, ma si sentiva nell'aria un lieve
fruscio, come un sommesso, gioioso ciangottare, l
dove i lastroni di ghiaccio strusciavano l'uno contro
l'altro e si sospingevano per disincagliarsi.
Peter non aveva pi toccato Rosa da quando,
disteso nel letto al suo fianco, aveva giocato coi suoi capelli;
ora le afferr la mano per un istante, e nel palmo
caldo del ragazzo ella sent un fiotto di gioiosa energia.
Poi, con pochi lunghi balzi, egli corse gi dall'argine
e si avventur sul ghiaccio, e lei lo segu
correndo.
Se Rosa avesse avuto dieci o vent'anni di pi, in
quell'attimo sarebbe potuta morire o impazzire di
dolore. Ma era cos giovane che anche la disperazione
aveva in s del vigore, e le era di sostegno. Poich non
le restava che quell'unica ora di vita, doveva, in quell'ora,
godere, vivere e soffrire con tutte le sue forze.
Balz sul ghiaccio con la stessa agilit del compagno.
Per lei, la suprema e incantevole bellezza di quello
scenario consisteva nel fatto che tutto era intriso d'acqua.
Da ultimo tutte le cose erano state aride e dure,
resistenti al tocco, insensibili al grido del suo cuore.
Ma qui tutto scorreva  fluttuava, il mondo intero
era fluido. Vicino alla riva c'erano chiazze di ghiaccio
sottilissimo che si rompeva sotto i suoi passi, cos
che doveva immergere i piedi in pozze di acqua limpida.
Ben presto ne ebbe le scarpe fradice; nel correre
si spruzzava d'acqua la sottana, e quel senso di
universale umidore la rendeva come ubriaca. Era come
se nei prossimi istanti anche lei, e Peter con lei,
potessero liquefarsi e dissolversi in un ignoto, salmastro
fiotto di gioia, e finire nell'immenso mondo fradicio
e ondeggiante. Le pareva di scorgere le loro due
piccolissime figure sulla distesa bianca. Non sapeva
che mentre avanzava di corsa il suo viso pallido era
divenuto radioso.
Ma una volta sul ghiaccio, Peter la aspettava con
pazienza, e le rimaneva vicino, pi pacato e responsabile
di quando, lungo la strada, aveva sentito irrefrenabile
il desiderio della sua anima che lo sospingeva.
Qui camminavano e correvano l'uno accanto
all'altra. Rosa pens: Sono venuta al mare con Peter,
in fin dei conti. Lo fece fermare un momento.
Aspetta, Peter gli disse. Guarda, adesso andiamo
a Elsinore. Quell'enorme blocco di ghiaccio laggi
 la casa della mia madrina. E quell'altro pi lontano,
quello  il porto, sai?.
Si incamminarono in linea retta verso la casa della
madrina. E intanto che camminavano, Peter disse:
Ecco, il mare ha questo di strano, Rosa: puoi guardarlo
da un punto all'altro dell'orizzonte come se scorressi
lo sguardo su una prateria. Poi basta appena che
giri gli occhi, e puoi guardarlo anche in profondit,
tutto da cima a fondo, e lui non ti nasconde nulla.
Alle volte la gente dice che il mare  traditore e la
terra invece  fidata. Ma la terra ci nasconde i suoi
segreti. Pu esserci qualunque cosa, proprio sotto i
nostri piedi - un tesoro sepolto, il tesoro di un antico
pirata - e noi non lo sospettiamo nemmeno. E quanto
all'aria - puoi fissarla quanto ti pare, ma non saprai
mai com' dal di fuori. Il mare  un amico.
Si fermarono alla casa della madrina di Rosa, ci s
sedettero sopra, e cercarono di scoprire questo e quel
posto lungo l'ampia costa brumosa. Due alberi erano
un punto di riferimento al di sopra di Sletten, un villaggio
di pescatori; divennero palme su un'isola corallina.
Uno scintillio nell'aria, che veniva dal tetto di
rame del Castello di Kronborg, laggi al nord, fu il
primo barlume delle bianche scogliere di Dover. A
sud, a circa un miglio, videro delle persone che si avventuravano
sul ghiaccio, come loro; erano selvaggi,
cannibali, che loro dovevano evitare. Oh, pens
Rosa perch non si contenta di viaggi come questo?
Potremmo essere felici, se si contentasse.
Mentre si spingevano pi avanti, ogni tanto erano
costretti a scavalcare profonde fenditure nel ghiaccio,
che scintillavano d'un verde come di vetro; il ghiaccio
era spesso mezzo metro e pi. A un tratto Rosa ebbe
l'impressione di aver sentito il suolo muoversi leggermente
sotto i suoi piedi, e prov la strana sensazione
che qualcosa o qualcuno, un terzo compagno, si fosse
unito a loro in quell'avventura sul mare; ma a Peter
non disse nulla. Continuarono a correre ed a saltare,
sempre vicini l'uno all'altra. Ora grid Rosa siamo
nel porto di Elsinore!.
Adesso il respiro del mare arrivava diritto sui loro
visi caldi e arrossati. In quel giorno tranquillo c'era
una corrente che veniva dal sud, e i lastroni di ghiaccio
davanti a loro si stavano spostando lentamente verso
il nord.
Lungo la costa del Sealand  raro che il vento passi
da est a ovest girando a nord; di solito soffia a lungo
da est, accompagnato da pioggia e maltempo, poi cambia
e si dirige al sud-est e al sud, per finire all'ovest
e lasciare l'aria limpida e pulita. Talvolta segue un
periodo di calma, e mentre il vento dorme, il Sund
si riempie a poco a poco di velature afflosciate provenienti
da tutti i paesi, come lanugine d'anatra sospinta
a mucchi dal vento sul bordo d'uno stagno. Peter e
Rosa ricordarono le navi che durante l'estate avevano
visto gremire il canale.
Ora nell'acqua pallida nuotavano le anatre, cos simili
all'acqua, nel colore, che soltanto il nero dei becchi
e delle ali riusciva a farle scorgere, gruppetto mutevole
di piccole macchie scure sulle onde.
S, disse lentamente Peter ora siamo nel porto
di Elsinore. E quella, aggiunse puntando l'indice
avanti a s quella  la Esprance.  all'ncora, ma 
pronta a salpare. L'Esprance era un grosso banco
di ghiaccio di almeno quindici metri, che una lunga
fenditura separava dal ghiaccio sul quale stavano loro.
Devo salire a bordo subito, Rosa?.
Rosa incroci le braccia sul petto. S, saliamo subito
rispose. Saremo nel Mare del Nord prima ancora
che qualcuno sappia che siamo partiti, e vicinissimi
all'Inghilterra. E poi un giorno doppieremo il
Capo Horn. Peter grid: Sali a bordo con me?.
S disse Rosa. E vieni con me, insist lui fai
con me tutto il viaggio fino al Polo Sud?. S
ripet lei. Oh, Rosa! proruppe il ragazzo dopo un
silenzio.
Salirono sul banco di ghiaccio, e Peter prese la
mano di Rosa nella sua. Erano tutti e due stanchi
dopo quella corsa sui ghiacci, e contenti di riposarsi
sul ponte.
Peter guardava davanti a s, col viso alzato. Ma la
ragazza, dopo un poco, gir la testa per vedere come
apparisse la costa della sua terra natia vista da cos
lontano. Allora si accorse che la fenditura tra il banco
e il ghiaccio della terraferma si era allargata. Dove
loro avevano camminato si scorgeva adesso un tratto
d'acqua limpida, largo circa due metri. La Esprance
aveva davvero preso il mare. Quella vista atterr la
fanciulla; ella prov l'impulso di gridare forte, di
correre.
Ma non grid. Rimase immobile, e la sua mano,
stretta nella mano di Peter, riusc persino a non tremare.
Perch dopo un istante scese su di lei una grande
calma. Quel destino che aveva temuto per tutta la
vita, e dal quale ormai non c'era scampo - quel destino,
cap adesso, era la morte. Era soltanto la morte.
Per alcuni minuti, lei sola si rese conto della situazione.
Aveva la mente quasi vuota; si teneva eretta,
molto seria, accettando la sua sorte. S, dovevano morire
l, lei e Peter, dovevano annegare. Peter adesso
non avrebbe mai saputo che lei lo aveva tradito. E
non importava nemmeno pi; avrebbe potuto dirglielo
lei stessa, ormai. Lei era di nuovo Rosa, il dono concesso
al mondo, e anche a Peter. Nel momento in cui
raccoglieva tutto il proprio coraggio per affrontare
la morte, Rosa non soffriva per s. Era addolorata,
profondamente addolorata per il mondo, che stava per
perdere Rosa. Quanta bellezza, quanta ispirazione,
quante soavi munificenze ne sarebbero scomparse per
sempre!
Peter sent il lieve ondeggiare del lastrone di ghiaccio,
si gir di scatto e vide che stavano andando alla
deriva. Il cuore gli balz nel petto con due, tre tonfi
terribili; la mano con la quale stringeva il braccio
della ragazza scivol a serrarle il gomito. Egli la condusse
con uno strattone sul bordo del banco. Vide,
allora, che lui sarebbe forse riuscito a saltare il crepaccio,
ma che Rosa non avrebbe potuto farcela. Cos la
riport un po' indietro e si guard intorno. Erano
circondati dall'acqua da ogni lato. Le persone che
avevano visto sul ghiaccio erano scomparse. Loro due
erano soli col mare e col cielo.
Attonito e tremante, il ragazzo si strappava i capelli
con una mano, continuando con l'altra a serrare il
gomito di Rosa. E sono stato io, proprio io a pregarti
di venire con me! gridava.
Dopo un momento si volse verso di lei, e da quando
erano usciti di casa, fu quella la prima volta che la
guard. Il viso di Rosa era tranquillo; ella lo fissava
di sotto le lunghe ciglia come da un nascondiglio.
Ora stiamo andando direttamente a Elsinore
gli disse.  meglio cos che se dovessimo prima andare
a casa, non capisci?.
Peter la fiss, e a poco a poco il sangue torn ad
affluirgli al volto, fino a renderlo di fiamma. Il loro
pericolo, e il suo senso di colpa per la presenza di Rosa,
adesso svanirono e si ridussero in nulla, di fronte
al fatto che una ragazza potesse essere cos splendida.
Mentre continuava a guardarla, gli passarono davanti
agli occhi tutta la sua vita e tutti i suoi sogni del futuro.
E ricord pure che quella notte sarebbe dovuto
salire nella stanza di Rosa, e a quel pensiero si sent
percorrere da un rapido, acuto spasimo. Eppure questa
era la cosa pi meravigliosa di tutte.
Quando saremo a Elsinore disse Rosa dove il
Sund si restringe, il capitano della Esprance ci vedr
e ci prender a bordo, non credi?.
Il cuore del ragazzo traboccava di adorazione. Egli
sentiva la lieve brezza nei capelli e l'odore del mare
nelle narici, e il movimento dell'acqua, che atterriva
Rosa, lo inebriava. Era impossibile che non sperasse;
non poteva non aver fede nella propria stella. In quel
momento gli sembrava che da un pezzo, forse da tutta
la vita, gli toccasse di trovarsi sbalzato da un'estasi
all'altra, e che quello sarebbe anche potuto essere il miracolo
che coronava tutti gli altri. Non aveva mai avuto
paura di morire, ma ora non poteva accogliere
l'idea della morte, perch sino a quel momento non si
era mai accorto che la vita fosse cos possente. E nello
stesso tempo, proprio come il sogno e la realt sembravano
essere divenuti, su quel lastrone di ghiaccio,
una cosa sola, anche la distinzione tra la vita e la morte
pareva cancellata. Intu confusamente che tutto
questo era ci che si intendeva dire con la parola
immortalit. Cos smise di guardare avanti a s o di
volgersi indietro; fu avvinto dal presente.
Lasci il braccio di Rosa e torn a guardarsi intorno.
And a raccogliere i bastoni che avevano gettati
via quand'erano saliti a bordo dell' Esprance. Impieg
un certo tempo a fare col coltello un buco nel
ghiaccio, perch il bastone ci restasse infitto, e a legare
sulla cima del bastone il suo grande fazzoletto
rosso. Ora sarebbe servito da segnale di pericolo, e sarebbe
stato visto da molto lontano. Con un pezzetto di
corda che si trov in tasca leg poi il coltello al bastone
di Rosa per trasformarlo in una specie di gaffa
- se la corrente li avesse portati accosto al ghiaccio
sulla terraferma, con quella lui avrebbe potuto forse
uncinarlo. Rosa stava a guardare.
Una volta issata quella bandiera, il loro lastrone
divent diverso dagli altri tutt'intorno, una nave, una
casa sull'acqua per loro due. Non c'era freddo; il cielo
si era colmato di una luce argentea. Nella mente di
Peter affior un'idea strana; rimpianse di non aver
portato con s il flauto, perch mentre navigavano
avrebbe potuto suonare qualcosa per lei, che sino a
quel momento non si era mai presa la briga di
ascoltarlo.
Aveva in tasca una bottiglia con del gin. La tir
fuori e disse a Rosa di berne un po'. Le avrebbe fatto
bene, disse, e dopo ne avrebbe bevuto un po' anche
lui. A Rosa dava molto fastidio l'odore del gin, e si
era irritata spesso con Peter perch lo beveva. Ora,
dopo una breve esitazione, acconsent ad assaggiarlo,
e anche a bere dalla bottiglia, dato che non avevano
bicchiere. Le poche gocce che aveva inghiottite la fecero
tossire e le colmarono gli occhi di lacrime, ma
quando riprese fiato disse: Il gin non  poi tanto
male, in fin dei conti. Per contentare Peter ne bevve
un altro sorso, che la scald tutta e rese il mondo pi
vivido ai suoi occhi. Peter si port a sua volta la bottiglia
alla bocca, poi la pos sul ghiaccio.
Peter si tolse la giacca e la sciarpa e le avvolse intorno
alle spalle di Rosa, incrociando i lembi della
sciarpa sul suo petto, e lei lo lasci fare senza dire una
sola parola. Perch ti sei fermati i capelli, oggi?
le domand. Rosa si limit a crollare il capo; sarebbe
stato troppo lungo spiegarglielo. Lasciali sciolti
disse lui. Cos il vento li agita. No, non riesco ad
alzare le braccia, avvolta come sono nella tua sciarpa
rispose Rosa. Posso scioglierteli io? le domand
Peter, e lei rispose di s.
Con le dita abili allenate ad attrezzare il brigantino
Rosa, Peter sciolse il nastro che le tratteneva i capelli,
mentre lei, pazientemente, gli stava ferma accanto,
con la testa un po' piegata. La morbida e lucente massa
di capelli si sciolse e le si rovesci addosso, coprendole
le guance, il collo e il petto, e, come lui aveva
previsto, il vento sollev i suoi riccioli e gentilmente
glieli agit sul viso.
In quell'istante, improvvisamente, senza che nulla
lo facesse prevedere, il ghiaccio si ruppe sotto i loro
piedi, come se si fossero avventurati su una crepa nascosta
e il loro peso l'avesse fatta cedere. La fenditura
li fece cadere sulle ginocchia, l'uno contro l'altra. Per
un momento il ghiaccio li resse ancora, trenta centimetri
sotto la superficie dell'acqua. Si sarebbero ancora
potuti salvare, se si fossero separati e si fossero arrampicati
da una parte e dall'altra della fenditura, ma
quell'idea non li sfior nemmeno.
Peter, non appena si rese conto che stava perdendo
l'equilibrio, e sent l'acqua gelata intorno ai piedi,
con un solo, ampio movimento abbracci Rosa e la
tenne stretta a s. E in quell'ultimo istante, la sconosciuta,
fantastica sensazione di non avere pi nessun
appoggio sotto i piedi si mescol, nella parte consapevole
di lui, con lo sconosciuto senso di morbidezza
del corpo di Rosa contro il suo. Rosa premette il viso
nell'incavo della sua spalla, e chiuse gli occhi.
La corrente era forte; in pochi secondi ne furono
travolti, l'uno nelle braccia dell'altra.
...
UN RACCONTO CONSOLATORIO.

Charles Despard, lo scrittore, entr in un piccolo
caff di Parigi e vi trov un amico, un compatriota,
che in tutta calma stava cenando a un tavolo accanto
alla finestra. Sedutosi di fronte a lui, trasse un profondo
sospiro di sollievo e ordin un assenzio.
Finch non glielo portarono e non lo ebbe assaggiato, si
limit ad ascoltare attentamente, senza aprire bocca,
le poche osservazioni banali del compagno.
Fuori nevicava. I passi della gente non producevano
alcun suono sul sottile strato di neve che copriva
il marciapiede; la terra era muta e morta. Ma l'aria era
intensamente viva. Negli intervalli di tenebra tra un
lampione e l'altro, la neve che cadeva non era altro,
per i passanti, che un continuo, gelido tocco cristallino
sulle ciglia e sulla bocca. Ma intorno ai vetri
delle splendenti lampade a gas essa non era pi invisibile,
e si rivelava in un turbine di piccole ali traslucide
che sembravano danzare su e gi, un piccolo
mondo bianco simile a un febbrile, silenzioso, fatato
alveare. La Cattedrale di Ntre-Dame baluginava alta
e severa, uno scoglio impennato all'infinito nella notte
cieca.
L'ultimo libro di Charlie aveva avuto un grande
successo, e gli aveva fruttato molto denaro. E lui, che
era sempre stato povero e non aveva gusti costosi, non
era molto bravo a spenderlo, e quando osservava quel
che ne facevano gli altri, per imparare da loro, i vari
modi di cui tutti si liberavano dei propri guadagni
gli sembravano quasi sempre sciocchi e insulsi. Cos
lasciava le sue ricchezze nelle mani dei banchieri, quegli
esseri misteriosamente appassionati ed esperti di
quest'aspetto dell'esistenza, ed era quasi sempre a corto
di denaro. Ormai la moglie era tornata dalla sua
famiglia, e lui viaggiava qua e l, senza stabilire la
propria dimora in nessun posto. Si sentiva a casa sua
quasi dovunque, ma nel suo cuore persisteva tuttora
la nostalgia, appena accennata ma costante, di Londra
e della vita che vi aveva trascorsa.
Ora taceva, intimidito dall'umanit che lo circondava,
soggetto a quella particolare tristezza di cui parla
l'antico proverbio: omne animal post coitum triste.
Per Charlie, infatti, non c'era nessuna differenza tra
lo scrivere ed il fare all'amore. Gli succedeva di udire
un motivo, o di sentire un profumo, e di pensare in
cuor suo: Ho gi udito questo motivo, o sentito
questo profumo, in un momento in cui ero profondamente
innamorato, o mentre stavo lavorando a un
libro; ora non riesco a ricordare se l'una o l'altra cosa.
Ma ricordo che allora, al colmo della mia vitalit, io
mi esprimevo in estatica armonia, e che tutto, in
un'insolita felicit, sembrava al posto giusto. E ora
se ne stava seduto al tavolo come chi abbia appena
visto concludersi una relazione d'amore, e sia esausto
e gelato fin nelle ossa, e profondamente consapevole
di quanto siano vuote e vane tutte le ambizioni dell'uomo.
Tuttavia era contento di avere incontrato il
suo amico, col quale aveva sempre avuto una buona
intesa.
Charlie era un uomo esile e piccolo di statura, e
sembrava molto pi giovane della sua et; ma il suo
commensale era ancora pi piccolo, e di et indefinibile,
sebbene il poeta sapesse che aveva dieci o quindici
anni pi di lui. Era modellato cos armoniosamente,
con mani, piedi e orecchie di delicata fattura,
tratti che erano una fine opera di cesello, la bocca piccola
e nobile, la carnagione fresca e una voce melodiosa,
che sarebbe potuto apparire un esemplare in
miniatura della figura umana, fatto per un museo. I
suoi abiti erano decorosi e di buon taglio; il suo cappello
a cilindro era posato su uno scaffale alle sue
spalle, sopra il pastrano e l'ombrello.
Si chiamava Aeneas Snell, o almeno cos lui diceva,
ma nonostante i suoi modi cos disinvolti e gioviali,
le sue origini e il suo passato erano oscuri anche ai
suoi amici. Si diceva che fosse stato prete, ma che dopo
aver seguito la vocazione avesse ben presto abbandonato
l'abito. Pi tardi era diventato medico dermatologo,
e si era distinto nella sua professione. Aveva
girato l'Europa, l'Africa e l'Asia in lungo e in largo, e
aveva conosciuto a fondo uomini e citt. Pareva che a
lui personalmente non fosse mai accaduto niente d'importante,
n disgrazie n fortune, ma era suo destino
che strani eventi, drammi e catastrofi si verificassero
alla sua presenza. Era in Egitto quando vi era scoppiata
la peste, e al servizio di un principe indiano durante
l'ammutinamento, e segretario del duca di Choiseul
de Praslin quando quel gentiluomo uccise la moglie.
Al momento si occupava come amministratore
degli affari di un tizio di Parigi, arricchitosi da poco.
Talvolta i suoi amici si stupivano che un uomo cos
dotato e di tanta esperienza si fosse contentato, per
tutta la vita, di mettersi al servizio degli altri, ma
Aeneas spiegava questo controsenso attribuendolo all'apatia
e alla passivit della sua indole. Di sua spontanea
volont, sosteneva, non sarebbe mai riuscito a
trovare alcun motivo per fare una determinata cosa,
ma bastava che qualcun altro gli chiedesse o lo pregasse
di farla perch a lui sembrasse del tutto plausibile
di assumersene il compito. Come amministratore
se la cavava benissimo e aveva in tutto la pi assoluta
fiducia del suo principale. Qualcosa nel suo portamento
e nei suoi modi suggeriva che nell'assumersi
quel lavoro egli stesse facendo un onore tanto a se
stesso quanto al suo padrone, e questo particolare faceva
una grande impressione al ricco francese. Aeneas
era un compagno piacevolissimo; sapeva ascoltare con
attenta pazienza e narrare a sua volta con avvincente
abilit; nei suoi racconti, non metteva mai in primo
piano la sua persona; narrava le sue storie, anche le
pi strane, come se le avesse viste accadere coi suoi occhi,
e non  affatto escluso che cos fosse.
Bevuto il suo assenzio, Charlie divenne pi comunicativo;
appoggi il gomito sul tavolo e, col mento
sulla mano, in tono grave e solenne, disse: Ama
l'arte tua con tutto il cuore, e con tutta l'anima, e
con tutta la mente. E ama il pubblico tuo come te
stesso. E dopo un poco aggiunse: Ogni rapporto
umano ha in s qualcosa di mostruoso e di crudele.
Ma il rapporto dell'artista col suo pubblico  tra i pi
mostruosi. S,  terribile come il matrimonio. E nel
dir questo rivolse a Aeneas uno sguardo intenso, amaro
e tormentato, come se in lui vedesse rappresentato
il suo pubblico.
Perch continu contro la nostra volont, noi
artisti e il nostro pubblico dipendiamo, per esistere,
gli uni dall'altro. Di nuovo gli occhi di Charlie,
cupi di dolore, scoccarono un'accusa mortale all'amico.
Aeneas sent che il poeta era in uno stato d'animo
cos pericoloso che qualunque frase, tranne un commento
banale, avrebbe potuto fargli perdere il suo
equilibrio. Se  cos, disse il tuo pubblico non ti
ha forse concesso un'esistenza piacevole?. Ma anche
queste parole lasciarono Charlie cos sconcertato che
tacque per un pezzo. Dio mio, disse infine credi
forse che stia parlando del mio pane quotidiano - di
questo bicchiere, o della giacca e della cravatta? Per
l'amor di Dio, cerca di capire quel che dico. Ciascuno
di noi, l'artista da una parte ed il pubblico dall'altra,
aspetta il consenso o la collaborazione dell'altro addirittura
per cominciare a esistere. Se non c' un'opera
d'arte da guardare, o da ascoltare, non pu esserci nemmeno
un pubblico; questo, immagino,  chiaro anche a
te, non  vero? E quanto all'opera d'arte - esiste un
quadro che nessuno guarda? esiste un libro che non
viene mai letto? No, Aeneas, devono essere guardati,
devono essere letti. Ed ecco, grazie al semplice atto di
essere guardati, di essere letti, essi danno vita a quella
creatura formidabile, lo spettatore, che sufficientemente
moltiplicato - e noi vogliamo che si moltiplichi, da
veri miserabili quali siamo - diventer il pubblico. E
cos, come vedi, eccoci alla sua merc. Ma in questo
caso, osserv Aeneas perch non vi manifestate un
po' di carit reciproca?. Carit? Ma di che diamine
stai parlando? proruppe Charlie, e cadde in
una profonda meditazione. Poi, dopo un lungo silenzio,
disse lentamente: Non possiamo manifestarci
nessuna carit reciproca. Il pubblico non pu essere
caritatevole con un artista; se lo fosse, non sarebbe il
pubblico. E siano rese grazie al Signore per questo,
comunque. E nemmeno l'artista pu essere caritatevole
col suo pubblico, o per lo meno nessuno ancora ci ha
mai provato.
No, disse ora voglio spiegarti come stanno le
cose. Tutte le opere d'arte sono belle e perfette. E al
tempo stesso sono tutte degli orribili, ridicoli, assoluti
fallimenti. Nell'istante in cui metto mano a un libro,
 sempre incantevole. Lo guardo, e vedo che  bello.
Fintanto che sono al primo capitolo  cos bene equilibrato,
c' tra le sue varie parti un accordo cos squisito
da fare del suo insieme una meravigliosa armonia,
e in genere, a quel punto l'ultimo capitolo del libro
sar il pi bello di tutti. Ma fin dal primo istante in
cui ha avuto inizio,  anche seguito da un'ombra orribile,
un'odiosa, rivoltante deformit, che gli  tuttavia
uguale, e talvolta - anzi, molto spesso - ne prende
il posto, al punto che perfino io non riconosco il mio
lavoro, ma me ne ritraggo, come la contadina si ritrae
dalla culla nella quale dorme il bimbo scambiato dalle
fate, e mi segno all'idea di aver potuto credere che
fosse una creatura della mia stessa carne e del mio
stesso sangue. S, in poche parole ed in tutta sincerit,
ogni opera d'arte  l'idealizzazione ed il pervertimento,
la caricatura di se stessa. E il pubblico ha il potere, di
sancire, in assoluto, se  l'una o l'altra cosa. Quando
il cuore del pubblico ne rimane turbato e commosso,
e tra lacrime di orgoglio e di contrita partecipazione
tutti la acclamano gridando al capolavoro, essa diventa
quel capolavoro che all'inizio vidi io stesso. E
quando il pubblico la dichiara insulsa e priva di valore,
diventa priva di valore. Ma quando nessuno la
guarda - voil, come dicono qui a Parigi, essa non
esiste. Invano io grido a tutti costoro: "Possibile che
non ci vediate nulla?". Loro mi risponderanno, e a
ragione: "Proprio nulla, eppure quello che c' io lo
vedo tutto!". Se il rapporto dell'artista col suo pubblico
dev'essere questo, Aeneas, non  consolante dipingere
o scrivere libri.
Ma non credere continu dopo un silenzio che
io non abbia compassione dei miei lettori, e che non
mi renda conto della mia colpa nei loro confronti. Ne
ho compassione, e questo pensiero  un tarlo nella mia
mente. Ho dovuto leggere il libro di Giobbe, per trovare
la forza di sopportare la mia responsabilit.
Ti vedi nei panni di Giobbe, Charlie? gli domand Aeneas.
No, disse Charlie in tono solenne ed orgoglioso
in quelli del Signore.
Col mio lettore continu lentamente mi sono
comportato come il Signore si comporta con Giobbe.
Io so bene, e nessuno, nessuno al mondo pu saperlo
quanto me, che il Signore ha bisogno di Giobbe come
pubblico al punto di non poterne fare a meno. Oh,
s, c' persino da domandarsi quale dei due dipenda
pi dall'altro, se il Signore da Giobbe o Giobbe dal
Signore. Io ho scommesso con Satana sull'anima del
mio lettore. Ho cosparso di ostacoli il suo cammino e
gli ho rovesciato addosso terrori a migliaia, l'ho costretto
a cavalcare il vento e ho dissolto la sua sostanza,
e quando lui si aspettava la luce non c'era che tenebra.
E Giobbe non vuole essere il pubblico del Signore,
proprio come il mio pubblico non vuole essere
il mio pubblico. Sospirando, Charlie fiss lo
sguardo sul proprio bicchiere, che poi si port alle
labbra e vuot d'un sorso.
Tuttavia, continu alla fine i due si riconciliano;
fa bene leggere quella storia. Perch il Signore
nel centro del turbine perora la causa dell'artista,
e dell'artista soltanto. Spazza via gli scrupoli morali
e le sofferenze morali del suo pubblico; non tenta
di giustificare il proprio spettacolo con una disquisizione
sul giusto e sull'ingiusto. "Renderai tu vano il
mio giudizio?" domanda il Signore. "Conosci i decreti
del cielo? Ti sei inoltrato nel profondo alla ricerca
degli abissi? Puoi alzare la tua voce sino alle nuvole?
Puoi catturare la dolce influenza delle Pleiadi?". Eh,
s, lui parla degli orrori e delle infamie dell'esistenza,
e con disinvoltura domanda al suo pubblico se scherzer
con esse come con un uccello, e se lascer che i suoi
figlioli facciano lo stesso. E Giobbe  davvero il pubblico
ideale. Chi di noi trover mai un pubblico come
quello? Di fronte a simili argomenti egli china il capo
e rinuncia alle sue lagnanze; vede che sta molto
meglio, e pi al sicuro, nelle mani dell'artista che
con qualsiasi altro potere del mondo, e riconosce di
aver detto quello che non capiva. Charlie tacque
a lungo. Il Signore disse poi gravemente ha fatto
la stessa cosa con me, una volta. E con un gran
sospiro: Ho letto il Libro di Giobbe molte volte,
concluse di notte, quando non riuscivo a dormire.
E in questi ultimi mesi ho dormito male. Si chiuse
nel silenzio, perduto nei ricordi.
E nondimeno, disse dopo una lunga pausa mi
domando quale sia il significato di tutta la faccenda.
Perch non possiamo smettere di dipingere e di scrivere,
e lasciare in pace il pubblico? Che vantaggio gli
diamo, alla fine? E all'uomo, alla fine, l'arte a che cosa
serve? Vanit, vanit, tutto  vanit.
Aeneas a quel punto aveva finito di pranzare, e stava
beatamente sorseggiando il suo caff. Monsieur
Kohl, il mio principale, disse  un amatore di
quadri, e desidera appassionatamente creare una galleria
nel suo palazzo. Ma poich  tutt'altro che un
esperto di pittura, e non ha il tempo di imparare quel
che dovrebbe sapere, la scelta dei suoi quadri, in principio,
mi irritava e mi infastidiva. Ora, per, mi sono
rivolto per suo conto ai pittori, avvicinandoli personalmente,
e a ciascuno di loro ho chiesto di vendermi
il quadro che, tra tutti quelli che ha dipinti, lui
giudica il migliore. La nostra collezione sta crescendo,
e sta diventando molto bella.
Quell'uomo sbaglia disse Charlie in tono cupo.
L'artista non pu dire quale sia il suo lavoro migliore.
Anche ammesso che i tuoi artisti siano onesti,
e non ti abbiano rifilato il quadro che non riescono a
vendere a nessun altro - e te lo meriteresti -, non sono
in grado di giudicare. No, non sono in grado
di giudicare riconobbe Aeneas. Ma una collezione
di quadri, ognuno dei quali sia stato scelto dallo
stesso autore come il pi bello che abbia mai dipinto,
pu certo, alla fine, stuzzicare la curiosit del pubblico
e, in caso di vendita, avere un certo valore
commerciale.
E tu, disse amaramente Charlie tu vai da un
artista all'altro per conto di un ricco amatore. Ma tu,
di tua iniziativa, non hai mai dipinto n comprato
un quadro. Quando, venuta l'ora, lascerai questo mondo,
tanto varrebbe che non fossi mai vissuto. Aeneas
fece di s con la testa. Si pu sapere perch mi dai
ragione? domand Charlie. Perch sono d'accordo
con te rispose Aeneas. Tanto varrebbe che
non fossi mai vissuto.
Charlie ormai si era liberato dell'inquietudine e
dell'irritazione di cui era preda quando era entrato
nel caff, e sent che sarebbe stato molto pi piacevole
ascoltare che continuare a sfogarsi. Scopr anche di
aver fame, e ordin il pranzo. Quando ebbe finito di
sorbire il brodo, si appoggi alla spalliera della sedia,
volse lo sguardo per la sala come se la vedesse per la
prima volta, e con voce bassa e languida, come quella
di un convalescente, disse ad Aeneas: Non potresti
raccontarmi una storia?.
Aeneas gir il cucchiaino nel caff, e raccolse lo
zucchero rimasto sul fondo della tazzina. Si port il
tovagliolo alla bocca, poi lo pieg e lo pos sul tavolo.
S, posso raccontarti una storia disse. Per qualche
istante rimase immobile, frugando nella propria memoria.
E in quei brevi momenti, pur restando perfettamente
immobile, si trasform: il compassato funzionario
scomparve, e al suo posto ecco apparire un
piccolo personaggio profondo e pericoloso, ben solido,
vigile e spietato: il novelliere di tutti i tempi.
S disse infine, e sorrise; posso raccontarti una
storia consolatoria, e con voce soave e melodiosa
cominci.

. . .

Quando ero giovanotto lavoravo a Londra, presso
certi stimati commercianti di tappeti che mi incaricarono
di andare in Persia ad acquistare una partita
di tappeti antichi. Ma per i misteriosi decreti del destino
mi accadde di diventare, per due anni, medico
personale del sovrano della Persia, Mohammed Sci,
un principe di altissimi meriti. Era un periodo di intrighi
politici e di grande inquietudine, quando gli
inglesi e i russi facevano a gara per imporre la propria
influenza sulla corte persiana. Il sovrano era afflitto
dall'erisipela, un male che lo faceva molto soffrire e
contro il quale io avevo avuto la grande fortuna di
trovare un rimedio. L'attuale sci, Nasrud-Din Mirza,
era allora l'erede al trono.
Nasrud-Din era un giovane principe pieno di vita,
appassionato fautore del progresso e delle riforme, e
dotato di un'intelligenza volitiva e fantasiosa. Aveva
la mania di conoscere la situazione e le condizioni di
vita dei suoi sudditi, dai pi nobili ai pi poveri, e
per soddisfarla non dava tregua n a se stesso n ai
suoi seguaci. Aveva studiato i racconti delle Mille e
una notte, e ne aveva tratto ispirazione per immaginarsi
nei panni del califfo Harun di Bagdad. Spesso,
quindi, seguendo le orme di quell'istrione dei tempi
andati, si aggirava tutto solo per le strade di Teheran,
travestito da mendico, da venditore ambulante o da
giocoliere, e frequentava i bazar e le taverne. Ascoltava
i discorsi dei poveri artigiani, dei portatori d'acqua
e delle prostitute, per sapere quel che veramente
essi pensavano dei funzionari e degli impiegati del governo,
e dell'amministrazione della giustizia del suo
regno.
Questa mania del principe gettava in grandi angustie
i suoi vecchi consiglieri. Costoro infatti ritenevano
insostenibile e paradossale che un principe fosse
tanto informato delle vicende e dei sentimenti dl
suo popolo, e ai loro occhi quella situazione appariva
tale da poter sconvolgere come niente tutto l'antico
assetto del paese. Illustravano al giovane i pericoli ai
quali si esponeva e l'ingiustizia che col suo ardimento
usava al regno di Persia, che rischiava in tal modo di
patire senza ragione un gravissimo lutto. Ma quanto
pi loro parlavano, tanto pi il principe Nasrud-Din
si appassionava alla sua impresa. I ministri, allora,
ricorsero ad altre misure. Fecero in modo che egli,
dovunque andasse, fosse seguito segretamente da guardie
armate; arrivarono persino a corrompere i suoi camerieri
e i suoi paggi per scoprire quale travestimento
avrebbe adottato, e in quale quartiere della citt intendesse
recarsi; e spesso il mendico, o la prostituta,
con cui il principe attaccava discorso era stato precedentemente
istruito dai giudiziosi vecchi. Di tutto
questo Nasrud-Din non sapeva nulla, e i consiglieri
temevano a tal punto la sua collera, semmai l'avesse
scoperto, che persino tra loro mantenevano il segreto
sugli stratagemmi che architettavano.
Un giorno, nel periodo in cui ero a Corte, il Primo
Ministro, il vecchio Mirza Aghai, chiese udienza al
principe, e con grande solennit lo inform di alcuni
strani e sinistri avvenimenti.
Nella citt di Teheran, disse, c'era un uomo cos simile,
nel viso, nella statura e nella voce, al principe
Nasrud-Din, che persino la regina sua madre sarebbe
a malapena riuscita a distinguerli l'uno dall'altro. E,
come se non bastasse, il forestiero imitava e scimmiottava
in tutto e per tutto i modi e le abitudini del
principe. Da alcuni mesi quell'uomo si aggirava per
i quartieri pi poveri della citt, travestito da mendicante,
proprio come era solito fare il principe, si
sedeva sotto le mura di cinta o accanto alle porte, e l
faceva mille domande e teneva concioni. Questo fatto,
disse il vecchio ministro, non dimostrava forse
quanto fosse pericoloso quel passatempo del principe?
E infatti, c'era da domandarsi che cosa si nascondesse
dietro quella faccenda. Forse il mistificatore era
uno strumento nelle mani dei nemici dello sci, incaricato
da loro di seminare scontento e ribellione tra
il volgo, oppure un impostore di inaudita temerariet,
che tramava qualche suo oscuro intrigo e forse nutriva
l'orribile progetto di disfarsi dell'erede al trono
per prenderne il posto, facendosi passare per lui. Il
vecchio aveva allora rievocato nella propria mente
tutti i nemici della casa regnante. E gli si era levata
davanti l'ombra di un grande signore, un cugino dello
sci, decapitato durante una rivolta di vent'anni
prima; si era ricordato di aver sentito dire che a quel
fuorilegge era nato un figlio postumo che portava il
suo nome. Non era certo impossibile, ragionava Mirza
Aghai, che questo giovanotto volesse vendicare il padre
e rendere la pariglia ai suoi giustizieri. E detto
questo, preg il suo giovane signore di rinunciare a
quei suoi pellegrinaggi, almeno fintanto che quell'intrigante
non fosse stato preso e punito.
Nasrud-Din ascoltava le parole del gran ciambellano
e giocherellava con le nappe di seta della sua
dragona. Che cosa diceva alla gente questo strano cospiratore,
domand, e che impressione faceva al popolo?
Mio signore, disse Mirza Aghai che cosa
abbia detto finora non posso riferirvelo con precisione,
in parte perch sembra che le sue massime siano
misteriose ed a doppio senso, tanto che quelli che le
hanno udite non le ricordano, e in parte perch in
realt non dice molto. Ma sul popolo ha prodotto
un'impressione molto profonda, su questo non c'
dubbio. Perch egli non si limita ad indagare sulla sorte
degli umili, ma ha cominciato a condividerla con
loro. Si sa che nelle notti d'inverno ha dormito sotto
le mura, che ha vissuto degli avanzi che i poveri mettevano
da parte per lui, e che quando quelli non avevano
nulla da dargli  rimasto digiuno per un giorno
intero. Frequenta le prostitute pi miserabili della
citt, pur di convincere i poveri della propria solidale
compassione. Proprio cos; per insinuarsi tra i pi
umili dei vostri sudditi, corteggia una ragazza che,
nella taverna di un bazar, d spettacolo esibendosi
con un asino. E tutto questo, mio principe, facendosi
passare per voi.
Il principe era un giovanotto allegro e coraggioso;
affliggere i vecchi e prudenti funzionari della Corte
di suo padre lo divertiva, e il racconto di Mirza Aghai
gli faceva presagire una rara avventura. Dopo aver
ben ponderato la faccenda, disse al ministro che non
si sarebbe lasciata sfuggire l'occasione d'incontrare il
suo doppelgnger. Sarebbe andato di persona a parlare
con lui, e avrebbe scoperto la verit sul suo
conto. Viet ai vecchi ministri di interferire nel suo
piano, e stavolta prese delle precauzioni tali che loro
non poterono in alcun modo trattenerlo o controllarlo.
Invano Mirza Aghai lo scongiur di rinunciare a
un progetto cos pericoloso. L'unica concessione che
alla fine riuscirono a strappargli fu la promessa che
avrebbe avuto cura di girare armato, e che avrebbe
portato con s qualcuno di cui potesse fidarsi.
Proprio in quel periodo mi capitava di vedere spesso
il giovane principe. Il principe Nasrud-Din, infatti,
aveva sullo zigomo sinistro un'escrescenza grossa come
una ciliegia. Era una piccola imperfezione che lo
deturpava, e che naturalmente gli era di ostacolo
quando desiderava aggirarsi in incognito. Cos, dopo
aver visto come avevo guarito suo padre, lo sci, egli
mi preg di liberarlo di quella seccatura. La cura fu
lunga; ebbi tutto il tempo di intrattenere il principe
raccontandogli le storie che lui amava, e per forza di
cose io avevo una notevole scorta di racconti che appartengono
alla civilt classica dell'occidente, e che
per lui erano nuovi.
Il principe, inoltre, aveva paura di ingrassare, e
alle volte mangiava pochissimo. La regina, sua madre,
ritenendo che non lo aveva mai visto cos incantevole
come quando, da bambino, era bello grasso, complottava
con i fornitori e coi cuochi della real casa perch
venissero ammannite al figliolo pietanze cos prelibate
da stuzzicargli l'appetito. Ora ella si accorse che
quando io raccontavo le mie storie, il principe si attardava
a tavola volentieri, e cos, con molto garbo,
mi preg di tenergli compagnia durante il pranzo.
Raccontai al principe tutto quel che riuscivo a ricordarmi
della Divina Commedia, e di alcune tragedie
di Shakespeare, e anche tutti i Misteri di Parigi di
Eugene Sue, che avevo letto poco prima di lasciare
l'Europa. E durante le nostre lunghe conversazioni
su queste opere d'arte mi conquistai la sua fiducia, al
punto che quando dovette scegliere un compagno per
le sue spedizioni segrete mi chiese di andare con lui.
Con suo grande divertimento, mi fece travestire da
mendicante persiano, con un grande mantello e babbucce,
e una benda sull'occhio. Avevamo entrambi
un pugnale alla cintura e una pistola sul petto; fu
il principe a regalarmi il pugnale, che aveva l'impugnatura
d'argento tempestata di turchesi. Il vecchio
ministro Mirza Aghai, allora, volle parlarmi, e mi promise
la propria gratitudine ed un incarico permanente
e lucroso a Corte se fossi riuscito, alla fine, a dissuadere
Nasrud-Din da quel suo capriccio. Ma io non avevo
alcuna fiducia nella mia capacit di trasformare l'animo
di un principe, n il minimo desiderio di farlo.
Cos, all'inizio della primavera, passammo alcune
serate andandocene in giro per le strade ed i vicoli di
Teheran. Sulle terrazze dei Giardini Reali i peschi
erano gi in fiore, e nell'erba sbocciavano i crochi e
le giunchiglie. Ma l'aria era rigida, e la brina notturna
non ancora un ricordo.
Entro la cerchia delle mura di Teheran le sere primaverili
sono meravigliosamente azzurre. Gli antichi
muri grigi, i platani e gli ulivi nei giardini, le persone
nei loro indumenti grigi, e le lunghe, lente file di
cammelli carichi che tornano a casa attraverso le porte -
tutto sembra fluttuare in una delicata nebbia di
azzurro.
Il principe ed io visitammo luoghi strani, e conoscemmo
danzatori, ladri, mezzane ed indovini. Facemmo
parecchie lunghe discussioni sull'amore e sulla religione,
e molte volte ci avvenne anche di ridere insieme,
perch eravamo giovani entrambi. Ma per un
bel po' non trovammo l'uomo di cui andavamo in
cerca; e nemmeno sentimmo parlare molto di lui.
Per sapevamo con quale nome si faceva chiamare, che
poi era lo stesso di cui si serviva il principe quando
faceva il mendicante. E infine, una sera, un ragazzetto
ci accompagn fino a un bazar, nei pressi della pi
antica porta della citt, dove, a quanto ci fu detto, il
cospiratore aveva l'abitudine, a quell'ora, di sostare.
Vicino alla fontana del bazar il bambino, smilza figuretta
dalle gambe nude, si ferm e ci indic un individuo
seduto per terra non molto lontano da noi. Ci
diede un'occhiata franca e decisa, disse : Pi avanti
di cos non vado e corse via.
Restammo un momento fermi, e palpammo l'impugnatura
dei coltelli e delle pistole. Era una piazza povera
e squallida; vi si arrivava attraverso vicoli angusti;
le case erano sordide e fatiscenti; l'aria era colma
di odori nauseabondi, il suolo sudicio e sconnesso.
I poveri abitanti di quelle strade erano tornati allora
dal lavoro, e in quell'ultima ora di luce indugiavano
all'aperto a chiacchierare o attingevano acqua alla
fontana. Alcuni acquistavano del vino al banco di
una taverna aperta, e noi li imitammo, chiedendo il
pi economico che l'oste avesse, perch quella sera
eravamo mendicanti anche noi. Mentre bevevamo il
nostro vino, continuammo a tener d'occhio l'uomo
seduto per terra.
Da una crepa del muro sporgeva un vecchio albero
di fico tutto contorto, e l'uomo stava seduto l sotto.
Contrariamente a quel che eravamo stati indotti a
pensare, non c'era folla intorno a lui. Ma mentre lo
osservavo, notai che tutti coloro che gli passavano davanti
si attardavano un poco. Alcuni di questi, prima
di riprendere il cammino, si fermavano a scambiare
qualche parola con lui, e mi parve che tutti stornassero
un po' il viso e si comportassero, davanti a lui,
con reverenza e timoroso rispetto. Mentre notavo ogni
particolare della scena che avevo sotto gli occhi,
pensai che c'era in essa qualcosa di insolito e di sorprendente.
Quel luogo era tra i pi poveri e miserevoli
che avessi visto in citt, eppure c'era in esso un che di
dignitoso, e una sorta di serena, fiduciosa attesa. I bambini
giocavano tra loro senza bisticci n grida, le donne
chiacchieravano e ridevano allegramente ma con
voci sommesse, e quelli che attingevano l'acqua facevano
la fila con pazienza.
L'oste stava parlando con un mulattiere che gli
aveva portato due grosse ceste di legumi e di ortaggi
freschissimi. Il mulattiere disse: E dimmi un po',
secondo te che cosa mangiano stasera al palazzo?.
Che cosa mangiano? disse l'oste. Be', non  mica
facile dirlo. Forse si papperanno un bel pavone ripieno
di olive. O forse gusteranno lingue di carpe
cotte nel vino rosso. O forse si spartiranno una bella
pecora grassa ben stufata con la cannella. Eh, s,
perdio disse il mulattiere. Noi sorridemmo nel sentir
descrivere quei piatti straordinari, che per i poveri
dovevano essere delle vere leccornie. Il principe
Nasrud-Din pag il vino, si tir sul capo il suo mantello
da mendico, e senza una parola and a sedersi a
poca distanza dallo sconosciuto. Io mi sedetti al suo
fianco, contro il muro.
L'uomo che avevamo tanto cercato, e di cui tanto
avevamo parlato, era un individuo tranquillo; non alz
gli occhi per guardare i nuovi venuti. Stava seduto
in terra con le gambe incrociate, la testa china, e le
mani congiunte posate sul terreno davanti a s. Aveva
accanto la sua ciotola da mendicante, che era vuota.
Aveva addosso un ampio mantello, come quello che
indossava il principe, ma pi lacero e rattoppato. Aveva
un cappuccio che in parte gli nascondeva la testa,
ma mentre se ne stava l immobile, con gli occhi bassi,
ebbi il tempo di studiare la sua faccia. Era vero
che somigliava un po' al principe. Era un giovanotto
smilzo, di carnagione scura, di qualche anno pi anziano
di Nasrud-Din, proprio dell'et, insomma, che
il principe fingeva di avere quando si aggirava come
mendicante. Aveva lunghe ciglia nere, e una rada
barbetta nera, simile alla barba che il principe si incollava
sul mento quando si travestiva da mendico,
solo che questa era autentica. Sullo zigomo sinistro
aveva un'escrescenza scura, grossa come una ciliegia,
e io, data la mia esperienza, mi accorsi che era fnta,
ma abilmente applicata. Quanto alla sua espressione
ed al suo contegno, non era davvero il temerario e pericoloso
cospiratore che mi ero aspettato di incontrare.
Il suo volto era tranquillo, posso anzi dire che non
ricordo di aver mai visto una fisionomia pi serena
di quella. Era anche un volto stranamente privo di
astuzia, direi persino di intelligenza. Quella dignit
e quella padronanza che un momento prima mi ero
stupito di trovare nel bazar intorno a lui, le ritrovavo
adesso anche nella figura dell'uomo, come se quelle
doti fossero concentrate nella persona lacera e curva
del mendicante, o ne scaturissero. Forse, meditai, poche
cose sono in grado di dare all'aspetto di un uomo
tanta dignit quanto l'aria di completo appagamento
e di autosufficienza.
Gi da un bel po' eravamo seduti l insieme, in silenzio,
quando tutt'a un tratto vedemmo avvicinarsi
un povero corteo funebre diretto al cimitero fuori le
mura, la salma su una lettiga e coperta da un lenzuolo,
con un piccolo sguito di persone in lutto, dietro
le quali ciondolavano alcuni oziosi. Non appena videro
il mendicante seduto sotto il fico, anche costoro
furono clti da non so quale senso di timore o venerazione;
nel passargli davanti si scostarono un poco,
ma non gli rivolsero la parola.
Quando furono lontani, il mendicante alz la testa,
guard nel vuoto avanti a s e con voce sommessa
e gentile disse : La Vita e la Morte sono due scrigni
serrati, ognuno dei quali contiene la chiave
dell'altro.
Nell'udire la sua voce il principe trasal, tanto il
modo di parlare del mendicante somigliava al suo;
aveva persino lo stesso tono un po' nasale. Dopo un
istante, si decise a rivolgere lui stesso la parola allo
sconosciuto. Io sono un mendicante come te, gli
disse e sono venuto qui per racimolare tutte le elemosine
che le persone caritatevoli saranno disposte a
darmi. Intanto che aspettiamo, raccontiamoci la nostra
vita, cos non perderemo tempo inutilmente. La
tua vita di mendicante ha per te cos poco valore che
saresti contento di barattarla con la morte?. Il mendicante
sembr impreparato a fronteggiare una domanda
cos risoluta. Per uno o due minuti non rispose,
poi scosse gentilmente il capo e disse: Niente
affatto.
In quel momento una povera vecchia attravers la
piazza con passo malfermo e, avvicinatasi a noi, si
rivolse al mendicante con lo stesso atteggiamento timido
e sottomesso di tutti gli altri, distogliendo il viso
mentre gli parlava. Si stringeva al petto una pagnotta,
e quando gli fu davanti gliela porse con tutt'e
due le mani. In nome di Dio, disse prendi questo
pane e mangialo. Abbiamo visto che da due giorni
stai seduto qui sotto le mura, e non hai mangiato
nulla. Io sono una vecchia, la pi povera dei poveri
qui intorno, e spero che non rifiuterai la mia elemosina.
Il mendico alz leggermente la mano per rifiutare
il dono. No, disse porta via il tuo pane.
Stasera non mangio perch so che un mendicante, mio
fratello di mendicit,  rimasto per tre giorni interi
sotto le mura, e nessuno gli ha dato nulla. Voglio vivere
di persona quello che lui ha provato e pensato
allora. Oh, Dio, sospir la vecchia se tu non
mangerai questo pane, non lo manger nemmeno io;
lo dar alle bestie che entrano dalle porte trascinando
i carri, e sono stanche ed affamate. E detto questo
torn ad allontanarsi.
Non appena lei and via, il principe si rivolse di
nuovo al mendicante. Tu ti sbagli disse. Nessun
mendicante della citt  rimasto per tre giorni seduto
sotto le mura senza ricevere nessuna elemosina. Tendo
la mano anch'io, e non sono mai rimasto digiuno
nemmeno un giorno. Gli abitanti di Teheran non sono
n cos spietati n cos indigenti da lasciar digiunare
per tre giorni il pi miserabile dei mendicanti.
A questo il mendicante non disse parola.
Cominciava a far freddo. Lo spazio immenso sopra
le nostre teste era ancora limpido come il cristallo e
colmo di luce soave; innumerevoli pipistrelli erano
usciti dai buchi nelle mura e senza alcun suono ricamavano
l'aria, zigzagando dall'alto in basso. Ma la
terra e tutto ci che le apparteneva erano immersi in
un'ombra azzurrina, come se fossero squisitamente
smaltati di lapislazzuli. Il mendicante si avvolse nel
suo vecchio mantello e rabbrivid. Faremmo meglio
dissi a cercar riparo nella porta. No, l
non ci vengo davvero disse il mendicante. I gabellieri
scacciano i mendicanti dalle porte fustigandoli
sulle piante dei piedi. E ti sbagli ancora disse il
principe. Io, che sono un mendicante come te, ho
cercato riparo nelle porte, e mai nessun gabelliere
mi ha detto di andarmene. Perch la legge dice che i
poveri e chi non ha casa possono rifugiarsi nelle porte
della mia citt, quando  finito il traffico del giorno.
Per un minuto il mendicante medit su quelle parole;
poi, girato il capo, lo guard. Sei il principe
Nasrud-Din? gli domand.
Il principe Nasrud-Din fu sorpreso e confuso dalla
domanda esplicita del mendicante; e la sua mano corse
al coltello, proprio come la mia. Ma un istante
dopo lo guard altezzosamente negli occhi. S, sono
Nasrud-Din disse. Tu devi conoscere il mio viso,
visto che l'hai contraffatto. Devi avermi seguito molto
a lungo, e molto da vicino, per riuscire con tanta
abilit a farti passare per me agli occhi del mio popolo.
Anch'io, da qualche tempo, conosco il tuo gioco.
Ma non so qual  il motivo che ti spinge a giocarlo.
Stasera sono venuto qui perch sia tu a
dirmelo.
L per l il mendicante non rispose; poi si decise
a crollare il capo. Ahim, mio gentile signore disse.
Come puoi dire una cosa del genere, quando io
ho indossato questi panni e ho assunto questo aspetto
che tu stesso ritieni cos dissimile da quello che ti 
abituale, e tale da poterti meglio nascondere per trarre
in inganno il popolo della tua citt? Non potrei,
altrettanto giustamente, accusarti di avere, nella tua
grandezza, scimmiottato il mio umile atteggiamento,
e di esserti indebitamente appropriato del mio aspetto
di mendico? S,  vero che una volta ti ho visto,
di lontano, nel tuo costume da accattone, ma ho imparato
molto di pi da coloro che ti seguivano e ti
tenevano d'occhio.  anche vero che mi sono servito
della somiglianza che Dio si  degnato di creare tra
te e me. Ne ho approfittato per essere orgoglioso e
grato a Dio, mentre prima ero soltanto umiliato. Un
principe biasimer il suo servo per questo?.
E la gente del bazar e delle strade domand il
principe guardando con occhi penetranti il mendico
chi crede che tu sia?. Il mendico volse all'intorno
uno sguardo rapido e furtivo. Zitto, mio signore,
parla piano disse. La gente del bazar e delle strade
non oserebbe mai farmi sapere chi crede che io sia.
Non hai visto come tutti distolgono il viso e abbassano
gli occhi quando mi passano davanti o mi parlano?
Sanno che non voglio far sapere chi sono; temono
che, se mai scoprissi chi credono che sia, la mia
collera contro di loro sarebbe cos terribile che me ne
andrei per non tornare mai pi tra loro.
A queste parole il principe arross e rimase in silenzio.
Infine disse in tono grave: Credono tutti che
tu sia il principe Nasrud-Din?. Il mendico, per un
attimo, mostr i denti candidi in un sorriso. S,
credono proprio che io sia il principe Nasrud-Din
rispose. Pensano che abbia un palazzo nel quale vivere,
e che possa tornarci in qualsiasi momento mi
garbi. Credono che abbia una cantina piena di vino,
una tavola sontuosamente imbandita, cassapanche ricolme
di vesti di seta e di pellicce.
Chi sei, allora, domand il principe tu che sei
diventato orgoglioso e grato a Dio fingendo di essere
me?. Io sono quello che sembro disse il mendicante.
Sono un mendicante di Teheran. Sono nato
mendicante. Mia madre era una mendicante, e mi ha
inculcato questa vocazione quando ancora pesavo meno
di un gattino. Da tutta la vita chiedo l'elemosina
per le strade e sotto le mura della citt. Come ti
chiami, mendicante? gli domand il principe. Mi
chiamo Fath rispose il mendico.
E dimmi, gli domand il principe dopo un silenzio
per caso non hai progettato di entrare in quel
palazzo di cui parli, approfittando della somiglianza
che c' tra noi?. No disse Fath. Non hai fatto
tutto il possibile insistette il principe per acquistare
influenza e potere sul popolo e per servire la
tua ambizione, grazie a questa somiglianza?. No
ripet Fath. Per qualche istante rimase immerso nei
suoi pensieri; poi disse: No. Io sono un mendicante,
e posso cavarmela bene nel mestiere di mendicante.
Ma io non so niente di tutte le altre cose, e non me
ne importa niente. Mi troverei in grossi impicci, se
dovessi occuparmene. Ho acquistato influenza sul popolo,
questo  vero, ed  probabile che il popolo farebbe
quello che desidero, ma che cosa dovrei desiderare
che facesse?.
E allora che cosa hai combinato domand il
principe dopo avere cos abilmente studiato il mio
aspetto e i miei modi e aver fatto credere al popolo di
Teheran che sei il principe Nasrud-Din?. Ho chiesto
l'elemosina per le strade e sotto le mura della citt
rispose Fath. E fissando il principe esclam : Che
ne hai fatto dell'escrescenza sulla guancia?. Il principe
si port la mano al viso. L'ho fatta estirpare
disse. Fath si port a sua volta la mano al viso. Questo
al tuo popolo non far piacere disse gravemente.
Ma per quale ragione calunni il mio popolo
domand il principe e fai la sorte dei mendicanti
della mia citt ancora pi dura di quanto non sia?
Perch affermi che un mendicante  stato per tre giorni
sotto le mura senza ricevere una sola elemosina,
e che tu stesso hai voluto sperimentare che cosa ha
provato?. Sul nome di Dio, protest Fath questa
non  una calunnia, ma la pura verit. E chi
era gli domand il principe in tono severo il mendicante
trattato cos crudelmente?. Ero io, mio signore,
io in persona, rispose Fath al tempo in cui
ancora non ti avevo incontrato.
Ma adesso spiegami una cosa che non ho proprio
capita disse il principe; perch non vuoi accettare
niente dalla gente, ora che sei riuscito a farti offrire
il meglio che hanno? Perch hai rifiutato la pagnotta
di quella vecchia, e l'hai mandata via cos sconsolata?.
Fath medit su quelle parole. Bene, mio signore,
disse infine se mi permetti di essere franco,
mi accorgo che di accattonaggio ne sai ben poco. Da
quando sei nato devi aver sempre avuto da mangiare
tutto quello che volevi. Se io prendessi quello che mi
offrono, per quanto tempo credi che continuerebbero
a offrirmelo? E se lo prendessi, per quanto tempo resterebbero
convinti che nel mio palazzo ho i manicaretti
pi squisiti e tutte le leccornie del mondo,
dall'est all'ovest?.
Per un po' il principe rest zitto; poi cominci a
ridere. Per le tombe dei miei padri, Fath, disse
ti avevo preso per uno sciocco, ma ora mi convinco
che sei l'uomo pi astuto del mio regno. Perch, vedi,
i miei cortigiani e i miei amici mi chiedono cariche,
onorificenze e ricchezze, e quando hanno ottenuto
quel che vogliono mi lasciano in pace. Ma un mendicante
di Teheran mi ha attaccato al suo carro, e d'ora
in avanti, da sveglio o nel sonno, io devo lavorare per
Fath. Che io conquisti una provincia, abbatta un leone,
scriva una poesia o sposi la figlia del sultano di
Zanzibar non far differenza: sar tutto a maggior
gloria di Fath.
Fath guard il principe di sotto le sue lunghe ciglia.
Si potrebbe anche dir questo, comment e tu ora
l'hai detto. Ma a mia volta io potrei anche sostenere
che tu stesso hai creato Fath, e tutto quel che c' di
lui. Quando ti aggiravi per le strade travestito da
mendicante, tu non ti sei sforzato di essere pi saggio
o pi generoso, pi nobile o pi magnanimo degli
altri mendicanti della citt. Ti sei mostrato proprio
come uno di loro, e hai fatto il possibile per non distinguerti
da loro in alcun modo, per burlare il tuo
popolo e ascoltare inosservato i suoi discorsi. Ora,
quindi, anch'io non sono che un comune mendicante.
Da sveglio o nel sonno, altro non sono che il principe
Nasrud-Din mascherato da mendicante. Si potrebbe
anche dir questo riconobbe il principe.
Ti supplico, principe, continu Fath in tono
solenne di conquistare province, di abbattere leoni,
di scrivere poesie. Io ho avuto cura che tra i poveri
di Teheran il nome del principe Nasrud-Din fosse
grande, e grande la fama della sua bont. Ora tu abbi
cura che il nome di Fath e la sua reputazione di nobilt
e di ingegno siano grandi tra i re e i principi.
Quando abbatti un leone, ricrdati che il cuore di
Fath si rallegra del tuo coraggio. E quando avrai sposato
la figlia del sultano, il popolo avr di te la pi
alta stima, nel vederti ancora seduto sotto le mura,
nel gelo della notte, per dividere il suo triste destino.
Ti porteranno alle stelle quando, per vivere l'amara
sorte dei pi poveri, tu ancora ti intratterrai e parlerai
con le prostitute di questi vicoli. E le prostitute
di questi vicoli domand il principe ti abbracciano
con ardore, adesso, e rabbrividiscono di estasi nelle
tue braccia? Su, devi dirmelo, dal momento che io
non ne so nulla, e quei loro fremiti mi sono, in un
certo senso, dovuti. Questo non posso dirtelo,
rispose Fath perch ne so quanto te. Non oso abbracciarle;
quelle sono donne esperte, e pu darsi che
sappiano come abbraccia un gran signore. Sicch
tu hai soggezione delle mie donne, Fath? disse il
principe, Proprio tu che non hai mostrato alcuna
paura quando ti ho detto chi ero?. Mio signore,
disse Fath l'uomo e la donna sono due scrigni serrati,
ognuno dei quali contiene la chiave dell'altro.
Stendi le mani, Fath, gli disse il principe, e
quando il mendicante obbed, egli tir fuori dalla
cintura la sua borsa da mendicante e la vuot in quelle
mani protese. Fath rimase l con le mani colme di
monete; le fissava.  questo, l'oro? domand, S
disse il principe. Ne ho sentito parlare disse Fath.
So che  molto potente.
Chin il capo e rimase immobile a lungo, rattristato,
in profondo silenzio. Ora capisco disse infine
perch stasera sei venuto qui. Vuoi mettere fine alla
mia grandezza. Vuoi che venda il mio onore, e la mia
fama presso il popolo, in cambio di questo possente e
pericoloso metallo. Sulla mia spada, no disse il
principe. Un'idea simile non mi ha nemmeno sfiorato
la mente. Ma allora che cosa devo farmene di
quest'oro? domand Fath. Francamente, Fath,
rispose il principe un po' imbarazzato questa  una
domanda che nessuno mi aveva mai fatta prima d'ora.
Se tu non sai che fartene, regalalo ai poveri del bazar.
Fath sedeva immobile, e fissava l'oro. Potrei,
disse come fece quel tale nel racconto dei quaranta
ladroni, chiedere in prestito la ciotola di un mendicante,
e poi restituirgliela lasciandovi sul fondo, per
sbaglio, una moneta d'oro, in modo da convincere la
gente che sono ricchissimo. Ma, mio signore, questo
non servirebbe n a me n a loro. Loro ne vorrebbero
di pi, molte di pi di quante tu me ne abbia date, e
molte di pi di quante potresti mai darmene. Non mi
amerebbero pi come mi amano adesso, e non crederebbero
pi alla mia compassione, o alla mia saggezza.
Il mendicante ti prega di riprenderti quest'oro. Sta
meglio nella tua sacca che nella mia.
Che cosa posso fare per te, allora? domand il
principe. Fath ci pens sopra, poi il viso gli si illumin
tutto, come quello di un bambino.
Ascolta, mio grande signore disse. Spesso, nella
mia mente, mi sono raffigurata una scena che tu
adesso, se vuoi, puoi fare avverare. Un giorno ordina
al tuo pi bel reggimento di cavalleria di attraversare
la piazza del bazar con il tuo capitano alla testa. Io
star seduto in mezzo alla piazza, e al loro avvicinarsi
non mi muover, non far nulla per togliermi dalla
loro strada. Ordina al tuo capitano di arrestare il suo
cavallo manifestando, nel vedermi, grande sorpresa e
timore, e di far fermare tutto il reggimento perch
nessuno mi tocchi; s, di farlo fermare cos all'improvviso
che i cavalli impetuosi si impennino. Ma ordinagli
che poi, non appena gli far un cenno con la mano,
riprenda il galoppo e passi sopra di me - raccomandagli
solo di stare un po' attento, in modo che i
cavalli non mi feriscano. Ecco quel che puoi fare per
me, mio signore.
Che razza di capriccio stravagante  mai questo,
Fath? disse il principe, e sorrise. Non  mai accaduto
che i miei cavalieri abbiano calpestato un mio
suddito per le strade, o nella piazza del bazar. S, 
accaduto, mio signore ribatt Fath; mia madre 
morta proprio cos.
Il principe rimase pensieroso per qualche istante.
Vanit, vanit, tutto  vanit disse poi. A Corte,
ho gi imparato molto sulla vanit degli uomini. Ma
molto di pi ho imparato stasera da te, un mendicante.
Ora mi sembra che la vanit possa nutrire gli
affamati, e tener caldo il mendicante nel suo lacero
mantello.  cos, Fath?. Vedi, mio signore, disse
Fath tra cent'anni si legger nei libri che Nasrud-Din
era un cos gran principe, e governava il suo regno
di Persia in modo cos straordinario, che i suoi
pi poveri sudditi ritenevano pienamente appagata la
propria vanit pur mentre digiunavano, nei loro mantelli
da mendicanti, sotto le mura di Teheran.
Il principe torn ad avvolgersi nel proprio mantello
e se lo tir sul capo.
Ora devo andarmene disse. Buona notte, Fath.
Mi avrebbe fatto piacere di poter tornare qualche sera
a far quattro chiacchiere con te. Ma alla fine le mie
visite rovinerebbero il tuo prestigio. Far in modo
che d'ora in avanti tu possa stare in pace sotto il tuo
muro. E che Dio sia con te.
Proprio mentre stava per allontanarsi, si ferm.
Ancora una cosa, prima di andar via disse con una
certa alterigia. Mi  giunto all'orecchio che tu frequenti
quella donna che si esibisce con un asino nella
taverna del bazar.  bene che il popolo sia informato
del mio desiderio di conoscere le condizioni in cui
vive, e anche di condividerle con loro. Ma tu ti stai
prendendo una grande libert con la nostra persona,
quando ci fai camminare, per cos dire, sulle orme di
un asino. Da stasera non devi pi vedere quella donna.
Io non avevo minimamente sospettato che quel
fatto particolare della vita del mendicante si fosse
impresso cos profondamente nell'animo del principe;
ora vidi che l'aveva scandalizzato e offeso, e che a suo
giudizio Fath aveva preso alla leggera cose veramente
grandi ed elevate. Ma a quel tempo egli non era soltanto
un principe, era anche un giovanotto.
A queste parole Fath apparve immensamente stupito
e sgomento; abbass gli occhi e si torse le mani.
Oh, mio signore, proruppe questo tuo ordine mi
colpisce duramente. Quella donna  mia moglie. Io
vivo di quel che lei guadagna col suo lavoro.
Il principe rimase a lungo fermo a guardarlo.
Fath, gli disse infine, in tono molto cortese e regale
quando, in questa faccenda tra te e me, io finisco
col capitolare su tutto, non riesco a capire se sia
per debolezza o per una qualche specie di forza. Dimmi
tu, adesso, mio mendicante di Teheran, che cosa
ne pensi in cuor tuo. Mio padrone, disse Fath
tu ed io, il ricco e il povero di questo mondo, siamo
due scrigni serrati, ognuno dei quali contiene la chiave
dell'altro.
Mentre tornavamo al palazzo, a sera inoltrata,
sentivo che il principe era pensieroso e turbato. Gli dissi :
Stanotte, Altezza, avete imparato qualcosa di nuovo
sulla nobilt e sulla potenza dei principi. Per un
poco il principe Nasrud-Din non mi rispose. Ma quando
fummo usciti da quelle stradine anguste e maleodoranti,
e ci inoltrammo nei quartieri pi ricchi e
lussuosi della citt, disse: Mai pi girer travestito
nella mia citt.
In questo modo tornammo al Palazzo Reale verso
la mezzanotte, e cenammo insieme.
...
.
...
Qui fin il racconto di Aeneas. Egli si abbandon
all'indietro sulla sedia, tir fuori le cartine ed il tabacco
e si prepar una sigaretta.
Charlie aveva ascoltato il racconto con rispettosa
attenzione, senza dire una parola, con gli occhi fissi
sul tavolo. Non appena l'amico tacque alz lo sguardo,
come un bimbo che si desti dal sonno. Si ricord
che al mondo esisteva il tabacco, e seguendo l'esempio
di Aeneas, si arrotol e si accese lui pure una sigaretta.
I due esili gentiluomini, ciascuno al suo capo
del tavolo, continuarono a fumare tranquilli, seguendo
con lo sguardo il lieve fumo azzurrino del tabacco.
S, un bel racconto disse Charlie, e dopo un po'
soggiunse:Adesso me ne vado a casa. Credo che
stanotte dormir. Ma quando fin di rumare la sigaretta,
si abbandon anche lui contro la spalliera, con
aria pensosa. No disse poi. Francamente, non 
un bel racconto. Ma ci sono dei punti che si potrebbero
elaborare, e dai quali si potrebbe tirar fuori un
bel racconto.
...
FINE.